Gerusalemme capitale d’Israele: le conseguenze dell’uscita di Trump

Gerusalemme capitale d’Israele: le conseguenze dell’uscita di Trump

Riconoscendo Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, Donald Trump compie un passo senza precedenti nella storia politica statunitense nei confronti degli interessi israeliani. Tuttavia, questa scelta esorta la regione a trovare una nuova unità. L’ultima uscita di “The Donald” certamente non ha contribuito a rinforzare la sua posizione già debolissima in Medio Oriente.  Probabilmente è riuscito nell’impresa di far rimpiangere George W. Bush, il cui operato ha ancora conseguenze in queste zone, il che è tutto dire. Dopo aver accusato senza mezzi termini, rispettando il suo inconfondibile approccio, l’Iran di essere la principale fonte di terrorismo nella regione e aver notevolmente indebolito l’accordo nucleare, figlio di delicate e lunghe negoziazioni portate avanti dall’amministrazione Obama, Trump irrompe di prepotenza nella questione israelo-palestinese. Lo fa come ci si aspettava, con pochissima ragionevolezza, comprensione e discernimento. Il 45° presidente americano ha annunciato di riconoscere come capitale dello Stato ebraico Gerusalemme e di voler trasferire l’ambasciata americana nella città santa.

Apparentemente questa scelta assume connotati irrazionali ma in realtà non è affatto priva di logica. L’intento è di prendere le parti, qualsiasi sia il soggetto e qualsiasi siano gli interessi americani, del governo Netanyahu. Mai, un presidente americano aveva preso una simile decisione. Nessuno ha mai adottato la retorica di un dirigente israeliano nei grandi sproloqui sul Medio Oriente. Fino al 6 dicembre, Trump si era accontentato di rimettere in discussione la soluzione tra due Stati, prestando particolare attenzione nell’evitare di evocare la colonizzazione israeliana dei territori occupati. Oggi è completamente orientato verso un processo di pace: una pace negoziata in un quadro bilaterale in cui lo Stato ebraico può ottenere ciò che desidera senza dover esibire la minima concessione. Una visione alla quale né i Palestinesi né gli Arabi né il resto della comunità internazionale possono aderire.

In questo modo Trump toglie a Washington il ruolo di mediatore principale nel processo di pace israelo-palestinese. Isola gli Americani dai loro principali alleati sia sulla scena internazionale quanto su quella regionale.  La questione di Gerusalemme può essere attualmente, l’unica a poter riunire, non solo I paesi Arabi ma in senso più ampio i musulmani nel mondo. Evidentemente, l’amministrazione Trump non ha considerato questo dato che rischia effettivamente di isolarli e di compromettere le loro azioni e interessi nella regione.

Netanyahu trae vantaggio da questa situazione, certo, ma non è l’unico. La guida suprema iraniana Ali Khamenei può ringraziare il presidente Americano ma anche i gruppi più radicali inclini all’anti imperialismo e alle azioni di rappresaglia. Il suo intervento ha comunque un grande pregio: quello di aver rimesso al centro dell’attenzione il conflitto israelo-palestinese.

 

 

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