Tinder e Platone

Tinder e Platone

Qualche tempo fa mi è stato segnalato un articolo di attualità che parlava di una grande agitazione tra gli utenti di Tinder. Fino a poco tempo fa in realtà non sapevo neppure che cosa esso fosse: è un’applicazione per smartphone che ha il fine di facilitare l’accoppiamento sentimentale. Si inserisce qualche propria foto, le preferenze riguardo al partner desiderato, la distanza massima alla quale lo si cerca (i trasporti sono fonte di inquinamento e stress, a quanto pare). A quel punto vengono mostrate le foto delle persone compatibili con i propri criteri, e che hanno espresso preferenze a loro volta compatibili. Su quelle che piacciono si può fare un segno per esprimere il gradimento. L’altro o altra però non ne saprà nulla a meno che anche lui o lei non abbia fatto reciprocamente la stessa cosa. A questo punto è fatta: l’applicazione mette in contatto i due simpatizzanti e se son rose fioriranno.

Bisogna riconoscere che c’è qualcosa di geniale in questo meccanismo: facile, veloce, senza troppe pastoie, e soprattutto senza quell’angosciante dubbio che ha devastato interi prati a forza di sfogliamenti di margherite. Qui è tutto facile: nessuna dichiarazione non corrisposta, nessun imbarazzo (esiste ancora?) nel dover replicare: «Tu per me sei un/a grande amico/a…». Accoppiamenti senza rischi!

Bene, questo il retroterra. Ma da dove l’agitazione di cui dicevamo? Dall’aver scoperto, grazie a qualche confidenza di troppo, che il meccanismo non è così neutro come pare. Vengono mostrate le foto delle persone compatibili, abbiamo detto: ma quali tra le molte disponibili? Ebbene, si è saputo che la scelta non è affatto casuale, ma governata da un algoritmo: ai più desiderati vengono mostrati i più desiderati, ai meno desiderati i meno desiderati. Un po’ brutalmente (visto che l’unico dato per far sbocciare una simpatia è qualche foto), ai belli e alle belle i belli e le belle, e parimenti con i bruttini e le bruttine. Così tutto sarà più equo, le delusioni e le recriminazioni sono ridotte al minimo. Gli utenti di Tinder sono in agitazione, si sentono manipolati e offesi. Gli studiosi di filosofia antica invece debbono sorridere con soddisfazione: non soltanto, come è stato detto, l’intera storia della filosofia è una serie di note a piè di pagina a Platone, ma perfino il meccanismo or ora detto è esattamente quello che questi ha descritto, due millenni e mezzo fa, nella Repubblica. In questo ambiziosissimo disegno della città ideale (così ideale che Platone stesso sa e dichiara irrealizzabile) un posto importante è occupato appunto dalla questione dell’accoppiamento: se qualsiasi bravo allevatore sceglie accuratamente quali animali si debbano unire con quali, perché in una città le cose dovrebbero essere diverse? E tuttavia il problema è che gli esseri umani, irrazionalmente, si vogliono sentire liberi in questo terreno. Geniale soluzione: «– Allora credo che si debbano organizzare dei sorteggi truccati, per far sì che in ogni accoppiamento la persona mediocre incolpi la sorte, non i governanti. – Ma certo, assentì» (Resp. 460a). Ecco, Tinder l’ha inventato Platone!

Forse tutta la questione merita solo un sorriso. O forse qualche cosa di più. Anzitutto perché pare che sommando gli utenti di Tinder e delle applicazioni consimilissime si raggiunga il totale di 50 milioni di persone, attive ognuna per 90 minuti al giorno. Numeri enormi! In secondo luogo perché la trovata di Platone è stata sempre guardata come una delle più impresentabili. Comunque la si voglia giudicare nel contesto del suo discorso (una proposta seria? un intenzionale paradosso? un’esagerazione comica?) essa rappresenta il culmine di una città totalitaria, che tratta le persone come animali da allevamento e tuttavia si preoccupa di farle illudere di essere libere: e quale campo se non quello del sesso e dell’amore per realizzare completamente questo disegno? Una ventina d’anni fa il filosofo tedesco Peter Sloterdijk scandalizzò con una conferenza sulle Regole per il parco umano (in tedesco un gioco di parole che meglio potrebbe essere reso come «giardino antropologico», o «antropoparco»), in cui invitava a ripensare seriamente le proposte della Repubblica sulla linea della biotecnologia: perché non usarne se essa permette un’umanità «migliore», esattamente come si fa con mucche e cavalli? Ma Tinder sta mostrando che un obiettivo si può raggiungere più a buon mercato: per un’umanità che si accoppia contenta e spensierata basta un’economica e un po’ truffaldina applicazione.

No, dietro Tinder non c’è nessuna congiura nascosta per conquistare il mondo; ma certamente c’è l’adeguamento perfetto ad una società il cui imperativo è il godimento senza complicazioni. Un adeguamento che, si osservi bene, passa attraverso il caleidoscopio del sentimento, la speranza di relazioni autentiche, la sete di umanità: è solo per questo motivo che il sito di Tinder moltiplica le foto (immaginarie? rappresentative di un caso su diecimila?) di ragazzi inginocchiati che offrono all’amata un anello con un diamante. Tutto è possibile, ovviamente, ma è chiaro che un’applicazione come Tinder funziona tanto meglio quanto quella scena meno avverrà, esattamente come la macchina della pubblicità funziona solo se crea perenne insoddisfazione.

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