Euro si, euro no, qual è la vera posta in gioco? Analisi delle posizioni di Salmeri, Piga, Borghi e Fusaro

A distanza di qualche giorno dalla conferenza del 3 aprile a Tor Vergata, è tempo di fare bilanci. L’aula Moscati era stracolma, i relatori formidabili, l’argomento stimolantissimo. Che dire, un successo! Ma il bilancio del giorno dopo credo debba aggiungere qualcosa a queste considerazioni immediate, vuole per lo meno che ci sia uno sguardo sui contenuti.

Prima di iniziare, però, credo sia doveroso dichiarare da subito la mia posizione. Non ho nessun confine da difendere, nessun punto di vista da mantenere e la posizione che occupo è semplicemente quella che reputo al momento la migliore e, come ogni persona innamorata più della verità e della giustizia che delle posizioni, considero che ogni spostamento sia un avanzamento e quindi  sempre auspicabile.

Ho una grande e sincera ammirazione per Claudio Borghi e Diego Fusaro, credo che siano delle persone molto serie, da ascoltare con interesse, ma i miei maestri e i miei punti di riferimento sono Gustavo Piga e Giovanni Salmeri. La loro postura intellettuale è sempre più convincente e perfettamente in linea con quello che mi sembra oggi essere l’atteggiamento di chi guarda il mondo e gli altri e decide di tenerne conto. Sapere che il mondo e l’Altro resiste alle mie rappresentazioni e rispettare questo, rende sicuramente tutto più complesso, ma solo quando si prende sul serio questa complessità allora si riesce a non cadere in seducenti e affascinanti riduzioni (molto spesso ragionevolissime) che lasciano fuori dei valori fondamentali senza i quali nessun successo può dirsi veramente tale. Il che non significa rinunciare a trasformare il mondo, significa semplicemente che trasformare non è solo tagliare con l’accetta, ma anche modellare, utilizzando diversi strumenti che consentono anche forme più complesse e flessibili.

La ragione si può dare sia con il dialogo che con i carri armati, ma quando è la violenza a imporre un sistema giusto, allora qualcosa di essenziale va sempre perduto.

 I carri armati sono scorciatoie, come lo sono le riduzioni, ed entrambe mi sembra siano legate da una simpatia che va ben oltre la retorica. Ogni riduzione, infatti, è una forma di violenza simbolica e viene sistematicamente impiegata dal pensiero forte per ancorare la sua visione del mondo a un criterio di verità così chiaro e distinto da porsi sempre come l’unico degno.

Il pensiero forte difende le posizioni e i confini, teme così tanto le differenze da trasformarle in mostri insuperabili dai quali occorre proteggersi e per farlo mette in gioco una Linea Maginot concettuale aggressiva e insuperabile. Il pensiero forte ha bisogno di un nemico che dia legittimità al suo confine armato e di un capro espiatorio da mettere a morte e sul quale proiettare tutti i mali della società.

Per fortuna, nel nostro caso, tutti e quattro i relatori hanno molta confidenza con il buon senso e la distanza delle posizioni a mio parere è molto più sottile di quello che sembra. Tuttavia si tratta del classico caso in cui piccoli spostamenti alla fine generano grandi distanze. Dialogare e capire bene qual è la vera posta in gioco è importantissimo, è addirittura più importante che vincere la partita.

Ci tenevo a specificare tutto questo perché oggi il pensiero forte sta riemergendo vigorosamente, basta osservare l’attuale ascesa dei nazionalismi che ne sono il riflesso politico, e il confronto che c’è stato il 3 aprile si inserisce involontariamente nel quadro più generale delle elezioni europee dove i vari nazionalismi chiedono riconoscimento e lo fanno avvalendosi di analisi di persone molto serie e credibili che offrono un’aura di scientificità al loro impeto.

Subito dopo la conferenza ci sono stati tantissimi commenti, molti dei quali attribuivano la vittoria all’una o all’altra posizione, ma questo non era uno scontro, era un dialogo e in un dialogo non ci sono né vincitori né vinti, in un dialogo quando si vince, si vince insieme!

Quattro relatori, due posizioni, euro sì, euro no, ma alla fine qual è la  vera posta in gioco?

Unanime la convinzione che l’Europa così com’è ora non funziona, che l’austerità ha effetti venefici per la crescita italiana, che l’euro com’è strutturato devasta le  economie più fragili dell’eurozona e che sia importante recuperare il primato della politica sull’economia.

Un matrimonio fatto forse troppo in fretta – dice Piga – ma davanti ai primi problemi non si deve subito divorziare.  Sulla stessa linea, Salmeri fa l’esempio della crisi adolescenziale –  è un momento che capita ma non per questo quando accade bisogna sparare all’adolescente, più saggio è assisterlo nel processo di crescita. Di tutt’altro avviso Fusaro che vede nell’Europa un progetto criminale, che serve a svuotare la politica in favore dell’economia e l’euro, in questo quadro, si configura come l’armata con cui si esercita questo dominio. Borghi, dal canto suo, non parla esplicitamente di Europa in termini di progetto criminale, tuttavia, da buon economista, mostra in maniera molto lucida come l’uscita dall’euro possa giovare nel breve termine al mercato interno e riempire di nuovo la pancia di quelli che l’austerità ha affamato, aggiungendo, a ragione, il fatto che è proprio la crisi portata dall’euro ad alimentare  nazionalismi e xenofobie. Nel benessere i popoli non si odiano.

Prima di giungere alle conclusioni, però, vorrei aprire una piccola parentesi dal momento che durante il dibattito è stato chiamato in causa il nazismo e Hitler,  e con il nazismo e Hitler non si scherza.
Fusaro paragona l’attuale vertice capitalistico-istituzionale da Bruxelles a Washington al nazismo, dicendo che – Hitler, non torna la seconda volta con i baffetti e la svastica ma parla un ottimo inglese, legge riviste di finanza e identifica la libertà con la liberalizzazione integrale. Non firma i suoi crimini, né ci mette la faccia: nasconde sempre le sue scelte esiziali dietro il teologumeno “ce lo chiede il mercato”. È pronto a condannare ogni forma di violenza che non sia quella, anonima e silenziosa, dell’economia.
Teoria senz’altro suggestiva e che merita più di una riflessione, fermo restando, e bisogna dirlo, che non è solo il nazismo ad avere avuto  il monopolio della violenza. Settanta anni fa il disastro di Hiroshima e Nagasaki è stato fatto dall’America, pertanto il sillogismo: il nazismo è violento, l’attuale sistema capitalistico istituzionale è violento, quindi l’attuale sistema capitalistico istituzionale è nazismo, mi sembra non funzioni molto bene. Sia chiaro, non sto dando giudizi di sorta, l’attuale sistema istituzionale capitalistico potrebbe essere anche peggiore, ma Hitler non è lì. Se oggi ci fosse Hitler sarebbe il leader di qualche movimento nazionalista dal pensiero forte e aggressivo, non sarebbe né in Germania, né in America, ma in un paese che subisce la loro egemonia economica, e invece di individuare gli ebrei come origine di tutti i mali, metterebbe questa volta sull’altare sacrificale l’euro.

Questo, e voglio che sia chiarissimo, non equivale minimamente a dire che tutti quelli che sono contro l’euro siano nazisti (e tantomeno che possano esserlo Borghi o Fusaro), ma solo che i nazisti oggi sono contro l’Europa e vedono nell’euro il loro nuovo capro espiatorio.

Credo che criticare l’euro e l’Europa sia doveroso, perché i problemi ci sono! Ma criticare non significa distruggere, buttare via tutto, ma analizzare possibilità e limiti ed eventualmente emendare. Quello che posso obiettare a Fusaro e Borghi, (che hanno ragione da vendere!) è che nei confronti dell’euro emettono un giudizio troppo severo, un giudizio che poi finisce per ridurre la questione a un problema di rapporti di forza economici dove l’euro si presenta come il garante consapevole della disuguaglianza. Se si vuole essere onesti, bisogna dire che l’uscita dall’euro è sì una possibile alternativa, ma bisogna soprattutto dire che non è né l’unica né, probabilmente, la migliore.

Cambiare le regole del gioco  si può e con nuove regole la pancia si riempie anche con  l’euro, ma per riuscire a cambiarle dobbiamo essere competenti e credibili e scommettere su un’Europa unita e solidale. L’euro può creare dei problemi, ma non è l’origine di tutti i mali e pertanto la sua rimozione non eliminerà tutti i nostri problemi, ne eliminerà forse alcuni, altri rimarranno e di nuovi compariranno. L’euro è una cosa creata dagli uomini e segue la legge degli uomini, non è un destino che cade dall’alto, per tanto vale quello che dice Salmeri. “Ma di chi sono le scelte europee? Sono le mie e le tue, che ti piaccia o no.”

Può piacerci o non piacerci ma le scelte passate le abbiamo fatte noi o chi per noi e se abbiamo commesso degli errori, accettiamo questo fatto assumendoci la responsabilità. Rispettiamo la complessità della situazione e non tiriamo via subito tutto perché poi insieme alla gramigna se ne va via anche il grano!  L’Europa non è solo quella della finanza e dell’austerità, c’è tanto di buono in questa Europa che va riconosciuto. L’Europa offre delle prospettive che una nazione da sola non può nemmeno immaginare.

E ora torniamo a bomba sulla questione, qual è allora la vera posta in gioco?

La posta in gioco è proprio il nostro domani. L’Europa di domani dipende dalle scelte che facciamo oggi. Uscire dall’euro significa ridurre e proteggere il confine. Dall’euro, se se ne esce, se ne esce ridimensionati in prospettive e opportunità. Saremo forse apparentemente più sovrani, ma in una dimensione decisamente ridotta. Uscire dall’euro non è una cosa che incide solo sull’economia ma ha delle ripercussioni profonde sulla struttura della nostra  società. Oggi dire no all’euro è dire no all’Europa. È questo il vero punto.

Quindi la domanda che dovremmo porci realmente è: che Paese vogliamo essere? Un Paese che coltiva solo il proprio orticello, o un Paese che vuole essere protagonista nelle questioni internazionali? E soprattutto, in quale tessuto sociale vogliamo vivere noi e vogliamo che vivano i nostri figli e nipoti?

Solo dopo aver risposto a queste domande eventualmente ha senso poi porsi il problema dell’euro.

Euro sì, euro no, senza una riflessione preventiva su chi siamo e chi vogliamo diventare, è uno schermo, un fantasma, una riduzione che funziona molto bene quando si tratta di fare spot elettorali, ma che lascia fuori dalla discussione le questioni decisive.

L’Italia è un paese diverso da quello che oggi si cerca prepotentemente di affermare, l’Italia non è assolutamente un paese fallito! Ha ancora  tante risorse e degli strumenti potentissimi per diventare un punto di riferimento in Europa, se non ci accorgiamo di ciò, e continuiamo a predicare il fallimento, saremo noi e non Bruxelles a produrre la realtà di cui parliamo e questo perché mettendo il paraocchi lasciamo fuori dalle nostre prospettive tutta la bellezza di cui siamo portatori.

Borghi e Fusaro hanno ragione, ma Piga e Salmeri ne hanno ancora di più.

di Lorenzo Echeoni

15 aprile 2014

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