La realtà e la poesia

Nel panorama filosofico italiano da un paio d’anni fa molto parlare di sé (anche grazie alla sua continua presenza editoriale e mediatica) una corrente filosofica di cui si presenta come fondatore il torinese Maurizio Ferraris: il new realism. La prima proposta si trovava in un articolo pubblicato su Repubblica l’8 agosto 2011 e agevolmente reperibile in rete, intitolato «Il ritorno al pensiero forte». Le argomentazioni di Ferraris sono facili da riassumere: nell’età postmoderna il realismo è stato considerato «una ingenuità filosofica e una manifestazione di conservatorismo politico». Molto meglio, si è ripetuto, dire che noi non possiamo veramente conoscere la realtà, che essa forse non esiste neppure: esistono i nostri desidèri, i nostri progetti, la nostra immaginazione. I realisti, si diceva, non vogliono che nulla cambi. Ma gli ultimi decenni hanno mostrato che la negazione o l’invenzione della realtà non è affatto una buona cosa: la guerra dell’Iraq (con tutte le conseguenze luttuose che ancora ne sono la scìa) è stata scatenata sulla base di prove inventate di sana pianta; i nuovi populismi si basano su un uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione, in cui ciò che viene detto oggi «esiste» ma può essere inesistente domani (i trasformismi e le promesse non mantenute dei politici di ieri appaiono al confronto piccoli furti di marmellata); per non parlare poi dei «negazionismi» per antonomasia, con i quali pure qualche spiritoso nostrano si diverte a flirtare («le camere a gas? le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato»). E allora bisogna ripartire da un piccolo grande principio: la realtà esiste, ed è indipendente dal mio pensiero.

Che sollievo, è difficile non essere d’accordo! Forse si potrebbe timidamente osservare che il buon senso e gran parte della storia della filosofia hanno sempre sostenuto queste idee, e quest’ultima in maniera più critica e raffinata di quanto si trovi nel new realism. Gli amanti della letteratura e i conoscitori della storia possono dire che non c’era bisogno di attendere i populismi di oggi per sapere che la manipolazione della realtà è l’arma di ogni totalitarismo (mai letto 1984?). Insomma, si può obiettare che non si tratta poi di una grande scoperta e che pretendere di ricominciare da zero non è mai un’idea brillante in filosofia. Ma è pur sempre meglio dire cose giuste che cose nuove. Il realismo, nuovo o antico che sia, è una buona cosa almeno perché ci libera dalla condanna angosciante a dover essere continuamente gli autori del nostro mondo, e ci fa essere semplicemente esseri umani finiti che, come diceva Kant, la realtà la debbono ricevere (e poi eventualmente trasformare), ma non creare.

Risolti i problemi? Purtroppo no. Sapere che «l’acqua bagna e il fuoco scotta» (come dice Ferraris), e che ciò rimane sempre vero checché ne possa io pensare, è un buon punto di partenza, ma non sfiora ancora il compito decisivo degli esseri umani:  distinguere il bene dal male. Hitler era un realista: sapeva perfettamente che lo sterminio degli ebrei era una realtà. Erano realisti coloro che incitavano al genocidio in Ruanda o nella ex-Jugoslavia. È realista chi sceglie il proprio reale interesse a discapito dei diritti altrui. E così via. È per questo che i tentativi di rigenerare la politica trasformandola in un infinito fact checking e di ammodernare l’educazione riducendola ad istruzioni per l’uso sono destinati al disastro. Il problema decisivo è insomma quello (se così vogliamo chiamarlo) di un realismo morale. Esiste qualcosa che corrisponda realmente ai nostri ideali, ai nostri progetti, alle nostre idee di bene o di male? oppure tutto è un gigantesco secondo-me in cui al massimo deve risultare vincente l’opinione della maggioranza? Nel suo articolo programmatico Ferraris scriveva che abbiamo bisogno di «quel punto d’appoggio che permette di distinguere il sogno dalla realtà»: giustissimo, ma oggi la discriminazione razziale è quasi scomparsa nel mondo perché qualcuno disse «I have a dream», e quel sogno venne riconosciuto degno di credito.

In filosofia questo è un problema complesso e spinoso: è il problema della fondazione dell’etica. Ma nella vita quotidiana non c’è bisogno di passare per la strada lunga della filosofia (almeno non in senso tecnico). C’è infatti la strada della testimonianza, della storia, dell’esperienza, degli affetti personali: cioè di tutti i modi nei quali si percepisce immediatamente qualcosa per cui vale la pena vivere, e a volte perfino morire. Sono questi i canali attraverso cui una civiltà trasmette alle generazioni future tutto ciò che ha sperimentato come buono, giusto, bello, attendendosi che esse sappiano arricchire e migliorare questo patrimonio (anche criticandolo, ovviamente).

Nei giorni scorsi i giornali sono stati occupati dalle storie delle baby-prostitute; qualcuno ha giustamente proposto: ricominciamo a leggere le poesie! E in effetti è difficile trovare un canale migliore attraverso cui una civiltà sa esprimere e comunicare la realtà del bene. Obbedisco quindi all’invito, e trascrivo una delle mie poesie preferite, poco nota se non agli esperti della letteratura  italiana del Novecento: il Canto della sposa di Pietro Jahier (1884-1966; il cognome è da leggere alla francese: Giaiè). È un testo tristissimo in cui parla una sposa che ha perduto l’amore del marito. È curioso come a volte ciò che vale si comprende e misura a partire dalla mancanza e dal fallimento. E così questa poesia, come in un controcanto, diventa uno stupendo inno all’amore fedele: una strana cosa che in qualche modo esiste e per cui vale la pena vivere. Sicuramente una poesia che non trasmette nessuna «competenza», ma insegna a guardare la realtà: in cui c’è molto di più del fatto che «l’acqua bagna e il fuoco scotta».

Se i pavimenti odorano di ragia
se splende in ordine la sua povera casa
se respira nei fiori
se gli salta in collo il più chiaro bambino
se riposa
la gota fresca di bagno contro la sua mascella dura
forse mi incoronerà di uno sguardo
forse scioglierà in un sorriso la sua cura…
Ma chi conosce il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato

Voltati, e ricevi la casa dell’amore
tutta ricordi di anima, che quando li abbiamo portati
nelle stanze vuote si sente battere il nostro cuore.
Per un’amara parola che ci hai lasciato stamani
tutt’oggi non mi sono seduta.
Ma ci nega uno sguardo la sera
ma anche questa giornata è perduta

Se non si dimentica, se non si consola
se non si rasserena
se la sua carezza è mancata
se non confida la sua pena
allora questa casa è sbagliata
allora la vecchia fede è vilipesa.
Sei un uomo! E forse volevi una donna di gioia
non una fedeltà, ma una sorpresa.
O se non mi avesse sposata!
Almeno sarebbe durato l’amore
un poco per giorno te l’avrei misurato…
Ma chi conosce il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.

Mi sono aperta troppo, mi sono sfogliata
son brutta e non ho più nulla da dare
nessuno mi ha insegnato a vestire
e perché mi levavano i fiocchi quand’ero piccina.
Allora la vecchia fede mi ha ingannata
allora non gli son più vicina.

Sei brutta e hai perso il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.

Ma dicevi che è bello il viso più usato
dolce carezza la mano operosa
ora ti aspetta la mano ruvida
ora ti aspetta il viso scavato
ora, finita la donna,
ti aspetta la tua sposa.

Ritorna, tu che fosti il mio fidanzato
quando camminavamo sulle cime
la strada d’oro che solo insieme possiamo scoprire.
Quel che ti manca in me, l’amore te lo fa mancare.
Amami, e sono vergine ancora
tanto bene nuovo ti debbo ancora dare.

Ma solo cose assenti lo fanno amare
cose invisibili lo fanno soffrire
non è per me che sono sempre uguale
io che son tanto noiosa, vero?

Allora, se fossi lontana
allora se potessi morire…
Ma chi conosce il suo pensiero

di Giovanni Salmeri

Presidente del Consiglio di Corso di laurea in Filosofia, Roma Tor Vergata

27 novembre 2013

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