Nasce il Centro Studi per il Piano Olivetti: il Ministero punta sulla rigenerazione culturale delle aree interne

C’è una parola che negli ultimi anni è tornata di moda tra gli addetti ai lavori, ed è “siccità culturale”. Non piove più cultura sui borghi, sulle valli, sui paesi dell’entroterra che si spopolano un abitante alla volta. Piove tutto sulle grandi città, sui centri già ricchi di musei, teatri, festival. Il resto d’Italia, quello vero, quello delle piazze con la fontana e il campanile, resta a guardare. Ora il Ministero della Cultura ha deciso di fare qualcosa di concreto, e lo ha fatto guardando a un modello tutto italiano: quello di Adriano Olivetti.
Con il decreto n. 287 del 9 luglio 2026, firmato dal ministro Alessandro Giuli, è nato ufficialmente il Centro Studi per il Piano Olivetti per la Cultura. Non è l’ennesima sigla romana destinata a riempire un comunicato stampa e sparire nel nulla: è il cuore pulsante del Piano Olivetti, il programma con cui il Ministero vuole rimettere al centro le aree interne del Paese, quelle rimaste fuori dai riflettori per decenni mentre si continuava a investire sulle solite metropoli.
E il nome scelto non è casuale, anzi è quasi un manifesto. Adriano Olivetti, l’imprenditore di Ivrea che negli anni Cinquanta trasformò una fabbrica di macchine per scrivere in un modello di comunità, aveva capito una cosa che oggi suona quasi rivoluzionaria: la cultura non è un lusso per pochi, è un diritto di comunità e uno strumento concreto per far crescere un territorio e ridurre le disuguaglianze. Olivetti costruiva asili, biblioteche, case per gli operai, e lo faceva senza aspettare ordini da Roma o da Bruxelles: con visione, radicamento nel territorio e senso pratico. Un impresa che partiva dal basso, dalla gente vera, non dai grandi think tank internazionali. Un’idea di sviluppo che teneva insieme innovazione e identità, fabbrica e comunità, progresso e radici. Esattamente il contrario dell’omologazione anonima che ha svuotato tanti centri storici italiani negli ultimi decenni.
Il nuovo Centro Studi avrà sede simbolicamente legata a questa eredità e sarà guidato da un direttore nominato dal ministro, scelto tra personalità vicine al pensiero olivettiano, affiancato da un comitato tecnico-scientifico di nove esperti: politiche culturali, innovazione sociale, terzo settore, accessibilità, politiche giovanili. Gente che il territorio lo conosce, non solo sulla carta.
Il primo compito concreto sarà la costruzione dell’Atlante culturale delle aree fragili, una mappatura permanente per capire davvero, paese per paese, dove mancano biblioteche, presìdi culturali, occasioni di incontro per i giovani. Perché prima di spendere un euro pubblico bisogna sapere dove serve davvero, non distribuirlo a pioggia secondo logiche politiche o clientelari come troppo spesso accaduto in passato. Da qui nasceranno le Giornate Olivettiane, appuntamenti diffusi sul territorio dedicati alla memoria e all’attualità del pensiero di Olivetti, e i Laboratori Olivetti, veri e propri cantieri di dialogo sociale pensati per far parlare tra loro generazioni diverse, spesso lontanissime: gli anziani custodi della memoria dei paesi e i giovani che quei paesi rischiano di lasciarli per sempre. A completare il quadro, percorsi di educazione digitale consapevole, perché anche nel borgo più piccolo i ragazzi meritano gli strumenti per stare al passo con il presente senza perdere il legame con le proprie radici.
È un’operazione che va letta per quello che è: un investimento sull’identità dei territori, prima ancora che sulla cultura in senso astratto. Per troppo tempo le politiche culturali italiane hanno guardato solo alle grandi capitali dell’arte, lasciando che l’Italia minore, quella delle aree interne, si svuotasse in silenzio, tra spopolamento e case vendute a un euro. Il Piano Olivetti prova a invertire la rotta partendo da un’intuizione semplice quanto efficace: la cultura può essere l’argine più forte contro l’abbandono dei territori, un modo per far tornare orgoglio e opportunità dove per anni si è visto solo declino.
Adriano Olivetti diceva che la fabbrica doveva restituire alla comunità più di quanto prendeva. Settant’anni dopo, quel principio torna a essere un metodo di governo: investire sulla cultura dei luoghi per ricostruire il senso di appartenenza di un intero Paese, un borgo alla volta.




