Il dono della madre

Il dono della madre

Noi donne del paese saremo troppo in sintonia con quelle di un altro

per permettere ai nostri figli di essere educati a danneggiare i loro.

Dal seno di una terra devastata una voce si accompagna alla nostra

“Disarmo, disarmo. La spada dell’omicidio non è la bilancia della giustizia.”

Julia Ward Howe, Boston, 1870

La festa della mamma (Mother’s Day) nasce durante la guerra civile americana, dall’esperienza di alcune donne la cui memoria viene richiamata ogni seconda domenica di Maggio. Più esattamente la festa nasce all’interno del rapporto madre-figlia, quando Anna Marie Jarvis decide di dedicare un giorno al ricordo di sua madre Ann Jarvis e Julia Ward Howe scrive la Mother’s Day Proclamation, di cui in apertura abbiamo letto uno dei passaggi più commoventi. Spesso c’è la tendenza a separare le figure di Ann e Ann Marie, la prima impegnata in attività socialmente utili come l’assistenza ai soldati durante la guerra o la lotta alla mortalità infantile, l’altra tesa a rivendicare pionieristicamente un ruolo politico per le donne. Così facendo, però, si perde la ricchezza di una storia che può essere compresa soltanto in termini di relazionalità: la passione politica di Anna Marie è eredità – parola che troppo spesso tendiamo a sostituire con debito – dell’impegno sociale di Ann, a sua volta frutto della sua esperienza come madre. Ann ebbe sedici figli, la maggior parte deceduti per cause di salute, e probabilmente anche per questo fu costantemente impegnata ‘a curare i figli degli altri’. La mia ipotesi è che il legame di Ann e Ann Marie rappresenti il vero senso in cui oggi possiamo celebrare il ruolo della madre, evitando di cadere in antichi retaggi gerarchici, dove libertà ed uguaglianza scomparivano nel rapporto uomo-donna, e genitorialità (1-2) post-moderne, nelle quali si perde la specificità della figura materna.

     La parola matrimonio sembra rappresentare perfettamente questa dicotomia. Anche se nel susseguirsi dei secoli ha perso il suo riferimento primario alla procreazione, per dare enfasi a un rapporto giuridico di parità tra uomo e donna, in passato mater (madre) monium (dovere, obbligo) sottolineava la centralità del compito procreativo della famiglia. Il rischio, purtroppo concretizzatosi e concretizzantesi in alcune società, è che il ruolo della donna venga così assorbito totalmente dal suo ‘dovere di madre’, subordinandola nella vita di coppia e in quella sociale. Mai traduzione fu più sbagliata, o perlomeno incompleta. Il latino monium rimanda al termine munus che tra i vari significati ha anche quello di ‘dono’. In quest’ottica il ‘dono della madre’, l’affetto  verso i proprio figli, è la prima esperienza di gratuità e di legame che si sperimenta al mondo. Una parte della sapienza antica sapeva bene che  l’affetto sperimentato dalla nascita è la base (non l’unica) per ogni esperienza di gratuità nel corso della vita. Con le parole di S. Tommaso d’Aquino, amor habet ratione primi doni, per quod omnia dona gratuita donantur.

     Ci sono pagine bellissime in cui la filosofa Hannah Arendt descrive l’esperienza della natalità come il luogo dove l’essere umano sperimenta il miracolo di essere-nel-mondo, contrapposto all’heideggeriano essere-per-la-morte. Così la Arendt:

      Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità […]. Con la parola e con l’agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo inserimento è come una seconda nascita, in cui confermiamo e ci sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica originale […]. Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che l’antichità greca ignorò completamente.

     Anche se ignorò le virtù cristiane della fede e della speranza, e successivamente la dimensione agapica della caritas, una parte del mondo greco aveva ben presente il ruolo fondamentale dell’affetto materno. Giulio Chiodi, ripreso in Bruni (2010), ci spiega a proposito come il termine adelphos, fratello, contiene la parola delphys, grembo materno, e include questa comunanza etimologica tra le possibili spiegazioni del fatto che nel mondo greco i conflitti tra fratelli fossero molto più attenutati rispetto a quelli della cultura ebraica.

     Piuttosto che negare la libertà e l’uguaglianza fra tutti gli esseri umani, uomini e donne, la mia idea è che il legame interno alla famiglia sia una delle dimensioni che possono rafforzarlo. Richiamando il motto della rivoluzione francese, non esistono libertè ed egalitè senza fraternitè. La dimensione del dono, del darsi agli altri prima ancora di dare qualcosa, è parte del tessuto  che tiene insieme ogni società e che nel ruolo della madre trova un’ espressione insuperata. Senza questa prima esperienza di gratuità, senza aver sperimentato l’amore materno anche solo una volta, è difficile (non impossibile) dare sostanza a valori astratti come la libertà e l’uguaglianza,  tradotti in concreto nell’attenzione ai problemi di tutti i membri della società. E questo discorso non è soltanto limitato al mondo occidentale. È Gautama Buddha, nel Sutta Nipata, a indicare il rapporto madre-figlio come un caso paradigmatico nel quale l’asimmetria tra due soggetti non indica dipendenza, soppressione, ma positività e responsabilità dell’uno verso l’altro.

     La mia non è un’argomentazione né esclusiva né dimostrativa: non nego che ci siano altri momenti fondamentali nel quale emerge la dimensione dono, non escludo che le persone che per varie ragioni non lo hanno sperimentato in famiglia non ne siano capaci. In sintesi, non vedo la società e lo Stato come una grande famiglia. In questa sede sto semplicemente ripetendo il messaggio di Ann e Anna Marie per fare gli auguri a mia madre (tra due giorni sarà anche il suo compleanno), a cui dedico questo articolo.

 

 

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