Decentrato e concreto: il Giubileo di Francesco

Decentrato e concreto: il Giubileo di Francesco

Alla fine la Porta Santa, quella di San Pietro, è stata aperta. Al termine di una celebrazione intensa, Papa Francesco con questo segno ha dato il via ufficialmente all’Anno santo della Misericordia, di cui tanto in questi mesi si è parlato (la maggior parte delle volte, ahimé, più per le questioni legate alla paura del terrorismo, che per il desiderio di comprendere realmente cosa stesse accadendo). Un gesto «tanto semplice quanto fortemente simbolico» lo ha definito Francesco, che segnerà però il cammino dei tanti pellegrini che in questo anno raggiungeranno la capitale. La Porta Santa, che in questa occasione prende il nome di Porta della Misericordia, ci ricorda innanzi tutto che il Giubileo è un cammino, di conversione e di vita che possiamo decidere di intraprendere; «entrare per quella Porta – ha detto Bergoglio – significa scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie e ad ognuno va incontro personalmente». Francesco nutre un desiderio profondo: che tutti i cristiani, o più in generale tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, possano fare esperienza dell’amore di Dio che cambia la vita: per questo quella di San Pietro è solo una delle porte attraverso cui vivere questo Giubileo.

È un tema questo non secondario. Il Papa non chiede ai cristiani di andare a Roma per il Giubileo: con buona pace degli operatori del turismo (anche religioso), questo Giubileo dovrà essere vissuto prima di tutto sul territorio e ancor più in quei luoghi dove è necessario fare esperienza di un surplus di misericordia. «E’ Lui che ci cerca! E’ Lui che ci viene incontro!» ha detto Francesco. Per questo saranno “sante” le porte delle Cattedrali, degli altri santuari giubilari scelti dai Vescovi diocesani, ma anche di molte cappelle degli ospedali e delle case di cura o quelle delle carceri. Nessuno è escluso dalla possibilità di vivere l’esperienza della Misericordia. I media, in questi mesi, hanno concentrato l’attenzione su Roma, legando forse eccessivamente la realizzazione dell’Anno Santo con la vita della capitale, scossa prima dal terremoto politico culminato con le dimissioni del sindaco Marino e poi dall’incubo di attacchi terroristici sulla scia degli eventi tragici di Parigi. Il Papa, dal canto suo, è partito per l’Africa e ha aperto a Bangui la prima Porta Santa della storia della Chiesa fuori dalla città eterna. È un cambio di prospettiva, uno spostamento del baricentro.

Ma c’è anche di più. Il Giubileo chiede gesti concreti, a testimonianza che la Misericordia non ha bisogno solo di parole ma di scelte quotidiane e di impegni reali. «L’esperienza della misericordia – scrive ancora il Papa – diventa visibile nella testimonianza di segni concreti come Gesù stesso ci ha insegnato» e, per questo, «ogni volta che un fedele vivrà una o più di queste opere [di misericordia] in prima persona otterrà certamente l’indulgenza giubilare». Gesti semplici (dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, ecc.), di attenzione all’altro, alle fragilità di chi ha bisogno, di vicinanza ai poveri, agli ammalati, agli emarginati. Sarà ancora una volta il Papa a guidarci con l’esempio, già domenica 18 dicembre, quando aprirà la Porta Santa della Carità dell’Ostello don Luigi Di Liegro e della Mensa San Giovanni Paolo II in via Marsala a Roma, dove ogni giorno potranno essere accolti a dormire circa 200 bisognosi e dove saranno serviti quasi 600 pasti ogni sera agli indigenti. Iniziative come questa sono già nei programmi di moltissime diocesi, in Italia e nel mondo. Certo, non sarà un percorso senza ostacoli: la radicalità del Vangelo impone scelte altrettanto radicali.

È tutta la Chiesa che si mette in cammino. Una Chiesa che, nelle parole del Papa «ha bisogno di questo momento straordinario» consapevole che «questo Giubileo è un momento privilegiato perché la Chiesa impari a scegliere unicamente “ciò che a Dio piace di più”». E siamo solo all’inizio.

di Maurizio Semiglia

@mauriziosem

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