L’accertamento di Fca: un ottimo spunto per riconsiderare nuove proposte in materia di delocalizzazione

L’accertamento di Fca: un ottimo spunto per riconsiderare nuove proposte in materia di delocalizzazione
Fonte immagine: Il Post

Assoholding – Associazione di categoria delle holding di partecipazioni – nella persona del Presidente Gaetano De Vito fa il punto sulla exit e entry tax, proponendo nuovi spunti di organizzazione della tassazione.

La delocalizzazione di *holding e di varie realtà imprenditoriali è ormai un dato di fatto, ma non per questo risolto. Esistono proposte, meritevoli di attenzione e dibattito, che potrebbero apportate notevoli migliorie disincentivando il trasferimento di imprese italiane all’estero e al contempo favorendo l’ingresso di società estere in Italia.

Ci siamo confrontati su queste tematiche con il Prof. Dott. Gaetano De Vito, Presidente di Assoholding, per capire meglio il funzionamento della exit ed entry tax, ma soprattutto per raccogliere valutazioni e proposte orientate all’agevolazione di una delocalizzazione favorevole all’economia italiana.

 * Holding: Società finanziaria che detiene partecipazioni o quote di altre società controllate sulle quali esercita un’attività direttiva e di gestione del capitale.

Se è ormai fatto noto anche all’attenzione pubblica che l’Agenzia delle Entrate abbia richiesto 1,3 miliardi di euro alla Fca (Fiat Chrysler), non sono altrettanto chiare le procedure fiscali che regalano la tassazione nei casi di delocalizzazione di realtà imprenditoriali. Potrebbe chiarirci il funzionamento del regime di tassazione che fa capo alla exit ed entry tax?

Innanzitutto l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate, procedura ancora in corso, fa riferimento al 2014, periodo della delocalizzazione della Fiat Chrysler ad Amsterdam per quanto riguarda la sede legale e a Londra per la sede fiscale. La società avrebbe sottostimato di 5,1 miliardi di euro il valore dell’acquisizione finale di Chrysler, poiché la valutazione dell’Agenzia ammonta a 12,5 miliardi di euro, mentre quella di Fiat si è fermata a 7,5 miliardi.

Per ciò che concerne la exit e la entry tax possiamo prima di tutto dire che si posizionano nel panorama della libertà di stabilimento, in quanto regolano il trasferimento delle società all’estero. Nel momento in cui un Paese perde le entrate tributarie di una società che si trasferisce all’estero, acquisisce la cosiddetta exit tax, prelevando imposte sui maggiori valori stimati della società e dunque tassandola sul plusvalore.

Facciamo l’esempio di una società che ha 1 milione di euro di capitale ma vale 3 milioni di euro effettivi: su questi 2 milioni di differenza lo Stato italiano, come altri Stati europei, acquisisce la exit tax, calcolata su questo plusvalore, attualmente con l’aliquota del 24%.

Quali sono invece le procedure quando vengono trasferite società in Italia dall’estero?

In questo caso parliamo della entry tax che, va specificato, non è una tassa ma un vantaggio fiscale. Potremmo ribattezzarla entry tax credit, poiché, trasferendo una società in Italia, consente di portare il plusvalore come costo fiscale. Questo significa che può essere detratta negli anni successivi secondo le tabelle di ammortamento fiscali dei beni relativi.

Manteniamo l’esempio di prima: questa volta però la società con capitale da 1 milione di euro e che invece ne vale 3 arriva dalla Francia. Lì pagherà la exit tax sui 2 milioni di plusvalore, ma, entrando in Italia, la società verrà acquisita secondo i valori fiscali per il valore di 3 milioni di euro.

Nel nostro caso, dunque, la detrazione è possibile proprio perché i 2 milioni di euro di plusvalore vanno attribuiti in parte ai beni, a cui va assegnato un valore corrente, e in parte al cosiddetto avviamento. Quindi a livello fiscale si possono valutare l’avviamento e il valore dei beni sia quando entra che quando esce la società. L’ammortamento dell’avviamento si distribuisce in 18 anni, mentre quello sui beni immateriali anche in 3. Così facendo, in questi anni, si può usufruire di minori redditi fiscali, risparmiando fino al 28% del plusvalore di imposte di Ires e Irap.

A proposito della entry tax il governo Monti ha introdotto un ulteriore beneficio sugli ammortamenti anche rispetto a quei paesi che non applicano la exit tax. Quali sono i benefici?

Il decreto internazionalizzazione del 2015 ha permesso di calcolare la entry tax credit anche se nel paese di provenienza non è stata pagata una exit tax. Chiaramente questo è un grande incentivo a portare in Italia le imprese che hanno sede nei Paesi in cui la exit tax non è prevista, come ad esempio Malta. Importare una società da Malta vuol dire risparmiare circa il 28% sui plusvalori – che come detto pocanzi rappresenta la riduzione di imposta – sull’avviamento e sul valore dei beni. Quindi su una società maltese che vale 2 milioni di euro in più rispetto al patrimonio netto, acquisendo il diritto di portare in detrazione 2 milioni negli anni successivi, il risparmio di imposta sarà esattamente di 560mila euro.

Quale potrebbe essere un incentivo generale capace di portare in Italia la sede di società estere, con i loro asset e la governance, così da permettere allo Stato italiano di introitare gettito nel futuro da queste società, specialmente holding?

Fermo restando che con il decreto internazionalizzazione siamo già avvantaggiati nell’importare società provenienti da Paesi in cui non si paga la exit tax, una proposta molto interessante per rendere centripeto lo Stato italiano rispetto alle holding e ad altre realtà produttive, è senza dubbio quella di incentivare la entry tax, garantendo un risparmio di imposta che sia superiore all’imposta pagata nel Paese di provenienza.

Chiaramente questo può essere classificato come incentivo solo se si prevede una entry tax con un addendum, che potrebbe essere la detrazione dei valori della entry tax maggiorati del 50%.

Va in questa direzione la proposta di Assoholding di aumentare i valori della entry tax dal 30 al 50% incentivando così l’importazione delle holding in Italia. Diversi anni fa, avevamo già proposto altri incentivi per favorire l’importazione di holding e di altre società, ma ora che con il decreto Atad è stata resa trasparente e chiara la norma di legge che riguarda sia la exit che la entry tax si può agire in maniera chirurgica proprio su quest’ultima per stabilire un incentivo che possa essere apprezzato e soprattutto già calcolato.

Calcolato sì, ma il problema è che si parla comunque di stime.

Sia sulla entry tax che sulla exit tax si parla di stime perché sulla valutazione dell’azienda non si può mai essere precisi; esistono diversi tipi di valutazioni e sono sempre oggetto di stima. Per questo, tornando anche al caso Fca da cui siamo partiti, l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate ha un valore diverso da quello stimato dalla società. Ma non dovrebbero esistere rischi di questo tipo circa la valutazione della exit o della entry tax che potenzialmente possono portare anche al default. È pur vero che si può richiedere un interpello all’Agenzia delle Entrate, ma questo dovrebbe funzionare con una via preferenziale, aprendo un ufficio di compliance dell’Agenzia che permetta di stabilire un vero e proprio contradditorio che avvii ad una valutazione condivisa senza impostare un rapporto freddo, acausa di lungaggini o repressione di agevolazioni.

Tra i paesi dell’Ocse l’Italia si conferma il Paese con il maggior carico fiscale, pari al 42,9%. Come si coniuga l’elevata tassazione con la volontà di far convergere le holding in Italia?

I percorsi da intraprendere per evitare che le imprese se ne vadano all’estero a causa della tassazione troppo elevata e allo stesso tempo incentivare società estere ad entrare sono sostanzialmente due.

Il primo, come abbiamo già visto, è quello di creare un ulteriore incentivo sulla entry tax in modo da compensare questa maggiore tassazione. In questo modo sarebbe possibile prevedere che con il beneficio acquisito sulla entry tax, per 10 anni la tassazione sarebbe equivalente a quella di Olanda, Gran Bretagna o altri Paesi.

La seconda via per ridurre il rischio che le società si trasferiscano all’estero è in parte già soddisfatta dalla exit tax, il cui scopo è proprio disincentivare l’intento di delocalizzare all’estero. È pur vero che esistono Stati, come l’Olanda, in cui le società vengono gestite con una bassissima percentuale di capitale perché esiste il voto maggiorato e il voto plurimo. Questo significa che anche solo con un’azione il socio può votare come se ne possedesse dieci, riuscendo così a governare una società che vale molto con poco capitale. E questo rappresenta senza ombra di dubbio un incentivo a trasferire le società italiane all’estero.

La nostra volontà è quella di promuovere una riflessione in merito alle tematiche sollevate, dall’incentivo sulla entry tax per annullare lo svantaggio dell’elevata tassazione, alla necessità di ripensare il voto plurimo in Italia. È compito della Consob farlo, ma a tal proposito il Presidente, il professor Savona, si è già espresso in modo favorevole.

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