Come vengono raffigurate le nostre scuole

Con ritardo rispetto alla loro uscita nelle sale, qualche giorno fa ho visto due film interessanti: La bicicletta verde (Arabia Saudita, 2012) e Bianca come il latte, rossa come il sangue (Italia, 2013). Si tratta di due film molto differenti, e tuttavia con qualcosa in comune: entrambi hanno come protagonisti dei ragazzi, entrambi hanno al loro centro storie di scoperta o riappropriazione di valori umani, entrambi (tenendo conto della destinazione adolescenziale del secondo) sono ben riusciti. Senza rivelare la trama a chi non li avesse ancora visti, vorrei soffermarmi solo su un elemento della loro sceneggiatura. Anche in questo caso si tratta di qualcosa che essi condividono: l’immagine spenta, distante e insignificante che offrono della scuola come istituzione educativa. Nel primo caso è una scuola (saudita) ottusa e ipocrita, paralizzata da una religione di facciata, dove la giovane protagonista fa risaltare la sua intelligenza, vivacità, indipendenza. Si tratta dunque di un’immagine negativa che fa parte integrante della storia.

Nel secondo caso la scuola (italiana), come viene detto in una delle prime battute del film, è «un’inutile parentesi tra la campanella d’inizio e quella di fine»: imbrattata, noiosa, con insegnanti distanti, dove l’eroe è l’ultimo della classe e il primo della classe è un buffo secchione. L’unico insegnante a prima vista brillante, quello di Lettere, su Dante non sa dire molto di più che «in fondo era uno sfigato» e anche dal punto di vista umano, dopo aver messo in opera originali forme di dialogo (che peraltro nella vita reale costerebbero il licenziamento in tronco), si mostra anche lui incapace di dire una sola parola di fronte alla sofferenza del protagonista. In un film che (onore al merito!) affronta perfino il tema tabù della fede dei ragazzi, pure l’insegnante di religione è un vecchio e rassegnato monsignore in grado di dire solo che «ascoltare qualcosa su Dio fa bene». Qual è lo scopo di quest’immagine della scuola nella trama del film? In realtà, nessuno. Al contrario dell’altra storia, questa avrebbe funzionato altrettanto bene se sullo sfondo fosse stata dipinta una scuola interessante, con insegnanti capaci e motivati. Non c’è dunque nessuna esigenza di sceneggiatura: e allora, per esclusione, c’è solo il desiderio di strizzare l’occhio ai destinatari (adolescenti) del film, o più in generale l’adeguazione ad una società che nella scuola ha sempre meno fiducia.

Chiamiamo le cose con il loro nome: dipingere una scuola inetta significa ridicolizzare la cultura e la sua trasmissione. Definire Dante uno «sfigato» perché con Beatrice non ha mai concluso nulla, un tempo sarebbe stato una battuta spiritosa, ma oggi significa suggerire che la scuola, ferma restando la sua incompetenza a fornire «conoscenze utili per il mondo del lavoro» (ma ne è questo lo scopo?), è pure incapace di aiutare ad elaborare e comprendere i propri ideali, sentimenti, progetti. Significa suggerire che uno scontrino da McDonald vale quanto un biglietto di ingresso agli Uffizi, o che guardare i Simpson è la stessa cosa che vedere La strada di Federico Fellini. Che tutto questo venga insinuato in quello che è un interessante film attento ai valori umani (e i cui autori possono essere solo persone colte che hanno letto Dante, visitato gli Uffizi, guardato Fellini) è molto preoccupante e rivela un aspetto della nostra società italiana sulla quale bisogna riflettere.

Certamente decenni di maldestra politica scolastica hanno una responsabilità enorme nella diffusa disistima della scuola: non c’è da attendersi molto con insegnanti sottopagati, sospettati di essere nullafacenti senza possibilità di replica e dunque sistematicamente puniti con estenuanti adempimenti burocratici, e infine deresponsabilizzati a favore di medici, psicologi e assistenti sociali; non c’è da attendersi molto dopo strategie di reclutamento deformate dal calcolo dei vantaggi elettorali; non c’è da attendersi molto tra proclami sulla priorità dell’informatizzazione (servono ancora gli insegnanti?) mai sostenuti dal minimo dato empirico che attesti per esempio che la «lavagna elettronica» faccia imparare più o meglio. In queste condizioni, è un miracolo che gli insegnanti capaci e motivati siano ancora molti e che la scuola italiana non sia affatto peggiore di altre. Cose analoghe possono essere dette su decenni di politica dei beni culturali. Tuttavia la politica non è l’unica colpevole e le responsabilità sono più ampie. Ma questo significa anche che tutti possono contribuire, e ricordare che la cultura vale non perché essa porti denaro (il che peraltro avviene), ma perché porta sensibilità, fantasia, verità, umanità. Forse anche gli sceneggiatori cominceranno a pensare che un film non diventa più simpatico se raffigura senza motivo una scuola in disfacimento.

di Giovanni Salmeri

Presidente del Consiglio di Corso di laurea in Filosofia, Roma Tor Vergata

16 settembre 2013

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