Danimarca senza Ministero dell’Agricoltura: la favola verde di Copenaghen e la lezione dell’Italia

Immaginate di svegliarvi una mattina e scoprire che il ministero che per 130 anni ha rappresentato il vostro lavoro, quello dei vostri genitori e dei vostri nonni, semplicemente non esiste più. È successo davvero, in Danimarca, lo scorso 12 giugno. La premier Mette Frederiksen ha cancellato con un tratto di penna lo storico Ministero dell’Agricoltura, spacchettandone le competenze tra cinque dicasteri diversi e inaugurando al suo posto un nuovo Ministero per la Natura e il Benessere degli Animali, affidato a Christian Rabjerg Madsen.
Sulla carta è una rivoluzione verde da manuale: 3 miliardi di corone danesi, circa 401 milioni di euro, per trasformare entro il 2030 centinaia di migliaia di ettari di campi coltivati in parchi naturali e aree protette, più un piano per rivedere l’allevamento suinicolo di un paese che conta cinque maiali per ogni abitante. Tutto in nome del cosiddetto approccio “One Health” promosso dall’OMS, quello per cui la salute di uomini, animali e pianeta sarebbe un’unica cosa indivisibile.
Bella storia, se non fosse che dietro lo slogan c’è una domanda scomoda: chi ha chiesto ai contadini danesi se volevano sparire dalla mappa del potere? Perché di questo si tratta, in fondo: non solo di piantare più alberi, ma di togliere voce politica a chi produce cibo per darla a chi lo regola dall’alto, in nome di princìpi elaborati nei think tank di Bruxelles e Ginevra. Il settore che sfama un paese, che dà lavoro a migliaia di famiglie ed è tra i primi esportatori mondiali di carne suina, si ritrova senza più un interlocutore dedicato al tavolo del governo. Chiamatela pure svolta storica; c’è anche chi la leggerebbe come un downgrade istituzionale mascherato da conquista ambientalista.
Ed è qui che arriva il paragone con l’Italia, usato spesso per dipingere il nostro paese come il fanalino di coda etico d’Europa. Da noi, si ricorda, le linee guida alimentari nazionali le scrive il CREA, che dipende dal Masaf, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste. Secondo questa lettura sarebbe un “conflitto d’interessi”: chi produce cibo scriverebbe anche le regole di chi lo mangia.
Provate però a guardarla da un’altra prospettiva, quella di chi la terra la lavora davvero e non solo la racconta nei convegni. Avere agricoltura e sovranità alimentare sotto lo stesso tetto istituzionale non è un vizio, è buon senso: significa che chi disegna le politiche alimentari conosce anche cosa costa produrre un chilo di grano, cosa significa gestire una stalla, quali sacrifici ci sono dietro un’etichetta Made in Italy. Il nome stesso del ministero italiano, “sovranità alimentare”, dice già tutto: prima ancora che un dettaglio burocratico, è una dichiarazione di principio, quella per cui un paese deve poter decidere cosa mangiano i suoi cittadini senza delegarlo del tutto a Bruxelles, all’OMS o a comitati internazionali senza volto né responsabilità democratica.
Questo non significa negare che l’ambiente e il benessere animale contino, anzi: proprio i nostri allevatori e agricoltori sono spesso i primi custodi del territorio, quelli che tengono in piedi paesaggi, borghi e biodiversità che altrimenti si spopolerebbero. Il punto non è se prendersi cura della natura, ma chi deve decidere come farlo: agronomi e allevatori che vivono la terra ogni giorno, o un nuovo ministero nato a tavolino per accontentare l’agenda verde europea?
La Danimarca ha fatto una scelta ideologica, per certi versi coraggiosa, ma pur sempre una scommessa: cancellare la rappresentanza politica di un intero settore produttivo per abbracciare un modello in cui la tutela della natura viene prima delle persone che quella natura la coltivano ogni giorno. L’Italia, con tutti i suoi limiti, ha scelto la strada opposta: tenere insieme produzione e sovranità, cibo e identità nazionale, in un solo ministero che risponde di entrambe le cose davanti agli elettori.
Non è un paradosso da correggere, come vorrebbe una certa narrazione ambientalista d’importazione. È, semmai, l’unica garanzia che a decidere il futuro delle campagne italiane restino davvero i contadini, i pescatori e i pastori, e non un ministero nato per moda all’indomani dell’ultimo vertice climatico. Prima di applaudire Copenaghen come modello da copiare, forse vale la pena chiedersi cosa ne pensano, nei campi e nelle stalle danesi, quelli che questa “svolta storica” la stanno vivendo sulla propria pelle.




