Perché, da cattolico, voglio l’ora di religione, ma non il catechismo

Perché, da cattolico, voglio l’ora di religione, ma non il catechismo

Articolo di risposta a Giovanni Gaetani

Qualche giorno fa ho letto con attenzione un articolo interessante di Giovanni Gaetani su «Critica Liberale» dal titolo: Perché, da ateo, voglio l’ora di religione – ma non quella cattolica.

Ecco qui il link per la lettura: https://www.academia.edu/28292507/Perché_da_ateo_voglio_lora_di_religione_-_ma_non_quella_cattolica

Molte sfumature dell’articolo mi lasciano perplesso, tuttavia sono pienamente d’accordo con la conclusione: anche io vorrei l’insegnamento della religione, ma non sotto la forma del catechismo cattolico. A volte percorsi diversi portano agli stessi risultati, il che è un bene, ma in seconda battuta mi viene un dubbio: ma davvero sono gli stessi risultati? L’affermazione “Perché, da cattolico, voglio l’ora di religione – ma non il catechismo cattolico” rappresenta la stessa posizione di chi scrive “Perché, da ateo, voglio l’ora di religione – ma non quella cattolica”?  A questo punto non lo so, rimando a Giovanni l’ardua sentenza.

Vorrei partire da ciò che mi lascia perplesso dell’articolo.

Scorrendo tra le righe rimango disorientato da un’eccessiva identificazione del concetto di ateismo con quello di laicità e ho sempre la sensazione che la lente con la quale viene messa a fuoco la questione abbia uno sbilanciamento ideologico e proselitistico.

Se prendo il dizionario e cerco la parola laicità trovo questa definizione: “assoluta indipendenza e autonomia nei confronti della Chiesa cattolica o di altra confessione religiosa; anche, estens., nei confronti di qualsiasi ideologia”.

Per la parola ateismo:

1. “Dottrina che nega l’esistenza di Dio, escludendone l’azione causale sulla realtà”.
2.“L’orientamento mentale e il conseguente atteggiamento di chi nega l’esistenza di Dio”.

L’ateismo viene appunto definito dottrina, com’è quella fascista, quella comunista e quella cattolica. È un orientamento al quale chi aderisce dà credito, non è il dispiegamento stesso della verità.

È bene chiarire questo da subito perché troppo spesso noto la tendenza, a volte anche in buona fede, a sovrapporre i due termini fino a identificarli e a declinare il laicismo nella forma dell’anticlericalismo.

Fascismo, comunismo, cattolicesimo, ateismo sono tutte “visioni del mondo” in competizione che lottano per esistere e veicolare le loro categorie di valutazione e percezione. Ci sono visioni del mondo più influenti e altre meno influenti (il che non ci dice assolutamente nulla sul loro grado di verità): alcune possono coesistere, altre sono in totale opposizione. Le combinazioni sono ampie e non è questo il punto: quello che mi interessa chiarire è che tutte le visioni del mondo, sia quella cattolica che quella atea (anche se qui bisognerebbe fare una piccola nota capendo bene di cosa stiamo parlando quando parliamo di ateismo), sono nella medesima posizione rispetto al concetto di laicità.

L’orientamento ideologico dell’articolo invece, a mio avviso, emerge soprattutto nella seconda parte, ed è del tutto legittimo in quanto esplicitamente vengono chiamati a raccolta gli “atei più intransigenti”, tuttavia la retorica messa in gioco è sorprendentemente iniziatica, si ha sempre l’impressione che si presupponga che l’ateo sia un “risvegliato” dotato di una consapevolezza superiore che gli consente di guardare dall’alto in basso il pensiero religioso considerato come ingenuo e immaturo. L’ateismo in questo modo va dunque a configurarsi come il superamento delle religioni e non come un’alternativa alle stesse, così che nell’articolo l’ateo può essere immediatamente rassicurato poiché la naturale conclusione del ragionamento è che studiare la religione è bene in quanto permette di allontanarsene.

Ecco, questo è un atteggiamento di fondo che non mi piace. Sarebbe un buon professore di filosofia quello che dicesse ai suoi alunni “è bene leggere Aristotele e le sue teorie sulle donne, sulla dinamica e sul cosmo, così che vi rendiate conto di quanto fossero assurde le cose che diceva e che è bene quindi tenere a distanza tutta la filosofia”? Per me no.

Al liceo ho avuto la fortuna di avere una professoressa di lettere che mi ha fatto leggere testi di autori di destra e di sinistra, credenti e non credenti, con la capacità di farmeli amare tutti indistintamente, facendomi scoprire ciò che di bello avevano, senza mai far trapelare quale fosse il suo orientamento politico e religioso.  Sono stato fortunato e infatti a distanza di anni ancora ricordo e ammiro quell’atteggiamento didattico che a questo punto scopro essere non ovvio e nello stesso momento straordinariamente edificante.

Aggiungo: al liceo facevo religione e l’ho fatta anche alle medie e alle elementari e nonostante questo ero molto scettico e critico verso il cristianesimo, soprattutto nella versione cattolica. Quell’ora di religione non aveva su di me (e nemmeno sui miei compagni) il potere che Giovanni le assegna.

Io sono diventato cristiano – e poi cattolico, e non me lo sarei mai augurato – successivamente, proprio quando ho provato a studiare in maniera critica e comparata le religioni.

Ci sono alcuni punti dell’articolo che vorrei commentare:

“… è soltanto analizzando le varie acrobazie teologiche ed esegetiche che giustificano certe assurdità […] che uno studente potrà sviluppare gli anticorpi contro quelle assurdità”

– È esattamente quello che invitano a fare le religioni, nei tratti più fanatici, verso le altre religioni: conoscile per combatterle meglio! Come già detto, è un atteggiamento riduzionistico e ideologico che non mi è mai piaciuto.

“Analogamente, è soltanto studiando la palese impostura di Joseph Smith, fondatore del Mormonismo, che uno studente dubiterà di qualsiasi futuro profeta che si autoproclamerà in possesso della parola di Dio o, più semplicemente, di qualsiasi indisputabile ‘Verità’ rivelata”.

– “Uno per tutti, tutti per uno!”, dicevano i tre moschettieri. Universalizzare il particolare non mi sembra una buona prospettiva epistemologica. Mentre leggevo questo passo ho sentito Popper rivoltarsi tre volte nella tomba.

“Infine, è soltanto abbracciando il più possibile l’intero spettro delle religioni mondiali che un ragazzo potrà intuire che, in fondo, è molto più probabile che ognuna delle religioni erri in qualche punto della sua dottrina, piuttosto che pensare, come il peggiore dei fondamentalismi, che esista un’unica religione vera in mezzo ad un oceano di religioni false e miscredenti”.

– Vale anche per l’ateismo? Se nella frase proviamo a sostituire la parola “conoscenza” o “scienza” al termine “religione” cosa verrebbe fuori? Poi se la partita va giocata sul campo della probabilità è un altro discorso, e vorrei far notare che dal Big Bang ad oggi le probabilità che io nascessi erano infinitamente vicine allo zero e invece eccomi qua! Quando si parla di probabilità la prudenza non è mai troppa.

Condivido l’atteggiamento prudente e distante verso fenomeni non ordinari, il dubbio protegge dai cialtroni, ma non si può bannare a priori tutto quello che cade fuori dalle proprie rappresentazioni. Una volta ho sentito dire, e mi si è accapponata la pelle, che la resurrezione non esiste in quanto scientificamente impossibile.

Detto ciò, dobbiamo comunque riconoscere che il buon articolo scritto da Giovanni offre spunti molto validi e interessanti.

Al di là delle implicazioni giuridiche che sono state giustamente evidenziate, concordo pienamente sul fatto che lo studio della religione nella scuola dell’obbligo debba avere una declinazione differente a partire dalla modalità di selezione degli insegnanti e del programma proposto. No al catechismo cattolico e no a insegnanti di religione selezionati dalla Chiesa cattolica, questo equivale a far scegliere direttamente al partito comunista o a quello fascista l’insegnante di storia e filosofia. Ciò non significa che un comunista o un fascista (mi vergogno un po’ ad usare questi termini anacronistici ma sono straordinariamente evocativi) non possano diventare professori di storia e filosofia, ma che la loro nomina non debba dipendere dal partito e sia il risultato di un regolare concorso pubblico. Quello che è successo fino ad ora è esattamente questo, l’equivalente di un partito politico che nomina i professori di storia e filosofia: per fortuna l’insegnamento della religione è facoltativo e ridotto a una sola ora settimanale.

Per quanto riguarda il programma, concordo sul fatto che “l’opzione pluralista e comunitaria”, “l’opzione laica alla francese” e l’“opzione secolarista” non siano le preferibili (anche se il mio giudizio è meno severo) e sono d’accordo che l’“opzione storico-critica” sia la migliore, ma a quel punto un’ora di religione settimanale non sarebbe sufficiente e soprattutto servirebbe aver effettuato almeno una prima introduzione alla filosofia. Ok per i ragazzi delle superiori, ma rimarrebbe aperto il problema dei ragazzi delle medie e soprattutto delle elementari.

Per quanto riguarda il modo in cui deve essere affrontato questo insegnamento viene riportata la seguente formula: “oggettivamente, con un metodo scientifico che da una parte non riconosca privilegi particolari ad una o a più religioni; e dall’altra miri ad una conoscenza critica e consapevole (e dunque non dogmatica) della religione stessa, intesa come fenomeno storico, sociologico, culturale e filosofico”.

Anche qui a dire il vero non so se intendiamo la stessa cosa. Io personalmente preferirei che la religione fosse studiata come ora viene studiata la letteratura e a volte la filosofia, con una parte manualistica e una parte dedicata alla lettura e all’approfondimento dei testi sacri e degli autori più importanti. Se mi dicessero che si vuole insegnare la “letteratura oggettivamente, con metodo scientifico che da una parte non riconosca particolari privilegi ad uno o più autori e che miri a una conoscenza critica e consapevole della letteratura stessa intesa come fenomeno storico, sociologico, culturale e filosofico” avrei sicuramente l’impressione a questo punto che qualcosa di decisivo venga tralasciato. Mi piacerebbe che quando si affrontano materie umanistiche lo si faccia nello stesso modo in cui Kuhn affrontò Aristotele.

Nello stesso momento, stringendo il campo, vorrei che fosse chiarito cosa si intende con “non riconoscere particolari privilegi a una o più religioni”, perché un conto è dire che devono essere studiate in maniera neutrale e laica, un altro è affermare che si debba dare loro la stessa importanza. Se applicassimo questo secondo concetto alle altre materie come la storia, la letteratura e la filosofia dovremmo dare lo stesso approfondimento del Rinascimento italiano al periodo Tokugawa in Giappone, o studiare Ariwara no Narihira come studiamo Dante ecc. cosa che non mi sembrerebbe né saggia né auspicabile in quanto sarebbe la rappresentazione più alta del trionfo dell’erudizione sui significati. Non si può sapere tutto e delle scelte vanno fatte, facciamole in modo che lo studente sviluppi sensibilità e talento e non che si riduca ad essere un catalogo di informazioni che dopo qualche anno dimenticherà.

“Per me l’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone, ma colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve, e in due minuti”.
Da Se tutta la conoscenza è un viaggio giocoso, Stefano Bartezzaghi a colloquio con Umberto Eco, La Repubblica, 1 settembre 2003.

*Piccola nota gastronomica di chiusura (non sono affatto un bravo cuoco ma mi piace mangiare bene). Il Prof. Berrino, direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva, Istituto Nazionale Tumori, Milano, in un saggio dal titolo Il cibo dell’uomo esordisce così: “Quale debba essere il cibo dell’uomo ce lo dice la Bibbia”.
http://www.istitutotumori.mi.it/upload_files/il_cibo_delluomo_febbraio_2013.pdf

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