L’Anti mafia contro Megaupload

Secondo le disposizioni della legge americana, un impresa che ospita dei file non è direttamente responsabile se gli utenti utilizzano i servizi per stoccare dei documenti protetti del diritto d’autore. Al contrario, i siti che ospitano determinati file devono provare che non conservano materiale di natura illegale e devono assolutamente eliminare qualsiasi materiale che sia soggetto al diritto d’autore. Su questi due punti le autorità americane stimano che Megaupload non ha rispettato la legge. Appoggiandosi su email scambiati dagli amministratori del sito, l’inchiesta giudica non solo Kim Dotcom (Erick Schmitz) e soci di essere perfettamente consapevoli che il sito contenesse materiale illegale ma che hanno volontariamente limitato la capacità di coloro i quali potevano richiedere la rimozione di contenuti illegali. Per esempio: nell’agosto del 2006 uno degli associati di Megaupload invia ai propri colleghi un messaggio titolato “lol” con un immagine del sito che permetteva di scaricare il software  Alcohol 120 con relativa crack, ovvero un utile software per la protezione anticopia.

La doppia referenza a l’alcol e la droga diverte i creatori di Megaupload ma certamente meno l’FBI: per le autorità, è la prova che erano a conoscenza del contenuto illegale del materiale contenuto sul sito e che nessuna azione è stata intrapresa. In un altro scambio, i membri di Megaupload discutono su l’opportunità di aumentare la quota di materiale della Warner Bros che può eliminare immediatamente. Kim Dotcom accetta di aumentare il volume di eliminazioni di 5000 file quotidiani ma si rifiuta di concedere alla Warner il diritto di eliminare tutti i file a loro scelta. Soprattutto, stimano gli inquirenti Megaupload avrebbe potuto appoggiarsi su gli Hah MD5 “ Contatori numerici “ di file per impedire a un documento già eliminato in precedenza di essere nuovamente pubblicato sui loro server. Sempre secondo loro Megaupload avrebbe messo in atto un sistema di questo tipo per bloccare definitivamente i contenuti di origini pedopornografica o di richiamo terrorista ma non avrebbero messo in pratica nessun tipo di sistema con la funzione di bloccare la pubblicazione di materiale illegale, privo di diritto d’autore. Kim Dotcom rischia in questo momento circa 20 anni di prigione ma non solo per questo tipo di reato. E soprattutto perché il pubblico ministero americano lo accusa di aver formato una vera e propria organizzazione mafiosa. L’accusa si avvale infatti della legge RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Mafieuse), molto nota ai fan dei film gangster. Votata nel 1962, questa legge permette di accusare l’autore di un crimine, semplificando le procedure legali. Megaupload può dunque considerarsi un organizzazione di stampo mafioso? Gli inquirenti hanno creato un dossier con il quale intendono dimostrare che Megaupload e soci abbiano creato una grande impresa di contraffazione. Ciò ovviamente non costituisce una prova concreta e quindi gli inquirenti riportano un caso nel quale i membri di Megaupload hanno tentato di fare pressione su PayPal. In una mail del 14 ottobre, Kim Dotcom minaccia il servizio della banca in linea per chiedere di bloccare dei concorrenti con queste parole riportate in un intercettazione : “La nostra squadra giuridica negli Stati Uniti si appresta a denunciare alcuni dei nostri concorrenti e a dimostrare che le loro attività sono criminali. Vogliamo avvisarvi in anticipo, consigliandovi di interrompere la vostra collaborazione con siti che contengono materiale pirata”. Il documento riferisce di quanti dollari siano stati impiegati nel caso, ricordando che Kim Dotcom  è stato arrestato in una villa lussuosa nella Nuova Zelanda. L’utilizzo della legislazione antimafia potrebbe permettere al pubblico ministero americano di rigirare una difficoltà consueta in questa procedura: come spiega uno dei membri di Megaupload in uno scambio di posta elettronica :” Non siamo pirati, ma forniamo le navi ai pirati”. E’ proprio questo genere di attività che la legge del 1962 cerca di combattere. Nonostante la situazione, i quadri dirigenziali aziendali avevano già previsto una simile eventualità. Infatti, sempre in uno scambio di email avvenuto tra Kim Dotcom e un collaboratore si percepisce la loro preoccupazione. La mail riguardava il sequestro da parte della autorità del dominio del sito Pirate Bay : “E una minaccia seria per il nostro business, dobbiamo proteggerci da questa eventualità”. Evidentemente non sono stati in grado di trovare il metodo per farlo.

Manuel Giannantonio

20 gennaio 2012

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