Chi ha la responsabilità dell’educazione?

Recentemente è circolata (perlomeno nei circuiti poco inclini al politically correct) una notizia sorprendente: in Germania un padre di famiglia è stato arrestato sotto gli occhi dei suoi bambini e incarcerato per un giorno perché una sua figlia è uscita dalla classe per non assistere più alle lezioni di educazione sessuale, che la avevano turbata e disgustata. La madre pure sarà incarcerata appena avrà terminato l’allattamento del figlio più piccolo. Perché mai? Perché esiste un preciso dovere legale a mandare i figli a scuola, e questa ribellione della figlia poteva essere dovuta ad orientamenti dati in famiglia. Ancora più sorprendente è il fatto che non si è trattato del primo caso: relativamente molti sono i genitori che hanno subìto provvedimenti simili, sempre e solo in relazione all’educazione sessuale (altre assenze non vengono mai perseguite).

Che cosa dire? Proviamo a ragionare così. Una coppia ha il diritto di dare la vita ad un figlio, e questo è un diritto che solo le dittature peggiori negano (anche quando sono mascherate da agenzie umanitarie). Ma a questo diritto connesso alla biologia è spontaneamente associata una responsabilità, così come nella natura è radicata la cultura: la responsabilità di educare, di rendere capaci di vivere (un’abilità che negli esseri umani è straordinariamente ritardata rispetto alla nascita). Ma essere capaci di vivere non significa solo avere un libretto di istruzioni per sopravvivere nella giungla umana, ma anche possedere quei valori che consentano di orientarsi nei rapporti con gli altri e con il mondo (ed eventualmente, se si ritiene che esista, con un Dio). La responsabilità prima e irrinunciabile dell’educazione è insomma dei genitori, tant’è vero che sottrarre questa responsabilità significa anche compiere verso di loro l’atto giuridico più grave: togliere la patria potestà, che significa grosso modo dire che il loro figlio da allora in poi sarà considerato come un orfano.

Secondo passo: in civiltà complesse i genitori non hanno più le competenze, il tempo, le forze per svolgere fino in fondo questo compito. La società fonda quindi agenzie specializzate, le scuole, che suppliscono laddove i genitori non possono più educare efficacemente (il che arriva molto presto, in genere dall’apprendimento della scrittura in poi). Ma questa supplenza avviene appunto laddove i genitori non possono e fino al punto in cui i genitori non possono, perché la responsabilità è pur sempre loro. È per questo che la scuola non deve immischiarsi di educazione sessuale (cosa che per secoli è sempre avvenuta a casa: è là che si è sempre imparato che cosa significa amare, essere sposati, nascere, morire), oppure deve farlo con l’approvazione dei genitori (perché ciò che è richiesto è un’elementare maturità umana senza la quale dovrebbe essere tolta anche la patria potestà). Se quella che viene impartita è un’«educazione sessuale» in cui i genitori sono per definizione incompetenti, be’, vuol dire che in quest’educazione c’è qualcosa che non funziona.

Insomma: mettere in galera dei genitori perché hanno trasmesso al figlio atteggiamenti, stili, carattere, che gli fanno ritenere insopportabile una certa lezione di educazione sessuale è una decisione degna di una dittatura. Ma è degno di una dittatura anche solo non informarli chiaramente e non chiedere il loro consenso. I titolari dell’educazione sono loro.

Tutti d’accordo? Io no. Quattro anni fa i giornali italiani riportarono la storia di una ragazza musulmana che frequentava una scuola media in Italia. I genitori, aderenti ad un’interpretazione fondamentalista del Corano, ritenevano che la musica (eccettuato il canto del muezzin) fosse «roba da infedeli», e la figlia era sistematicamente assente quando c’era educazione musicale. Alla fine la soluzione si trovò: la ragazza andava a scuola e restava in aula, ma con i tappi nelle orecchie. In effetti le frasi che abbiamo sopra scritto sull’educazione sessuale funzionano altrettanto bene se si sostituisce «sessuale» con «musicale»: non è la musica legata alle prime ninnenanne che si ascoltano a casa, non ha un valore intimamente religioso che la rende uno dei canali più forti ed efficaci di trasmissione di sentimenti, valori, orientamenti? Conclusione: è degno di una dittatura non chiedere il consenso ai genitori riguardo all’educazione musicale, è un meraviglioso successo della centralità della famiglia la soluzione dei tappi alle orecchie.

Non ci piace questo ragionamento? Allora anche il primo era difettoso. Il fatto è che troppo spesso c’è la tentazione di cercare una soluzione ai problemi con formule che evitino di prendere posizione sulle cose e i valori specifici che sono in gioco: così abbiamo l’impressione di essere neutrali e inattaccabili. Prima o poi però le formule ci si ritorcono contro con conseguenze impreviste. Purtroppo affermare che la «titolarità dell’educazione è della famiglia» è una di queste formulette: anche se è vera, come soluzione magica non funziona affatto, perché il problema reale è che cosa sia «educazione» e che cosa non lo sia. Proviamo invece a discutere su di essa, a prendere posizione sulle cose. Diciamo per esempio che a scuola la pornografia infantile va male, e che le poesie d’amore e la dignità della donna vanno bene. Diciamo che Josquin Desprez e Nino Rota vanno bene, e che il rock satanico va male. E se si vuole fare un cineforum, diciamo che La strada di Fellini va bene e Giovannona coscialunga va male. È su queste cose che si deve discutere, portando argomenti e non solo opinioni e gusti: probabilmente il consenso che si raggiungerà è molto maggiore di quanto si possa immaginare.

E se i genitori sono contrari a poesie d’amore, dignità della donna, Josquin Desprez, Nino Rota e La strada? Ebbene, i figli hanno diritto ad una scuola che permetta loro di superare i limiti della propria famiglia: ciò che in innumerevoli volte è avvenuto e avviene. L’istruzione pubblica obbligatoria è fatta anche per questo. Purtroppo non basta enunciare il principio, in caso di conflitto le scelte potranno essere rischiose, parziali, incerte: anche nel confronto tra insegnanti e famiglie ci sono libertà in gioco! Ma mi pare che questa sia una funzione umanizzante e liberante a cui la scuola non può mai rinunciare, a meno che vogliamo rinunciare anche alla nostra civiltà e farla precipitare in un aggregato di fazioni e clan.

Giovanni Salmeri
(Presidente del Corso di laurea in Filosofia, Università di Roma Tor Vergata)

11 gennaio 2015

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