Un trucco infallibile per imparare le lingue

C’è qualcosa che non funziona, e le ipotesi più ovvie sono le seguenti: o i docenti di lingua straniera nelle scuole sono incompetenti; o gli studenti sono scansafatiche e sottodotati; o gli studi di didattica delle lingue («glottodidattica») sono fermi a stadi paleontologici. Però tutte e tre le ipotesi sono estremamente inverosimili. Ma un fatto è certo: lo studente italiano medio che giunge all’Università, pur avendo avuto tra le sue materie per tredici anni consecutivi una lingua straniera, pur essendo immerso in Internet dove la lingua inglese è prevalente, pur avendo spesso a disposizione un intero catalogo di canali satellitari, ti guarda con occhi smarriti quando gli chiedi di leggere qualche pagina in inglese e replica timido: «Be’, posso tradurla…», oppure con più sicurezza: «Certo, mi faccio aiutare da mia cugina che fa l’interprete». Ci sono ovviamente molte eccezioni, ma in entrambi i sensi, quindi si annullano. Una qualche spiegazione dovrà pur esserci.

Di glottodidattica ammetto di non sapere molto, ma per gli studenti ho sempre un suggerimento pronto: «C’è un trucco infallibile per imparare le lingue…» Attendo qualche secondo e concludo: «Studiarle». E se non fosse solo una battuta, e se fosse qui uno dei problemi fondamentali? Leggendo i programmi (ora si chiamano «indicazioni nazionali»), scorrendo i libri di testo, mi pare che vi sia una costante: il tentativo di rimandare il più possibile lo studio grammaticale (nei programmi fino ai tredici anni non è neppure lontanamente nominato), e rendere l’uso della lingua funzionale a situazioni concrete. Utilissimo, è ciò che è sempre esistito nei manualetti di conversazione che si vendono in aeroporti e stazioni: plis, uèn das de next trein tu làndon liv? In fondo la lingua serve per comunicare, no?

Ma è proprio vero? E se la lingua servisse anzitutto per pensare, per vedere il mondo in un certo modo, per entrare in una cultura? se la lingua servisse anzitutto per essere uomini? Perché insomma è solo in un universo di parola che l’essere umano può esistere. E questo è l’universo che anzitutto si struttura in distinzioni, norme, rapporti tra parole: insomma, in una grammatica. È per questo che la riduzione della lingua a puro strumento di comunicazione va di pari passo con l’antipatia verso la grammatica.

Fatto sta che senza grammatica nessuna lingua nuova può essere veramente imparata. Certo, un bambino apprende una lingua semplicemente «standoci dentro» in situazioni comunicative: ma in questo caso la grammatica non è esclusa, bensì spontaneamente interiorizzata grazie ad una quasi miracolosa plasticità mentale. Da una certa età in poi invece l’apprendimento della lingua può avvenire solo in modalità «adulta»: cioè attraverso la mediazione della riflessione, dell’analisi sistematica e ovviamente dell’esercizio. In una parola: studiandola. Ciò è particolarmente evidente quando si tratta non di ascoltare e parlare, ma di leggere e scrivere: la lingua scritta è sempre più complessa, a volte ricca di forme o vocaboli inconsueti nella lingua orale. (Il che forse aggiunge un problema collaterale: la grammatica italiana viene sufficientemente studiata nelle scuole italiane? Perché senza un punto di paragone è ovvio che nessuno studio sistematico di una lingua straniera può riuscire.)

Ecco comunque qualche suggerimento per accompagnare lo studio di una lingua straniera, per quel che valgono le esperienze di un dilettante. Primo consiglio: è un ottimo investimento studiare sistematicamente un buon manuale di fonetica (io studiai quello di Luciano Canepari nella Piccola Biblioteca Einaudi). Solo un bambino apprende i suoni di una lingua «ascoltandoli dalla viva voce»; un adulto ha invece bisogno anche di comprendere esattamente quale sia il catalogo dei suoni di una nuova lingua, di confrontarli con quelli che usa nella sua lingua materna (magari con qualche inconsapevole accento regionale), di riflettere esplicitamente sulle modifiche che essi subiscono (perché e come in inglese le t di time, data e cat si pronunciano molto diversamente? perché in francese la prima sillaba di aimons si pronuncia con una e aperta mentre quella di aimez con una e chiusa?). Saper interpretare poi una trascrizione fonologica (per esempio /’pli:z ‘wen ‘dəz ðə ‘nekst ‘trein tə ‘ləndən ‘li:v/) e una trascrizione fonetica (simboli troppo esotici per essere riprodotti in questa pagina!) è cruciale per decifrare le indicazioni delle grammatiche e dei dizionari. Queste sono conoscenze che valgono per tutte le lingue che si vorranno studiare.

Secondo consiglio: «lingua straniera» non vuol dire «inglese». Può significare anche francese, portoghese, cinese mandarino, persiano, swahili, norvegese bokmål, ebraico moderno, e così via. L’idea che l’inglese sia in sé una lingua più facile è assolutamente falsa: molti di coloro che dicono «non sono portato per le lingue» forse intendono solo dire «l’inglese lo trovo difficile e non mi piace» (de gustibus!). Altrettanto falso è che l’attuale predominio della lingua inglese (per metà vero per metà apparente) renda la conoscenza delle altre meno interessante o meno remunerativa. Anzi, trovare un lavoro è più facile se si ha nel curriculum «discreta conoscenza del cinese» che non «buona conoscenza dell’inglese».

Terzo consiglio: trovare una buona grammatica, e studiarla dalla prima pagina all’ultima. All’inizio è inevitabile usare una grammatica scritta in italiano, ma poi è meglio passare ad una che sia scritta nella stessa lingua che si sta apprendendo: è probabile che questa sia più chiara e semplice, perché osserva la lingua per così dire dall’interno, senza stiracchiarla per farla assomigliare ad un’altra. Noioso? No. Ripetiamolo: quando si guardano le cose attentamente, è affascinante vedere la logica su cui ogni lingua, ognuna in modo almeno un po’ diverso, costruisce il suo universo di significati, esprime una diversa sensibilità per il tempo, lo spazio, il carattere dell’azione umana, usa le parole per ritagliare in una maniera diversa la realtà e il modo in cui la sperimentiamo. Se poi la grammatica contiene qualche annotazione di storia della lingua, ancora meglio: molte cose appariranno più semplici e regolari.

Quarto consiglio, che in ordine di importanza è il primo: essere motivati da qualcosa di affascinante, interessante, nuovo. Il più delle volte si può trattare di un racconto, un romanzo, un trattato, una poesia: una lingua di cultura non è solo una grammatica, ma anche contemporaneamente un corpo di testi che la hanno resa bella e grande. Imparare il tedesco leggendo Kafka forse non è in sé glottodidatticamente consigliabile: ma se questo desse una motivazione, una spinta, un desiderio, che cosa di meglio? Kafka non servirà per chiedere alla stazione quando parte il prossimo treno per Berlino. Anzi, non servirà proprio a nulla, se non a sapere come regolarsi nell’improbabile caso in cui una mattina ci si svegli trasformati in un enorme insetto immondo. Per gli usi quotidiani è molto meglio usare un qualsiasi manualetto — ma solo con questo non s’imparerà mai una lingua. Forse il problema è sempre lo stesso: fissarsi su ciò che è utile non è quasi mai l’investimento migliore.

 di Giovanni Salmeri
(Presidente del Consiglio di Corso di laurea in Filosofia, Roma Tor Vergata)

22 Settembre 2014

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