Sapienza sul podio, Roma si riprende la scena: la classifica Censis smentisce i gufi

C’è un rito che si ripete ogni volta che esce una classifica sull’università italiana: prima ancora di leggere i dati, parte il coro dei catastrofisti. “Sistema al collasso”, “atenei fuori dal mondo”, “meglio scappare a Londra”. Poi arriva il Censis, che i numeri li misura sul serio, oltre 960 variabili, 70 graduatorie, niente chiacchiere da bar, e la fotografia che ne esce è tutt’altra cosa: un Paese che studia, che investe, che compete. E Roma, per una volta, non recita la parte della periferia dell’impero.
Il dato che merita di aprire il pezzo è uno solo: La Sapienza è terza in Italia tra i mega atenei, quelli sopra i 40mila iscritti, con 86 punti. Davanti restano solo due mostri sacri: Padova, che comanda con 91,2 punti, e Bologna, l’ateneo più antico del mondo occidentale, a 87,8. Dietro la Sapienza si piazzano Pisa e la Statale di Milano.
Fermiamoci un attimo a riflettere: stiamo parlando dell’università più grande d’Europa, quella che tutti immaginano come un labirinto di file, sportelli e burocrazia infinita. Eppure scala la classifica su servizi, strutture, comunicazione digitale, borse di studio. Significa una cosa sola: quando si smette di piangersi addosso e si lavora sodo, i risultati arrivano anche nei posti più grandi e complicati da governare.
Se la classifica ha un messaggio politico, sta tutto qui, nei risultati degli atenei privati: dove c’è autonomia vera, dove bisogna convincere le famiglie a investire i propri soldi e non basta campare di rendita sul nome, i risultati si vedono. La Luiss domina tra i grandi atenei non statali con 95,8 punti. La Lumsa fa lo stesso tra i medi non statali, prima della categoria con 89,2. Sono atenei che non hanno l’ombrello di uno Stato che copre tutto comunque: devono funzionare, punto. E infatti funzionano.
E poi c’è una storia che meriterebbe più spazio di quanto le venga dato di solito: il Campus Bio-Medico di Roma vola al secondo posto tra i piccoli atenei privati, con 92,4 punti, in crescita netta rispetto alle rilevazioni precedenti. Non è un numero qualsiasi. Parliamo di un ateneo nato appena trent’anni fa, senza il blasone secolare di Bologna o Padova, che ha scelto di scommettere su un’idea semplice e coraggiosa: mettere insieme medicina, ingegneria e ricerca sotto lo stesso tetto, invece di tenerle separate come si fa quasi ovunque. Un modello “all’americana”, verrebbe da dire, in un Paese che troppo spesso preferisce l’accademia chiusa nella torre d’avorio al laboratorio che produce risultati concreti.
Il suo policlinico universitario è oggi un punto di riferimento nazionale per la robotica chirurgica e per numerose specialità, e i suoi laureati non restano parcheggiati in lista d’attesa: entrano nel mondo del lavoro con una rapidità che fa impallidire tanti atenei più blasonati. È la dimostrazione plastica che la qualità non ha bisogno di secoli di storia per affermarsi: ha bisogno di un’identità chiara e di principi solidi su cui non si scende a compromessi. E poi, certo, servono anche visione, investimenti mirati e il coraggio di fare le cose in modo diverso dal solito, ma senza quella spina dorsale iniziale, tutto il resto resta teoria. Mentre certa retorica continua a raccontare la sanità e la ricerca italiana come un cantiere permanente di lamentele, il Campus Bio-Medico ha semplicemente lavorato, con metodo e senza scorciatoie, e i numeri del Censis oggi gli danno ragione. Bene anche l’Università Europea di Roma e la Unint, entrambe nella parte alta della loro fascia.
Tra i grandi atenei statali il primato va alla Calabria: 91,7 punti, prova che l’eccellenza non è un’esclusiva riservata all’asse Milano-Bologna-Torino. In questo scenario, Tor Vergata sale al settimo posto nazionale con 84,3 punti. Per anni è stata l’ateneo “dell’ombra” rispetto alla Sapienza. Oggi si costruisce una faccia propria, fatta di campus moderni e ricerca scientifica in crescita costante, senza bisogno di comunicati trionfalistici.
Mentre si continua a ripetere che i giovani italiani “non credono più nel futuro”, le immatricolazioni sono cresciute di quasi il 20% in dieci anni, più della metà dai licei, scientifico in testa. E il primato assoluto va al Politecnico di Milano, 100,8 punti: la prova di cosa succede quando merito e mondo del lavoro camminano insieme.
Il messaggio è semplice: l’Italia ha atenei che funzionano, e funzionano meglio dove c’è più libertà di agire e più concorrenza vera, non dove si distribuisce a pioggia per accontentare tutti. Con Sapienza, Tor Vergata, Luiss, Lumsa e un Campus Bio-Medico sempre più solido, Roma dimostra di poter essere capitale della formazione, non solo della politica.




