Io mi schiero con Rania

Io mi schiero con Rania

All’indomani del tragico attacco a Parigi, nei commenti si è ripetuto un copione già visto. Da una parte coloro che (magari con scuse postume ad Oriana Fallaci) hanno additato in quegli attacchi terroristici un’espressione dell’islam, dall’altra coloro che hanno affermato che quegli assassini non hanno nulla a che vedere con l’islam, quello «vero». In mezzo i molti che hanno schivato il problema, per esempio affidandosi alla magia delle parole e scrivendo che quello è terrorismo «islamista», non «islamico». Chi ha ragione?

Le questioni sono complesse, ma una risposta preliminare è facile: quegli attacchi terroristici sono stati compiuti da musulmani, in nome della loro specifica fede. Negarlo è impossibile. Non soltanto perché essi hanno ucciso gridando «Allah è grande» e non (putacaso) «Sia lodato Gesù Cristo» o «Il mio rifugio è nel Buddha» o anche «Dio è morto». Ma soprattutto perché tali atti si pongono in un contesto storico in cui la religione islamica, globalmente considerata, sta sperimentando un’enorme difficoltà nei confronti della violenza. Oggi si può trattare dell’Isis: in altri momenti si può trattare di Boko Haram che in Nigeria uccide i cristiani e schiavizza le cristiane, un altro giorno ancora di un regime che punisce con interminabili torture un oppositore politico, oppure di uno che pone in stato di perenne terrore i non musulmani punendo come bestemmia la semplice affermazione della loro fede e lasciando impuniti i più efferati delitti compiuti contro di essi, o di un altro ancora che pur mostrandosi «moderato» (e dunque gradito interlocutore degli europei) fa sistematicamente impiccare in pubblico minorenni, un altro giorno può essere l’organizzazione che applaude come eroe chi ha ucciso per strada un uomo innocente e poi suo figlio che cercava aiuto, e così via. Non è un caso. La storia dell’islam moderno e contemporaneo mostra quali siano le origini di tutto questo, e in che modo un’interpretazione violenta dell’islam (senza dubbio resa possibile dal Corano) abbia potuto dilagare in tanti rivoli. Basta prendere un libro ben fatto e studiare.

Certo, potremmo dire che questo non è «vero islam»: ma in tal caso non useremmo «vero» nel senso dell’esattezza storica, ma piuttosto in quello della corrispondenza a valori umani genuini, e l’affermazione sarebbe dunque alla fine tautologica e inutile. Neppure aiuta molto classificare il problema attuale dell’islam nella sfuggente categoria del «fondamentalismo religioso», soprattutto perché quale sia l’esito del fondamentalismo dipende dai dati di partenza, che sono diversi per ogni religione: quando nel cristianesimo c’è stato un fanatico che ha preteso di seguire il Vangelo alla lettera, rifiutando ogni mediazione (sine glossa), quel fanatico fu Francesco d’Assisi. Neppure serve evocare le colpe pregresse o attuali dell’Occidente (che ci sono e gravi), o la fragilità culturale e religiosa dell’Europa, o il modo in cui la violenza viene alimentata anche da divisioni interne all’islam: sono tutte cose importanti su cui riflettere, ma capire come un virus ha potuto attecchire e svilupparsi aiuta poco a trovare una terapia.

Il terrorismo con cui ci stiamo confrontando è dunque un terrorismo di musulmani, che agiscono in nome della propria fede. È comprensibile che si provi un po’ di esitazione a dirlo, ma bisogna farlo. Per amore della verità, ma anche perché in questo modo si aiutano i tanti musulmani (politici, intellettuali, scrittori, gente comune) che stanno ponendo da anni il problema di che cosa debba essere l’islam, combattendo (loro sì) una battaglia di civiltà. La loro battaglia da nulla viene pregiudicata di più che dal sostenere l’idea, ignorante o superficiale, che nell’islam non esista nessun problema. «Stiamo affrontando un tempo di grande pericolo», dichiarò meno di tre mesi fa Rania, la regina di Giordania. «Il cosiddetto Stato Islamico continua a diffondere la sua diabolica ideologia. I musulmani moderati di tutto il mondo non stanno facendo abbastanza per vincere lo scontro ideologico al cuore di questa battaglia. Non stiamo attivamente aiutando l’Isis, ma neppure lo stiamo attivamente fermando. E non possiamo schierarci contro di loro finché come musulmani non siamo d’accordo su ciò a favore di cui vogliamo schierarci». Ecco il grandissimo problema dell’islam di oggi. E per che cosa si voglia schierare la regina Rania si capisce dalle frasi che scorrono in testa al suo sito, accanto alla sua foto sorridente con i capelli sciolti e ad immagini di gruppi di bambine e bambini: «Credo nel vostro diritto ad un’istruzione, ad un’opportunità, ad una vita con dignità. Credo che nasciamo tutti uguali, perché tutti nasciamo con il dono del pensiero. Credo che l’istruzione è la chiave per aprire tutte le porte della vostra mente». Anche questo è islam. Preferisco dire che il terrorismo di Parigi è musulmano, e così contemporaneamente potermi schierare con Rania. Che sia il suo islam a vincere.

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