Il regime egiziano sequestra un altro studente con l’accusa di terrorismo

Il regime egiziano sequestra un altro studente con l’accusa di terrorismo
Fonte immagine: Il Resto del Carlino

Carcere di Mansoura, 8 febbraio 2020: «È stato picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato su diverse questioni legate al suo lavoro e al suo attivismo».

Sono queste le ore che sta vivendo lo studente Patrick George Zaki, attivista politico, fermato e arrestato lo scorso 7 febbraio all’aeroporto del Cairo. A diffondere la notizia sono i suoi legali che sono riusciti ad incontrarlo soltanto dopo più di 24 ore dal suo arresto.

Questo è il secondo caso, dopo Giulio Regeni, a collegare la cronaca giudiziaria egiziana a quella italiana: Patrick George Zaki è infatti un ricercatore egiziano 27enne dell’Egyptian Iniziative for Personal Rights (Eipr) e studente da 6 mesi presso l’Università di Bologna. Attivista politico dedito alla tutela dei diritti delle comunità LGBT, dei cristiani e delle varie minoranze in Egitto.

È scomparso per 24 ore, dopo essere stato fermato dalla polizia, che gli ha impedito di contattare famigliari e legali. Viene accusato di diffusione di notizie false, incitazione a proteste, tentativo di rovesciare il regime, uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale, propaganda per i gruppi terroristici e uso della violenza.

 

 

Proprio in queste ore il Cairo ha confermato 15 giorni di custodia cautelare per il ragazzo, rendendo vere le previsioni di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, che aveva anticipato all’ANSA i rischi di questa detenzione irregolare: «ci aspettiamo un susseguirsi di ordini di detenzione di 15 giorni, rinnovabili più volte, e naturalmente in questa situazione di detenzione prolungata, con la scusa di condurre indagini, il rischio è che le condizioni detentive siano equiparabili a tortura, se non la tortura stessa».

Ai legali dello studente è stato consegnato un rapporto della polizia che «afferma falsamente che è stato arrestato a un posto di blocco nella sua città natale, a seguito di un mandato pendente emesso nel settembre 2019», quando in realtà si trovava già in Italia dal mese precedente.

Contro i diritti umani e civili, la strategia del terrore del regime egiziano

Fermi di polizia e perquisizioni arbitrarie, indagini sommarie rivolte a decine o centinaia di persone contemporaneamente, sparizioni e circa 60mila prigionieri politici, esilio per gli attivisti, migliaia le persone condannate a morte e torturate: questa è la strategia del terrore messa in atto dal regime del generale Abdel Fattah Al Sisi, che resterà a capo del governo almeno fino al 2030.

Stando ai numeri di molte organizzazioni per i diritti umani, le sparizioni forzate in Egitto arriverebbero ormai a 3 al giorno.

L’Egyptian Iniziative for Personal Rights, di cui è membro anche il ricercatore arrestato, è un’organizzazione indipendente che difende i diritti umani e proprio per questo è uno dei bersagli principali del governo.

Solo dallo scorso ottobre sei membri dell’Eipr sono stati fermati dalla polizia e interrogati per ore, in un caso anche per due giorni consecutivi, nel corso di perquisizioni e operazioni di blocco del tutto arbitrarie e illegali.

Carcere: il cimitero di chi si oppone

Si parte da un dato di fatto già di per sé esaustivo: non esistono numeri attendibili o esatti riguardo le persone morte all’interno delle carceri egiziane.

Una delle fonti più attendibili è Arab Organisation for Human Rights, con sede nel Regno Unito, la quale ha stimato più di 650 morti, dal 2013 al 2019, soltanto a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie e della negazione delle cure mediche necessarie.

Solo nel 2018, per esempio, le persone recluse che hanno perso la vita nelle varie strutture detentive sarebbero 717, fra queste 122 a causa delle torture subite, 480 per negligenza medica e altre 32 per sovraffollamento e pessime condizioni della qualità della vita.

Dove vengono torturati i prigionieri

È ormai tristemente nota la prigione di massima sicurezza di al-Aqrab, “lo scorpione”, situata nel complesso penitenziario di Tora, dove lo scorso 4 gennaio è morto l’attivista Mahmoud Abdel-Majeed Saleh, vittima delle cattive condizioni igienico-sanitarie e del freddo estremo in cui imperversa la prigione.

Dalle testimonianze raccolte, risulta essere una struttura molto grande, ma composta da celle piccolissime, nelle quali lo spazio per ciascun recluso è di circa un metro e mezzo, prive di finestre e ventilazione.

Viene definito un cimitero nel quale le persone muoiono per il freddo, la fame e le torture psicologiche, fisiche e sessuali. “Avere un raffreddore equivale a morire”, “il freddo è un’arma nelle mani dei militari” si legge nelle dichiarazioni pubblicate.

Amnesty International ha aggiunto che i detenuti sono costretti a vivere in celle sovraffollate, infestate da zanzare, mosche e altri insetti ed in cui, senza sistemi di ventilazione adeguati, si raggiungono temperature altissime fino ai 40 gradi in estate.

Parte del complesso penitenziario di Tora

Nella stessa struttura di reclusione, a giugno, dopo la morte dell’ex presidente islamista Mohammed Morsi, colpito da un malore in tribunale dopo anni di cure negate durante la sua detenzione, 138 detenuti hanno iniziato uno sciopero della fame che si è protratto per oltre un mese. Molti dei detenuti sono reclusi già da diversi anni, senza mai aver avuto la possibilità di incontrare avvocati e parenti. A sedare lo sciopero sono intervenute le autorità penitenziarie con bombe sonore e assalti armati, alcuni dei detenuti sono stati torturati con scosse elettriche.

La prigione di Tora è stata al centro della cronaca anche lo scorso luglio, quando è morto un ragazzo di soli 29 anni, Omar Adel, in seguito a giorni di isolamento. Alla famiglia non è stato concesso nemmeno di vedere il corpo del ragazzo, in carcere dal 2014 e condannato dalla corte militare a 10 anni di reclusione con la classica accusa di terrorismo politico addossata alla quasi totalità dei dissidenti politici.

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