Chi legge questo articolo acconsente all’uso dei cookies

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Ormai è diventata parte della procedura obbligata per visitare qualsiasi nuovo sito: si scrive l’indirizzo o si segue un collegamento, dopo qualche secondo si atterra nella pagina principale, si cerca rapidamente una fastidiosa striscia in alto o in basso, si fa un rapido click dove c’è scritto «Accetto» o «OK» o qualcosa del genere, e si comincia a scorrere la pagina. Alzi la mano chi nelle ultime cento volte ha mai letto attentamente che cosa dice quella striscia, oppure è andato a consultare la pagina dove vengono date maggiori spiegazioni, oppure capisce esattamente che consenso viene chiesto e quali conseguenze ha, oppure sa come consultare il sito senza di fatto dare il consenso a nulla di rilevante. Oppure, per essere più tecnici, chi sa spiegare che cosa sono e come funzionano i cookies che dovrebbe accettare o rifiutare (qualche anno fa, con tipico humour da ingegneri, un browser insegnava nella finestra delle preferenze che «i cookies sono ottimi biscottini», insomma: non perdiamo tempo a spiegartelo perché in realtà è complicato).

Di fronte a ciò si potrebbero fare molte considerazioni. Per esempio, ci si potrebbe chiedere se la Comunità Europea non sappia fare di meglio, oppure se chi legifera e interviene in un campo tecnico non debba anzitutto conoscerlo bene per evitare figuracce. Però queste sarebbero divagazioni, perché il caso dei biscottini (e della Comunità Europea che legifera su di essi) è in realtà uno su mille consimili. Chi mai legge i contratti che firma in banca per aprire un conto corrente? chi prende visione delle condizioni generali di vendita di qualsiasi sito di acquisti? chi legge le infinite avvertenze d’uso di un aspirapolvere prima di accenderlo? chi segue le istruzioni dei bastoncini di ovatta (che ne proibiscono proprio il loro uso più comune, cioè la pulizia delle orecchie)? quanti di coloro che firmano il «consenso informato» prima di un’operazione hanno precisa cognizione di ciò che stanno accettando? peggio ancora, chi conosce veramente le leggi che dovrebbe rispettare nella sua professione, nella sua vita normale di cittadino? «Nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale», dice l’art. 5 del Codice penale italiano. Ma le leggi in vigore in Italia sono (si dice) più di 160mila, e pure la Corte costituzionale nel 1988 si trovò costretta a riconoscere che in realtà l’art. 5 del Codice penale è illegittimo.

La situazione insomma è universale: siamo circondati da folte siepi di indicazioni, norme, condizioni, istruzioni, avvertenze, regole che dovremmo aver letto e compreso, e talvolta dichiariamo pure di averlo fatto; ma se lo facessimo veramente smetteremmo di vivere e saremmo additati come nevrotici. Sicuramente c’è qualcosa di malato in tutto questo, ma non è affatto facile capire la malattia in che cosa consista. Certo, la situazione sarebbe diversa se si eliminassero le cose inutili e si rendessero più brevi e chiare le poche utili. Forse ognuno di noi almeno una volta nella vita ha provato a leggere le avvertenze di uso di un nuovo acquisto: ma quando per un apparecchio alimentato da due pile stilo ha trovato avvertenze contro il rischio di scosse elettriche ne ha giustamente concluso che ci sono modi più intelligenti di occupare il proprio tempo che leggere avvertenze idiote, pure con il rischio di trascurare qualcosa che realmente servirebbe. Una radicale opera di sfrondamento e semplificazione aiuterebbe tutti. E tuttavia c’è da dubitare che il problema consista solo nell’inettitudine di chi scrive avvertenze e informazioni o di chi concepisce le norme che le regolano.

In realtà, se ci chiediamo perché firmiamo, o selezioniamo un bottone con «Accetto», pure senza aver letto nulla, il motivo non è solo che abbiamo cose più importanti da fare, ovvero, in maniera equivalente, che il rischio di perderci qualcosa è minore della certezza dello spreco di forze e di tempo necessario per accettare consapevolmente tutto. Il motivo è che (spesso lo diciamo anche esplicitamente), ci fidiamo. Ci fidiamo che il sito al quale siamo arrivati non faccia cose terribili e misteriose, ci fidiamo che il nostro medico ci consigli cure ed interventi buoni e proporzionati, ci fidiamo che l’impiegato di banca non ci stia truffando e che i nostri leciti interessi siano entrambi soddisfatti, ci fidiamo che il produttore non metta in commercio oggetti troppo pericolosi, e così via. In qualche raro caso non ci fidiamo e preferiamo controllare tutto, talvolta la fiducia non è ben riposta perché ovviamente inganni e truffe accadono, ma per la maggior parte dei nostri atti noi supponiamo appunto che non sia così.

Ecco, appena esprimiamo le cose in questo modo intuiamo da dove viene la selva nevrotica di cui parlavamo: non dalla mancanza di fiducia (che continua ad esserci, malgrado tutto), ma dalla difficoltà ad ammettere che la vita umana è così, a partire da quando si viene al mondo e per lunghi anni ci si affida soltanto a ciò che dagli adulti si riceve: cibo, gesti, parole. Crescere cambia radicalmente le modalità di questa fiducia, ma essa resta pur sempre fiducia. Il che vuol dire che gli esseri umani, che lo vogliano o meno, sono sempre radicalmente dipendenti gli uni dagli altri, e anche i rapporti civili e politici si alimentano dal rischio dell’incontro umano. L’evoluzione della civiltà e della tecnologia non soltanto non diminuisce ciò, ma anzi ne moltiplica a dismisura l’importanza, perché sempre più cose ci sfuggono: a cominciare dal biscottino che ci offre il sito, e del quale non riusciamo neppure a capire che cosa possa significare che esso sia avvelenato o no. Inquietante, vero? Sembra più pulito e più moderno dire che non è necessaria nessuna fiducia, e che tutto è il trasparente risultato di condizioni conosciute e liberamente accettate, senza pericoli e senza sorprese.

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