L’Uomo del Futuro. Ritrovare il Pensiero critico

L’Uomo del Futuro. Ritrovare il Pensiero critico
2001: Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick

In questo periodo di grande confusione ed incertezza, l’Uomo ha il preciso bisogno di cercare e trovare una soluzione sicura per evolversi, o anche semplicemente per vivere meglio.

La continua ed incessante somministrazione di notizie, spesso contrastanti tra di loro, espone i singoli a ripetuti cambi di posizione, basati perlopiù su una logica del sentimento, dove non è il pensiero critico a prendere il controllo, ma le emozioni. Più queste sono comunicate con forza ed incisività, più la nostra logica prende le parti di un’opinione piuttosto che di un’altra.

L’ego, recettore dei sentimenti, prende il sopravvento sulle molteplici attività della nostra vita, fa sì che la maggior parte di noi venga trasportata dalle proprie passioni, e non riesca ad ancorarsi ad una valutazione concreta e stabile.

Questa carenza di fermezza, ormai presente nelle nostre coscienze da decenni, si sta mostrando in via sempre più marcata con un appiattimento della nostra capacità di un giudizio assennato.

La mancanza di pensiero critico rende inevitabile, nella maggior parte dei casi, la ricerca delle proprie certezze, non su se stessi, attraverso l’utilizzo di una logica corretta, ma all’esterno, affidandosi passivamente agli altri. In questo modo si rischia, involontariamente, di mitizzare persone o figure lavorative del tutto normali in uomini dalla conoscenza sconfinata. Questo atteggiamento potrebbe però farci cadere in un grande errore di valutazione. Nessuno infatti ci dà la certezza che quel singolo “detentore del sapere” abbia realmente sviluppato nel tempo un giudizio sano, potrebbe accadere infatti che anche egli si affidi ad una conoscenza esterna, mai conquistata realmente. Così facendo potremmo risalire una scala lunghissima, dove effettivamente l’erudizione acquisita negli anni sia solo una somma di nozioni cristallizzate e non un sapere reale e profondo.

Se osserviamo il metodo di studio utilizzato nella maggior parte delle scuole e degli atenei, possiamo constatare che, in buona sostanza, il lavoro dello studente sia principalmente quello di trascrivere e catalogare dettagliatamente gli appunti dettati nelle lezioni o studiare su testi redatti dai professori stessi. L’alunno in questione si ritrova ben presto a divenire messaggero della verità che gli è stata comunicata, senza in realtà averla assimilata nel modo corretto, e non accorgendosi della sua assenza di capacità critica. In questo sistema, nel caso in cui uno scolaro volesse indagare oltre, interagendo diversamente rispetto al comportamento standard delle classi, la sua attitudine, la sua florida sete di conoscenza potrebbe essere vista come un atto di sfida e, a volte, repressa con voti non soddisfacenti o interrogazioni più approfondite.

Il filosofo tedesco Erich Fromm spiega esattamente il problema che affrontiamo. Nel suo saggio “Avere o Essere ?” lo espone con le seguenti parole: “Il fatto che la gente scambi uniformi e titoli per le effettive qualità della competenza, non è qualcosa che accade di per sé. Coloro che possiedono questi simboli di autorità, e coloro che ne beneficiano, devono attutire il modo di pensare realistico, vale a dire critico, dei loro subordinati, e far sì che credano alla finzione”

Certo esistono anche realtà differenti e virtuose, dove professori eccellenti contrastano questo malcostume. Laddove noi vediamo mosche bianche, dovremmo invero riconoscere la sana procedura didattica. Senza un dibattito concreto e stimolante sui vari argomenti il rischio per i giovani è quello di immagazzinare le informazioni senza renderle proprie, rimanendo estranei alla conoscenza, fotografando passivamente nella propria memoria solo i dati necessari al superamento del test.

Da questa inconscia necessità di appiattire il pensare si estrinseca un pensiero debole che porta all’incapacità di comprendere realmente la realtà che ci circonda.

Se ragioniamo attentamente e senza preconcetti riguardo queste affermazioni, potremo notare come tutto il sistema, o almeno buona parte di esso, sia basato su forti criticità per l’apprendimento. La mancanza di contraddittorio e di accertamento delle fonti, il rifiuto comune di un serio dibattito sui massimi sistemi e sulle radici della conoscenza aperto a tutti. Questo addormenta il Pensare.

Tali mancanze le possiamo notare non solo nei luoghi deputati allo studio e alla formazione dei giovani, ma sono sotto gli occhi di tutti. Oggigiorno in molti Talk Show, con un pò di attenzione, noteremo, senza troppa sorpresa, come, quando qualche condutture malizioso pone domande fuori dal coro, la risposta degli ospiti, molto spesso professori plurilaureati, sia quasi sempre la stessa: “Se non mi crede può studiare come ho fatto io e sarò ben lieto di riparlarne”.

Questo tracotante onanismo intellettuale nasconde, a mio avviso, la peggior paura per un accademico. L’accettazione della possibilità di aver sbagliato per una vita intera. Maggiori saranno gli anni di studio, più forte e rabbiosa sarà la risposta nei confronti del dubbio.

Per strutturare un sano giudizio critico ci vuole allenamento, tanto, ma non è impossibile da raggiungere per nessuno. Bisogna domandare, sempre, avere volontà di capire e conoscere, studiare, non affidandosi agli altri passivamente, ma dialogando con uno spirito attivo e propositivo. Se una spiegazione non ci soddisfa, non accettiamola, andiamo in profondità. Cerchiamo la verità.

Senza un Pensare critico rimuoviamo la nostra unica protezione contro l’inganno e la falsa percezione di noi stessi e del mondo che ci circonda.

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