“La lunga marcia della tartaruga”, quando il calcio diventa un viaggio ai confini del sogno

Nel romanzo di Luigi Guelpa ( edito da DeriveApprodi) , il confine tra realtà e immaginazione si dissolve lentamente, lasciando emergere una storia di uomini, fantasmi e destini sospesi.
Ci sono romanzi che utilizzano il calcio per raccontare storie, partite e racconti legati a questo mondo. E poi ci sono romanzi nei quali il pallone è soltanto un pretesto, quasi un espediente narrativo per accompagnare il lettore altrove, verso territori meno riconoscibili e certamente più profondi. La lunga marcia della tartaruga. Una partita contro il destino, di Luigi Guelpa, appartiene a questa seconda categoria.
La storia prende forma attraverso coordinate inizialmente familiari: uomini segnati dal proprio passato, occasioni perdute, amicizie, ambizioni e la possibilità di ricominciare. Il calcio costituisce il filo conduttore di una vicenda che, almeno nelle prime pagine, appare tangibile, concreta, quasi cinematografica. I personaggi si muovono dentro una realtà che sembra possedere contorni definiti (per quanto strani) nella quale ogni gesto e ogni scelta rispondono a una logica riconoscibile.
Pagina dopo pagina, però, i contorni cominciano sempre più a scolorirsi. A rendere possibile questa trasformazione contribuisce il Kinjanga, un piccolo Paese africano sconosciuto ai più, che diventa molto più di una semplice ambientazione geografica. È un luogo nel quale si intrecciano storie individuali e collettive, aspirazioni e contraddizioni, memoria e desiderio di futuro. Ma soprattutto è uno spazio narrativo che sembra progressivamente sottrarsi alle coordinate ordinarie del tempo e della realtà. Un territorio nel quale ciò che appare evidente può nascondere un significato ulteriore e dove la dimensione concreta dell’esistenza convive con qualcosa di enigmatico, quasi impalpabile.
Ogni personaggio porta con sé una storia, una ferita, un’inquietudine. Eppure, osservandoli più attentamente, si ha l’impressione che nessuno sia veramente solo. Ciascuno sembra possedere un proprio doppio, una presenza che lo accompagna come un’ombra, anche quando non si manifesta apertamente. È il riflesso di ciò che avrebbe potuto essere, delle scelte compiute o mancate, di una vita alternativa che continua silenziosamente a esistere accanto a quella reale. E pesa come un macigno.
I protagonisti non affrontano soltanto gli avversari che incontrano lungo il cammino, ma anche quelli che custodiscono dentro di sé. La partita evocata nel sottotitolo finisce così per assumere un significato diverso: certo rimane la dimensione sportiva, ma anche un costante confronto con il destino, con la memoria e con quella parte di noi stessi dalla quale non è sempre possibile fuggire e come un difensore, di quelli vecchio stampo, non ti lascia respirare un minuto.
Guelpa accompagna il lettore in questa trasformazione quasi con dolcezza. Il calcio rimane sullo sfondo, come un linguaggio universale capace di tenere insieme vicende umane, geografie lontane e aspirazioni collettive. Ma progressivamente è il mistero dell’esistenza a occupare la scena.
La lunga marcia della tartaruga è dunque un romanzo che comincia con i piedi ben piantati sulla terra e termina con lo sguardo rivolto verso una dimensione meno afferrabile. E quando si arriva all’ultima pagina, resta il dubbio più interessante: se ciò che abbiamo letto sia davvero accaduto, sia stato soltanto immaginato o appartenga a quella zona indefinita nella quale la realtà, qualche volta, finisce per assomigliare ai sogni.





