Exit poll per la leadership cattolica

Exit poll per la leadership cattolica

Il 20 luglio 2017 un editoriale di Andrea Riccardi sul Corriere della Sera passò ingiustamente inosservato. Ferveva la discussione sulla legge riguardo allo ius soli, dopo molti contrasti si decise per rinviarne l’approvazione. Diversamente da altri, Riccardi fu molto lucido. Anzitutto intuì che la legge era ormai affossata: il vero motivo del rinvio era il fatto che il disegno di legge era divenuto palesemente impopolare (per ciò che diceva e per ciò che più o meno inevitabilmente significava): quale partito si impegna in una dubbia battaglia che gli farebbe solo perdere consensi? Ma fu lucido soprattutto per un altro motivo: perché riconobbe in quel fallimento anzitutto una sconfitta della Chiesa cattolica. Giustissimo. Difficile in effetti trovare nella cronaca italiana degli ultimi decenni una battaglia politica intrapresa con tanta determinazione dalla Chiesa, portata avanti con la quasi certezza della vittoria, conclusa invece una sconfitta così imbarazzante. Gli elementi che Riccardi inanellava nella sua mesta analisi erano diversi, a cominciare dal fatto (come minimo insolito) che il Papa stesso, si suppone in quanto Primate d’Italia, fosse stato il primo firmatario di una petizione in favore della legge. Una legge viene accantonata malgrado il Papa, nel mondo la maggiore autorità morale, si sia personalmente impegnato a sostenerla, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana! Unico (si può aggiungere) l’impegno profuso da Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale, che per diverso tempo quasi diventò monotematico, presentando per di più qualsiasi perplessità nei confronti del progetto di legge come cristianamente inaccettabile. E così via. Come questo spiegamento di forze poteva essere stato inefficace in un Paese tradizionalmente cattolico, molto più di altri malgrado i processi di secolarizzazione? Riccardi suggerì una diagnosi verosimile: non era il cattolicesimo in regresso, era piuttosto la «leadership cattolica» (in linguaggio tecnico: la Conferenza Episcopale Italiana) che non rappresentava affatto i cattolici, o inversamente erano i cattolici che non obbedivano agli ordini ricevuti. Quando la Chiesa aveva dato indicazioni conservatrici c’erano stati autodichiaratisi «cattolici adulti» che dissentivano e disobbedivano: bisogna ora forse denunciare come inaccettabile il dissenso di senso contrario?

Riccardi è stato uno dei maggiori sostenitori, se non ispiratori, della legge sullo ius soli, da lui ribattezzato in quest’occasione ius culturae. Tanto più da apprezzare la sobrietà con cui analizzò la situazione. Certo: dal suo punto di vista questo distacco era un segno della mancanza di una vera cultura cattolica, della sua frammentazione in clan litigiosi, dello scivolamento verso l’«irrilevanza» in politica. Ma i fatti oggetto di questa seconda tappa del suo ragionamento, in buona parte condivisibile, si prestano anche ad altre interpretazioni: e se il distacco della leadership cattolica dalla base fosse anzitutto analogo al declino del socialismo in Europa? In effetti tutta l’avversione al progetto di legge sullo ius soli ha ripetuto uno schema tante volte visto: un’affermazione di principio in sé certamente nobile, nella quale tuttavia la maggior parte delle persone non si sente più riconosciuta, si percepisce anzi (sia pure ad un livello simbolico) sostanzialmente abbandonata. Che questi sentimenti possano aver albergato anche nel mondo cattolico è pienamente comprensibile quando si osserva che esso non solo condivide (ovviamente) le medesime angosce sulla sicurezza, sul lavoro, sul futuro, ma aggiunge proprio l’elemento dell’«identità» cristiana, che percepisce quasi colpevolizzata da una retorica dell’accoglienza in cui il richiamo alla ricchezza dell’«alterità» manca di un confronto di merito con la realtà di tali differenze. Detto rozzamente: deve sentirsi così in colpa chi per esempio tra la pari dignità della donna e l’accoglienza di una cultura in cui la donna pari non è preferisce la prima cosa? Che in quei giorni perfino voci politiche chiaramente «di sinistra» cominciassero ad agitare timidamente slogan di autodifesa è comprensibile come il tentativo (forse subconscio, comunque fallito) di recuperare simpatia in questo terreno.

Letto l’editoriale di Riccardi, lo archiviai con cura: pensai che prima o poi mi sarebbe servito. Ecco arrivato il giorno: rendiamogli onore per aver descritto, con otto mesi di anticipo, ciò che su scala maggiore è avvenuto alle ultime elezioni politiche, ma che i primi commenti hanno (mi pare) poco notato. Tanti mutamenti, certo: ma tra questi c’è anche il tracollo politico della leadership cattolica. Diversamente dai lunghi anni del sostegno alla Democrazia Cristiana, non c’è stato ovviamente nessun appoggio esplicito ad un partito. Ma è evidente dove sono state orientate le simpatie: in primo luogo verso il Partito Democratico, sostenuto o almeno mai ostacolato nelle sue politiche, anche quando eticamente sensibili; in modo più sfumato verso la sinistra più radicale (pur sempre sintonizzata su certe battaglie quali appunto lo ius soli) o verso gli eredi del Partito Radicale (fatti oggetto di un sorprendente salvataggio elettorale ad opera di una delle residuali forze dichiaratamente cattoliche del Parlamento: un’operazione avvenuta senza grosse obiezioni da parte della Chiesa). Il disastro elettorale di queste tre forze è stato epocale: forse meno nel terzo caso, dove però l’esiguità del risultato (un solo seggio!) stride con la costosissima campagna elettorale condotta. Evidente anche dove andasse la principale antipatia: alla Lega di Matteo Salvini, a pochi giorni dalle elezioni gratificata su Avvenire di un confronto con il Partito Nazista di Hitler e dell’attribuzione di una politica di solo «odio». E questa è una delle due parti politiche che ha ottenuto più successo.

Morale? Se si volesse scherzare, bisognerebbe mettere in guardia chiunque dall’appoggio dell’attuale leadership cattolica: porta male. Se si vuole esser seri, credo che bisogna augurarsi che i cattolici adulti (di qualsiasi adultità) intraprendano il compito di una cultura capace di ridire chiaramente i valori cristiani in modo significativo per la società e contemporaneamente vicino alla vita delle persone: cosa che in queste elezioni è mancata. Saranno poi le regole della democrazia a sancire il gradimento o l’insuccesso della proposta e imporre i necessari compromessi.

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