Addio alla Marchesini, anima intelligente di centinaia di personaggi comici

Addio alla Marchesini, anima intelligente di centinaia di personaggi comici

“Ho già adocchiato una vetrinetta in sala riunioni con un piccolo cofanetto verde di porcellana, credo. Ritengo sia ideale per contenere le mie ceneri. È una aspirazione che piano piano troverò il coraggio di far uscire alla luce. Che detto di un mucchietto di ceneri non è appropriato. Posso tentare…. e se mi ribocciano? E se poi l’Accademia trasloca? E se durante il trasloco il cofanetto verde si rompe? No eh! essere spazzata via dall’Accademia no, mai più!”. Con la sua solita ironia, Anna Marchesini ammazzava la morte prima ancora che questa potesse avere la meglio. Del resto credo sapesse benissimo che in fondo quelli come lei non muoiono mai.

Marchesini

L’annuncio è arrivato oggi dal fratello Gianni: “Prima che lo sappiate da quel tritacarne dell’informazione –ha fatto sapere su Facebook- tengo a dirlo io. Ora in questo momento è morta mia sorella Anna Marchesini”. Soffriva da tempo di artrite reumatoide, una malattia che colpisce tra lo 0,5 e l’1% della popolazione.

Esilarante, schietta, espressiva, elegante, dentro la valigia dell’attore – per quasi 15 anni condivisa con Lopez e Solenghi ne ‘Il trio’ – la Marchesini ci ha messo almeno un centinaio di personaggi. Da Gina Lollobrigida alla Signorina Carlo, dalla cameriera secca dei Signori Montagné a Lucia Mondella (Miss Lecco), da Bella Fighejra alla Monaca di Ponza, da Sora Flora alla Sessuologa Merope Generosa.

Eppure il ricordo più significativo che mi lega a lei è qualcosa di più elitario.

Era una sera d’inverno, di dieci o undici anni fa e da Pico, il paese in provincia di Frosinone dove sono cresciuto, partii insieme ad una quarantina di persone verso Roma, dove al Teatro Eliseo la Marchesini sarebbe andata in scena con “Le due zitelle”, opera riadattata dall’ omonimo testo di Tommaso Landolfi (il testo originale è ‘Le due zittelle, con due ‘T’). Il motivo di quella migrazione di massa, dal paese alla città, per andare a vedere uno spettacolo teatrale, si ritrovava nel fatto che Landolfi fosse nato ed avesse vissuto per lungo tempo a Pico. Un fregio di cui, chi è abituato ad essere etichettato come ciociaro (nel senso dispregiativo del termine), cerca sempre di tirare fuori come un asso nella manica.

Molti –me compreso- non avevano letto altro che poche cose dello scrittore compaesano, altri partirono come fosse una gita qualunque, tanto per spezzare la routine di un anonimo mercoledì o giovedì di dicembre. Dal canto mio, non sapevo bene, o forse non ricordo, il perché mi unii alla combriccola. Fatto sta che difficilmente dimenticherò quella serata.

Entrati all’Eliseo ci disperdemmo. Ognuno seduto ai propri posti, da una parte all’altra della platea. Poco dopo fummo avvolti dal buio del teatro, un buio rassicurante, portatore di auspici di un mondo nuovo che sta per aprirsi davanti agli occhi: “ed eccola Anna Marchesini!”.

Da sola ha interpretato Nena, sua sorella, la loro madre, la domestica di casa, la madre superiora, la suoretta veneta, il curato, il prete di campagna e persino Tombo, il macaco da compagnia. Era sua anche la voce narrante.

Per due ore, ha riempito il palco con la leggerezza di una e la forza di centomila. Lo stupore che ho provato nel vederla così uguale e diversa al tempo stesso mi ha tenuto attaccato alla poltrona per tutto il tempo. L’opera non era più l’arcaico landolfiano, ma una più chiara e ironica critica alla borghesia e ai suoi schemi.  Una sottile frecciatina alle donne che sanno che la vita è “là fuori”, ma che per educazione o perché “si fa così” si rifugiano in stereotipi che le vedono solo mamme o mogli. Un monito per chi ha sempre paura di essere giudicato e per chi inibisce la propria personalità fino a sprofondare nell’ipocrisia. Quella sera Anna Marchesini ci ha recapitato un messaggio importante, bello, positivo, propositivo, quello cioè di vivere la vita senza ‘se’ e senza ‘ma’.

Lungo il tragitto di ritorno verso casa, avevo ancora addosso i residui di quella valanga di energie. Inoltre fu grazie a lei che io –come credo molti altri presenti quella sera- iniziai a leggere per davvero lo scrittore compaesano, e se a Landolfi va il merito di aver scritto il testo, alla Marchesini va quello di averlo saputo comunicare e di essere stata in grado di entrarci dentro, lasciando  un po’ di lei ad ognuno di noi.

Non è forse così che non si muore mai?

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