Francesco d’Assisi, Dante, Petrarca e il CUN

Le lingue nazionali (almeno quelle dell’Europa, che conosco di più) hanno tutte una bella storia. Interessante è soprattutto il modo in cui esse sono emerse dal magma delle vivaci e innumerevoli parlate popolari, imponendosi come lingue unificate e nobili. In una certa misura, la loro storia è la storia delle nazioni europee: il concetto di «nazione» deriva infatti tutt’intero dal Medioevo, quando gli studenti delle Università cosmopolite dell’epoca (l’Erasmus odierno impallidisce al confronto!) erano organizzati appunto in nationes: ad esse non corrispondeva ovviamente nessuna unità politica (i confini dell’Impero di Occidente le abbracciavano tutte), però sì una certa unità sociale e appunto di lingua. Il latino era la grande lingua comune di cultura, in cui scrivevano e parlavano tra loro tutti coloro che studiavano; il latino era anche la lingua della preghiera e del culto cristiano; ma per gli scopi quotidiani le persone della medesima nazione parlavano nella propria lingua popolare. I celebri Carmina Burana ci offrono uno spaccato godibile di quale doveva essere l’atmosfera linguistica nella nazione germanica: latino e tedesco si mescolano liberamente a seconda del tema, fino a raggiungere il virtuosismo di una canzone (la celebre e sconcia Ich was ein chind so wolgetan) in cui si alternano un verso in tedesco e uno in latino, in modo che la storia rimanga intellegibile anche a chi comprende uno solo dei due, con un effetto comico irresistibile. Una situazione dunque di diglossia, in cui la lingua muta a seconda dello scopo e del contesto.

È su questo sfondo che l’introduzione delle lingue nazionali in contesti culturali o religiosi assume lungo diversi secoli un carattere innovativo, se non di rottura polemica. Quando la Bibbia viene tradotta per la prima volta in inglese nel contesto del movimento dei lollardi, ciò  significa rompere con il monopolio romano dell’interpretazione della Scrittura (e Lutero farà la stessa cosa con la sua traduzione che ha fondato la lingua tedesca moderna). I trovatori rendono il provenzale raffinata lingua di cultura, dando voce alla sensibilità cortese e modellando un concetto di amore che riutilizza e trasforma suggestioni teologiche (la cultura francese ne fu tanto influenzata che prese in prestito il termine «amore» dal provenzale: amour). Hadewijch e Marguerite Porète ne sono ispirate, e scrivono in fiammingo e in francese le loro pagine mistiche, in un pericoloso crinale tra l’interpretazione più fervida della fede cristiana e il libero pensiero. Francesco d’Assisi scrive la prima raffinata opera d’arte in un volgare italiano: il Cantico di frate Sole, in un dialetto umbro a volte un po’ latineggiante, e comincia a far vedere con occhi nuovi i selvaggi e vergini paesaggi dell’Italia centrale. Un po’ più tardi — c’è bisogno di dirlo? — scriveranno Dante e Petrarca, e riusciranno nel miracolo di imporre per sempre il dialetto toscano come lingua nazionale d’Italia per soli meriti artistici, e non militari. Nei Paesi Bassi i diffusissimi Libri d’Ore per la preghiera privata si cominciano a tradurre in olandese, e questo assume il senso della spinta verso un carattere democratico della santità. E poi Cartesio pubblica in francese le sue Meditazioni sulla filosofia prima, improvvisamente rendendo la filosofia questione popolare, viva, legata all’esperienza che ciascun uomo può fare mentre si scalda davanti al suo caminetto. Locke usa l’inglese per porre il problema del fondamento del sapere e lega così indissolubilmente ad un approccio pragmatico la lingua di Shakespeare, questa curiosa lingua anglosassone invasa dal vocabolario francese. Christian Wolff più tardi pubblica le sue opere di filosofia in una doppia serie: in latino e in tedesco, creando per la prima volta un completo lessico filosofico, che a volte interpreta e dà una tonalità unica alla filosofia stessa (ora illuministicamente interpretata come Weltweisheit, «saggezza del mondo»).

La tranquillizzante e feconda unità del latino è per sempre perduta. Nelle Università si continuerà a lungo a parlare e scrivere in latino, ma le lingue nazionali ormai sono grandi lingue di cultura. Tutto è più o meno traducibile, certo: ma ogni lingua porta con sé una storia, una sensibilità, una rivendicazione, soprattutto il desiderio che il sapere (la riflessione sul mondo, sull’uomo e su Dio, ma più in generale la capacità di guardare il mondo con occhi intelligenti) venga detto con le stesse parole con cui ogni giorno si lavora, ci si diverte, si ama. Ed è per questo che tutti ancor oggi sperimentano quanto sia arricchente imparare una lingua straniera, qualunque essa sia. Una nuova lingua apre un nuovo mondo e una nuova cultura, altrimenti irraggiungibile.

Una storia bellissima! In essa la pagina più recente è la proposta del CUN (Consiglio Universitario Nazionale), datata 24 ottobre 2013, sui criteri per identificare il carattere scientifico delle pubblicazioni. Il problema è in breve: quando un testo può essere definito «scientifico» e quando invece semplicemente divulgativo, quindi per esempio di nessun valore in un curriculum o in un concorso universitario? I criteri identificati sono sei (in generale molto sensati), ma nella nostra bellissima storia entra solo il sesto: una pubblicazione scientifica deve «essere scritta in una lingua veicolare per la comunità scientifica di riferimento che la renda fruibile per la maggior parte dei ricercatori potenzialmente interessati». Ma solo il basic English è «veicolare», solo esso è compreso nel mondo da più del 50% dei ricercatori di qualsiasi disciplina. Senza giri di parole, dunque: una pubblicazione è «scientifica» solo se è scritta in basic English (non nella lingua di Shakespeare, beninteso), a meno che il suo tema sia così marginale e provinciale che fin dall’inizio si sa che a nessuno nel mondo gliene potrebbe importare di meno. Punto.

Questa è l’ultima pagina, però è bruttissima. Nel frattempo continuo a fare le mie lezioni in italiano, davanti ai miei studenti che vengono dall’Italia, ma anche dalla Germania, dal Brasile e dalla Cina, felici di imparare la lingua di Francesco d’Assisi, di Dante e di Petrarca.

di Giovanni Salmeri

Presidente del Consiglio di Corso di laurea in Filosofia, Roma Tor Vergata

18 novembre 2013

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