Chi è davvero Philip Roth?

Operazione Shylock. Una confessione (Adelphi) è uno dei romanzi più audaci, complessi e destabilizzanti di Philip Roth. Pubblicato nel 1993, parte da un espediente narrativo tanto semplice quanto perturbante: Philip Roth, personaggio del proprio romanzo, scopre che in Israele esiste un uomo che si spaccia per lui. Questo doppio, soprannominato Moishe Pipik, non si limita a rubargli il nome, ma porta avanti una teoria politica provocatoria, il “diasporismo”, secondo cui gli ebrei ashkenaziti dovrebbero lasciare Israele e tornare nei Paesi europei da cui provenivano.
Da qui Roth costruisce un enorme gioco di specchi in cui autobiografia e finzione diventano quasi indistinguibili. Il vero centro del romanzo non è infatti l’impostura in sé, ma la domanda che essa genera: chi è davvero Philip Roth? E, più in generale, quanto della nostra identità ci appartiene davvero e quanto invece è costruito dallo sguardo degli altri, dalle nostre ossessioni, dalle nostre contraddizioni e dal racconto che facciamo di noi stessi?
Il doppio diventa così molto più di un espediente narrativo. Moishe Pipik sembra incarnare una versione estrema, deformata e incontrollabile dello stesso Roth: l’ebreo americano, lo scrittore accusato per anni di aver trasformato la propria vita in letteratura, l’uomo diviso tra appartenenza e distanza, tra identità individuale e identità collettiva. È come se Roth fosse costretto a confrontarsi fisicamente con tutte le sue possibili versioni.
Su questo gioco identitario si innesta poi la dimensione politica e storica del romanzo. La Gerusalemme della fine degli anni Ottanta, sullo sfondo della prima Intifada e del processo a John Demjanjuk, diventa il luogo ideale per mettere in scena un conflitto di identità ancora più ampio. Roth lascia parlare sionisti, antisionisti, israeliani, palestinesi, ebrei della diaspora, vittime e testimoni della memoria europea. Nessuna posizione viene risolta definitivamente e ogni certezza viene continuamente contraddetta da una voce opposta.
Questa è forse la forza più grande del libro. Operazione Shylock è un romanzo verboso, pieno di discussioni, monologhi e deviazioni. A tratti sembra voler mettere alla prova la resistenza del lettore. La componente da spy story, con complotti, servizi segreti e identità false, conta meno della riflessione che Roth costruisce attorno ad essa.
Eppure il romanzo non è mai soltanto grave o intellettuale. C’è anche molta ironia, spesso grottesca, e una comicità quasi kafkiana che rende ancora più stranianti le situazioni. Roth riesce a parlare di identità, Shoah, Israele, antisemitismo e memoria senza rinunciare al gusto del paradosso.
Alla fine, Operazione Shylock è soprattutto un romanzo sull’impossibilità di possedere un’identità definitiva. Roth scrive di sé, inventa se stesso, si sdoppia e si contraddice fino a rendere impossibile distinguere la confessione dalla menzogna. Non è il suo libro più accessibile, ma è certamente uno dei più intelligenti e radicali: una riflessione lucidissima su ciò che siamo e sulle storie che costruiamo per poterci riconoscere.





