Scuola, il ritorno in classe fa paura: quasi un insegnante su due è sotto stress

Per molti insegnanti la fine delle vacanze non coincide soltanto con il ritorno al lavoro, ma anche con il ritorno di ansia e stress. La riapertura delle scuole rappresenta un momento particolarmente delicato per il corpo docente, alle prese con carichi di lavoro crescenti e con una professione che negli ultimi anni ha visto aumentare le richieste, senza che a queste corrispondesse sempre un adeguato riconoscimento.
A fotografare il fenomeno è un recente approfondimento dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro: quasi il 50% degli insegnanti delle scuole secondarie di primo grado sperimenta stress sul lavoro, mentre il 24% ritiene che la professione abbia un impatto negativo sulla propria salute mentale e il 22% sulla salute fisica.
In Italia, ad aumentare la pressione sui docenti, oltre la normale attività didattica, si aggiunge una lunga serie di incombenze: la gestione dei conflitti tra studenti, i rapporti con le famiglie e con i colleghi, gli adempimenti burocratici e una quantità crescente di messaggi e comunicazioni professionali che spesso proseguono anche oltre l’orario di lavoro. A questo si aggiungono le retribuzioni, che restano tra le più basse d’Europa, e una percezione sociale della professione che non sempre restituisce agli insegnanti il riconoscimento del ruolo e della responsabilità che ricoprono.
In questo contesto il ritorno a scuola può trasformarsi per alcuni docenti in una vera e propria «ansia da rientro», con segnali di stress che rischiano di diventare persistenti.
Che cos’è il burn-out
Stress e ansia sono sintomi della sindrome da burn-out, condizione che colpisce alcune categorie di lavoratori, tra cui gli insegnanti. Il termine è entrato nel lessico medico e psicologico negli anni Settanta del Novecento, grazie agli studi dello psicoanalista Herbert J. Freudenberger e della psicologa Christina Maslach. Indica una condizione di forte stress psico-emotivo legata al lavoro, che può arrivare a una sorta di «combustione totale» della persona.
Nel 2019 l’Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto il burn-out come sindrome legata al contesto occupazionale. Conseguenza di uno stress cronico sul lavoro non gestito con successo, secondo la Classificazione internazionale delle malattie è caratterizzato da sensazione di esaurimento e spossatezza energetica, sentimenti di negativismo e cinismo legati al lavoro e ridotta efficacia professionale.
Il fenomeno non riguarda semplicemente la stanchezza dopo una giornata difficile. Quando lo stress diventa cronico e non viene adeguatamente gestito, può compromettere il benessere psicologico e fisico e trasformare quella che dovrebbe essere una normale fatica professionale in una condizione di esaurimento.
Il tema è al centro della voce Burn-out firmata dalla linguista Beatrice Cristalli per la nuova rubrica Treccani L’alfabeto del lavoro. Parole e cose in trasformazione, dedicata alle parole che raccontano il modo in cui sta cambiando il rapporto con il lavoro.
La sindrome da burn-out apre a una questione più ampia che riguarda il nostro rapporto con il lavoro. In una cultura in cui il sacrificio viene ancora spesso considerato una prova di impegno e dedizione, il rischio è che l’esaurimento venga interpretato come il prezzo inevitabile di una professione svolta con passione, anziché come un campanello d’allarme. La sfida è distinguere la fatica fisiologica che accompagna il lavoro da quella condizione di stress cronico che può compromettere la salute.




