“India. Sulle rotte delle nuove colonie” di Maurizio Selvatico

“India. Sulle rotte delle nuove colonie” è il romanzo di Maurizio Selvatico uscito nel 2026 per Il Piroscafo Edizioni, nella collana Le vele. La storia prende il via nel 1800 a Liverpool, seguendo la partenza di Thomas Flynn, un giovane che lavora come scaricatore nello scalo inglese fin da bambino, imbarcato su una nave della Compagnia delle Indie Orientali.
Thomas Flynn scarica sacchi che vengono da posti di cui sa il nome e poco altro, e dell’India ha sentito parlare dai marinai, che ne raccontano versioni diverse e raramente d’accordo. Sa leggere e scrivere, e ha letto Rousseau e Voltaire, cosa insolita per uno scaricatore. Con queste letture alle spalle decide di cambiare vita e parte per l’India a bordo dell’Invincible, nave della Compagnia delle Indie Orientali: da questa scelta prende il via un romanzo di oltre cinquecento pagine.
L’ispirazione epica e lo stile narrativo
Selvatico sceglie la strada lunga; il tempo e lo spazio hanno la larghezza dell’epica ottocentesca, quella a cui l’autore dice di guardare, e a cui preferisce non sovrapporre l’introspezione di certa narrativa più recente. L’interiorità di Thomas c’è, ma passa attraverso ciò che gli accade: la vita di bordo, gli ordini, la fatica, poi un continente che non somiglia a nessuna delle versioni sentite al porto.
Sotto l’avventura c’è un impianto di economia che l’autore ha studiato con cura; la Compagnia, nata sotto Elisabetta I, è per Selvatico la prima grande multinazionale. La sua storia si regge su un triangolo: l’Inghilterra compra tè in Cina, la Cina lo vuole pagato in argento, e l’India viene messa a produrre oppio da cedere in cambio. Il prezzo lo pagano i contadini, costretti al papavero invece del riso, e poi arrivano le carestie e le guerre dell’oppio. Nel romanzo trovano posto anche le rivalità europee, fino a Plassey, dove la Francia perde terreno.
Il mondo coloniale e il ruolo di Thomas
Il merito del libro sta nel non lasciare queste cose sullo sfondo. Le fabbriche d’oppio, le caste, la posizione sociale che precede chi la occupa entrano nella storia di Thomas come fatti con cui deve misurarsi, e fanno da sistema contro cui ogni sua scelta si consuma. Thomas impara l’urdu e l’hindi e diventa un tramite tra gli ufficiali britannici e i sovrani locali, il Nizam di Hyderabad fra gli altri. È una posizione comoda solo in apparenza: chi traduce serve due padroni, e capisce meglio di tutti quanto è ingiusto il tavolo a cui siede.
Gli affetti seguono la stessa logica. Anne Wellesley appartiene al mondo che Thomas si lascia dietro e si rompe contro gli interessi di chi comanda. Jodha arriva dopo, quando lui sta già cercando un posto in India. Selvatico dice di aver pensato l’amore di Thomas sul modello cortese, come un sentimento che rifiuta le barriere di rango. Il romanzo, però, non lo trasforma in una scappatoia: i sentimenti restano dentro i rapporti di forza e non li sciolgono.
La scrittura è lineare. I dialoghi spiegano spesso ciò che sta accadendo, la vicenda procede senza salti, le frasi restano piane anche nei punti più duri. Selvatico non insiste sul sangue né sul dolore; lascia che pesino la fatica, l’ordine eseguito, la paura. Spesso questa chiarezza lavora a suo favore, perché una prosa così composta rende più sgradevole quello che racconta.
Il romanzo torna più volte sulla stessa questione: quanto vale, e a che prezzo si ottiene, un posto migliore in un ordine stabilito da altri. Thomas lo cerca dall’interno, accettando le regole di un sistema che intanto comincia a vedere con chiarezza.




