Chi ordinò l’omicidio di Diabolik? Sette arresti a sette anni dall’agguato

Sette persone sono state arrestate a Roma nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, storico capo degli Irriducibili della Lazio e figura di primo piano del narcotraffico romano, ucciso il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti. Gli arrestati sono ritenuti, a vario titolo, coinvolti nella pianificazione del delitto. Tra loro c’è Michele Senese, storico capo dell’omonimo clan, indicato dagli inquirenti come “mandante apicale”: il suo assenso preventivo sarebbe stato determinante per dare il via libera all’omicidio.
Dietro l’esecuzione di Piscitelli, secondo la ricostruzione della Dda di Roma, ci sarebbe stato un intreccio di interessi legati al narcotraffico, vecchi debiti e nuovi equilibri criminali. Un delitto maturato in una Roma in cui gruppi diversi si contendevano il controllo del mercato della droga.
7 agosto 2019: l’agguato al Parco degli Acquedotti
È il 7 agosto 2019 quando Fabrizio Piscitelli viene ucciso con un colpo di pistola mentre è seduto su una panchina del Parco degli Acquedotti, nel quartiere Appio Claudio. L’uomo che gli spara si avvicina travestito da runner e poi si allontana. Per gli investigatori quell’uomo è Raul Esteban Calderon, ma la sua posizione giudiziaria impone cautela: nel luglio 2026 la Corte d’Appello di Roma lo ha assolto dall’accusa di essere l’esecutore materiale dell’omicidio.
All’epoca Piscitelli non era soltanto uno dei volti più conosciuti del tifo organizzato laziale. Insieme a Fabrizio Fabietti era considerato dagli investigatori al vertice di una potente organizzazione attiva nel narcotraffico della Capitale, capace di rifornire numerose piazze di spaccio romane. Una posizione che lo aveva reso una figura centrale, ma anche un concorrente sempre più ingombrante negli equilibri criminali della città.
Sette anni dopo, la pista dei mandanti
A sette anni dall’agguato, l’inchiesta si concentra su chi avrebbe deciso e organizzato l’eliminazione di Diabolik. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere riguarda sette persone, accusate a vario titolo di reati che vanno dall’omicidio aggravato dal metodo mafioso all’estorsione con armi da guerra, fino al tentato omicidio e all’associazione finalizzata al narcotraffico.
Tra le figure indicate come centrali c’è Michele Senese. Secondo la ricostruzione dell’accusa, sarebbe stato il “mandante apicale” del delitto e avrebbe fornito l’assenso preventivo necessario all’azione. L’eliminazione di Piscitelli avrebbe avuto anche una funzione interna: riaffermare l’autorità del clan su chi aveva conquistato una crescente autonomia nel traffico di stupefacenti.
Ma la portata dell’omicidio, secondo il gip, sarebbe andata oltre la sola eliminazione della vittima. Il delitto avrebbe contribuito a creare un clima di assoggettamento e omertà, testimoniato anche dalla reticenza di chi aveva assistito all’agguato e di alcuni degli uomini più vicini a Piscitelli. Accanto a Senese emergono altri due nomi. Leandro Bennato, indicato come mandante e organizzatore, sarebbe stato interessato a estromettere Piscitelli dal mercato della cocaina e ad assumere il controllo criminale della zona Tuscolana. Alessandro Capriotti, soprannominato “il Fornaro” o “il Miliardero”, avrebbe invece svolto il ruolo di “gancio”, fissando l’appuntamento fittizio che portò Piscitelli sulla panchina del parco dove lo attendeva il sicario.
Cocaina, debiti e un avvertimento a colpi di Kalashnikov
Per comprendere ciò che accadde nell’estate del 2019 bisogna tornare indietro di alcuni anni. Secondo gli investigatori, all’origine dello scontro ci sarebbero due vicende legate all’acquisto di cocaina da fornitori albanesi: un carico da 14 chili nel 2016, per un valore di circa 420 mila euro, e un secondo da 10 chili nel 2018.
Piscitelli, legato ai broker albanesi, sarebbe intervenuto per ottenere il pagamento di un debito di circa 300 mila euro riconducibile a Capriotti. La tensione raggiunse il culmine il 23 febbraio 2019 a Rocca di Papa. Arindi Boci ed Enea Carka, secondo l’accusa su mandato di Piscitelli, avrebbero esploso quattro colpi di AK-47 contro la porta della villa di Capriotti. All’interno dell’abitazione si trovava anche la figlia minorenne dell’uomo. Per gli inquirenti è uno dei passaggi decisivi della vicenda: dopo l’attentato, Capriotti avrebbe cercato la protezione di Giuseppe Molisso, consegnandogli in cambio orologi di lusso, e sarebbe maturata la decisione di eliminare Piscitelli.
Pochi mesi più tardi, il 7 agosto, Diabolik viene attirato al Parco degli Acquedotti e ucciso.
L’omicidio non chiude lo scontro: al contrario, apre una nuova fase. Gli uomini vicini a Piscitelli, riconducibili alla fazione albanese guidata da Elvis Demce, avrebbero iniziato a cercare i responsabili della sua morte, individuando negli ambienti criminali Giuseppe Molisso e Leandro Bennato come possibili mandanti. Il 14 novembre 2019 Bennato viene raggiunto da colpi d’arma da fuoco mentre si trova a bordo della sua Fiat Panda, ma sopravvive. Da quel momento si susseguono progetti di vendetta e tentativi di omicidio che coinvolgono esponenti delle diverse fazioni.
Tra gli obiettivi c’è anche Fabrizio Fabietti, rimasto una delle figure di riferimento del gruppo dopo la morte di Piscitelli. Il 28 novembre, però, arriva l’operazione “Grande Raccordo Criminale”: la Guardia di Finanza smantella l’organizzazione dedita al narcotraffico che gli investigatori riconducevano proprio a Piscitelli e Fabietti e vengono disposte cinquantuno misure cautelari, cinquanta delle quali in carcere.
Un omicidio dentro gli equilibri criminali di Roma
Sette anni dopo quella sera al Parco degli Acquedotti, l’ordinanza del gip di Roma aggiunge nuovi tasselli alla ricostruzione dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli. Ne emerge, secondo l’impianto accusatorio, una trama fatta di narcotraffico, debiti, alleanze e vendette, nella quale l’eliminazione di Piscitelli avrebbe rappresentato molto più di una resa dei conti personale.
Sarà il percorso giudiziario a stabilire le responsabilità degli indagati e la tenuta degli elementi raccolti dagli investigatori. La nuova inchiesta restituisce però l’immagine di un delitto maturato dentro una lotta più ampia per gli equilibri del narcotraffico capitolino: dietro quel singolo colpo di pistola esploso su una panchina nell’estate del 2019 si intravedeva una parte della geografia criminale di Roma.




