Non diciamo “no” da sole

Affermarsi nelle università, nelle aziende e nella comunità non è mai facile. Soprattutto quando si è una donna, si è razzializzate o si fa parte della comunità LGBT. In quel caso, c’è sempre un caro prezzo da pagare: molestie, minacce ed esclusione. Proprio per questa ragione è necessario far sentire la propria voce e denunciare, affinché il sistema possa cambiare. Ce lo racconta Sara Ahmed nel suo libro Non diciamo “no” da sole (Fandango Libri, 2026). Una raccolta coraggiosa di casi di giovani donne che hanno avuto il coraggio di opporsi alle ingiustizie subite.
Il coraggio di dire no
I profili narrati dalla filosofa femminista Sara Ahmed sono tutti pressappoco simili. Ragazze estremamente brillanti che lavorano in campo accademico, studiando storia, gender studies e filosofia, e che devono affiancare un professore: un’istituzione della loro università, un luminare. Inizialmente, i loro atteggiamenti nei confronti delle dottorande sembrano soltanto quelli di chi ha “preso sotto la propria ala” una ragazza. Ogni stranezza viene sminuita perché i professori si definiscono a loro volta progressisti e femministi.
Trattengono le assistenti nel proprio studio per ulteriori spiegazioni e studiano documenti anche al di fuori dell’ateneo. Poi, però, arrivano i segnali d’allarme. Arrivano i messaggi dopo le lezioni: «Non riesco a smettere di pensare a te», e le avances più spinte. In quel momento, anche se l’epilogo della situazione è ben chiaro, la vittima cerca di sopportare. Quando l’abuso si verifica, nonostante i ripetuti rifiuti, la paura di parlare è sempre sul punto di vincere. I fattori sono tanti. Uno di questi, come fa notare Ahmed, è la mancanza di solidarietà femminile.
Le prime a scoraggiare le vittime sono proprio le altre accademiche, che magari hanno vissuto la stessa esperienza con il docente. «Bisogna sopportare per fare carriera», «È un uomo influente»: questo è ciò che dicono invece di sostenere le vittime. Sono le presunte femministe bianche, ancora più spietate quando chi subisce abusi è una donna di colore. Si schierano a favore dei diritti delle donne e si dichiarano inclusive, ma voltano le spalle quando una collega viene discriminata. Sono le stesse che, al momento di realizzare un progetto, escludono le vittime, fingendo che sia una questione di competenza.
L’intera università piomba in un’atmosfera opprimente, dove la minima richiesta d’aiuto è considerata un capriccio. La funzione di questo libro è, infatti, quella di eliminare il senso di solitudine di fronte alle ingiustizie. Migliaia di ragazze, anche al di fuori dell’America, vivono la stessa esperienza ogni giorno. Tra queste c’è anche l’autrice, che nelle prime pagine scrive:
«La denuncia che mi ha spinta a lasciare una professione è anche ciò che mi ha condotta ad abbracciarne un’altra. È attraverso una denuncia che sono diventata scrittrice».




