Desecretato il fascicolo svizzero su Josef Mengele: cosa potrebbe emergere
Arriva la decisione della Svizzera di desecretare il fascicolo dedicato a Josef Mengele, che potrebbe riaprire uno dei capitoli più controversi della fuga dei criminali nazisti nel dopoguerra. L’accesso ai documenti custoditi dall’Archivio federale svizzero promette infatti di fare luce non soltanto sui movimenti dell’ex medico di Auschwitz, ma anche sull’eventuale ruolo svolto dalle autorità elvetiche durante la sua latitanza.
L’annuncio, accolto con favore – tra i molti – anche dal Comitato Internazionale di Auschwitz, che da anni chiede una piena ricostruzione delle reti di protezione che permisero a molti esponenti del regime nazista di sottrarsi alla giustizia internazionale, lascia spazio al dibattito e all’immaginazione, anche se nessuno può davvero predire con convinzione quanto ne emergerà.
Dopo che per anni il Servizio delle attività informative della Confederazione aveva negato la consultazione del dossier, sostenendo che la documentazione fosse ancora coperta dal periodo di protezione previsto dalla normativa svizzera, è arrivato il ribaltamento di fronte, che promette di scalzare facilmente Epstein dal primo posto dei “files” che destano maggiore curiosità. Nello specifico, la situazione è cambiata dopo il ricorso presentato dallo storico Gérard Wettstein davanti al Tribunale amministrativo federale, in quanto, a seguito della rivalutazione giuridica del caso, il servizio di intelligence ha deciso di modificare la propria posizione, autorizzando la consultazione dei documenti pur mantenendo alcune limitazioni legate alla tutela di informazioni considerate sensibili.
L’obiettivo della ricerca è quello di verificare un’ipotesi rimasta finora senza una risposta definitiva, quale la possibile presenza di Mengele all’aeroporto di Kloten, nei pressi di Zurigo, nel 1961, e l’eventuale mancato intervento delle autorità svizzere nei confronti di uno dei criminali di guerra più ricercati al mondo.
Josef Mengele infatti rappresenta una delle figure più tristemente note del sistema concentrazionario nazista, che da medico delle SS ad Auschwitz divenne “celebre” per gli esperimenti pseudoscientifici condotti sui deportati, in particolare su bambini e gemelli, che provocarono sofferenze e migliaia di vittime. Alla fine della Seconda guerra mondiale riuscì però a evitare il processo di Norimberga e a scomparire grazie a una rete di sostegno a tinte sudamericane, che gli consentì di raggiungere prima l’Argentina e successivamente Paraguay e Brasile, utilizzando documenti falsi e identità di copertura, finché non morì nel 1979 proprio in Brasile, dove annegò durante un bagno in mare, e solo nel 1985 il ritrovamento della sua sepoltura e le successive analisi genetiche permisero di confermarne definitivamente l’identità.
Ad oggi gli storici ritengono che la documentazione svizzera possa offrire nuovi elementi sulle rotte utilizzate dai criminali nazisti durante la fuga dall’Europa e sull’atteggiamento mantenuto da alcuni Stati occidentali negli anni della Guerra fredda, e anche lo stesso Comitato Internazionale di Auschwitz sottolinea come la piena accessibilità agli archivi rappresenti un passaggio fondamentale per preservare la memoria delle vittime e approfondire la ricerca storica.




