Perché serve un ‘Buono digitale’ a imprese, professionisti e Terzo settore

Contro il ritardo digitale chiesta una misura strutturale per fare cresceregli investimentie aumentare la produttività.
Le imprese italiane scontano da sempre un digital divide che le rende meno competitive anche sui mercati internazionali: tra le imprese con almeno 10 addetti l’utilizzo di un software gestionale tocca solo il 51,4%, percentuale che scende al 29,4% tra le microimprese fino ai 9 addetti. Parte da questa analisi (fonte LUISS/ISTAT-Censimento imprese 2023)la proposta di un intervento mirato, destinato a supportare non solo le imprese – micro, piccole e medie – ma anche professionisti ed enti del Terzo settore negli investimenti in software gestionali, cloud, piattaforme digitali, intelligenza artificiale, cybersecurity, e-commerce, consulenza, formazione e compliance.
La richiesta è contenuta nel Manifesto per l’Italia Digitale, che ha debuttato il 9 luglio grazie al lavoro congiunto di AIIP, AssoSoftware, Confartigianato, Confcommercio, Confimi Industria e Confprofessioni. Il Buono digitale, questo il nome dello strumento, prevede una misura rivolta alle imprese tra 2 e 99 addetti, con intensità di aiuto più alta per le realtà più piccole e una premialità per le soluzioni Made in UE. Nel triennio la platea stimata è di circa 578mila beneficiari, con un fabbisogno pubblico pari a 3,951 miliardi di euro. Obiettivo finale è quello di superare la frammentazione degli incentivi passati e colmare il ritardo digitale italiano attraverso una governance condivisa tra istituzioni, associazioni e filiera ICT. Dal confronto delle organizzazioni di categoria, infatti, era emersa con chiarezza l’esigenza di elaborare una proposta condivisa e strutturata in grado di accompagnare tutto il Sistema paese nel percorso di trasformazione digitale, includendo sia le MPMI sia gli studi professionali ed Enti del terzo settore, che non essendo iscritti al registro imprese non sono mai raggiunti dagli aiuti erogati dalle camere di commercio.
Sul reale beneficio del Buono digitale si è speso Pierfrancesco Angeleri, presidente di AssoSoftware: “L’obiettivo non è incentivare il semplice acquisto di tecnologia, ma la sua reale adozione. L’aiuto, infatti, non sarà legato al semplice acquisto, bensì alla reale messa in funzione dei software, siano essi soluzioni gestionali, cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale e formazione. Essi devono diventare leve concrete di produttività perché investire nel software significa rafforzare la competitività delle imprese e dell’intero Sistema paese”. È evidente che il software attiva valore lungo tutta la filiera produttiva e sostenere la domanda di software non rafforza solo l’ICT, ma attiva servizi, consulenza, formazione e filiere produttive.
Il Manifesto propone così uno strumento complementare ai piani 4.0 e 5.0, destinati il primo a supportare in prevalenza l’acquisto di beni materiali e software legati ai macchinari ed il secondo all’adozione di applicativi connessi a un progetto con risparmio energetico.
Sul fronte economico i promotori della misura hanno delineato un piano ispirato alle migliori pratiche europee ed in particolare al successo del modello spagnolo del ‘Kit Digital’ a cui si sono ispirati (un programma che il governo di Madrid ha quantificato in diversi punti di PIL nazionale).Per l’Italia la forza macroeconomica del progetto risiede nell’effetto leva: a fronte delle risorse pubbliche stanziate, si prevede l’attivazione di investimenti complessivi da parte dei privati pari a 7,05 miliardi di euro, generando un moltiplicatore di circa 1,78 euro di spesa totale per ogni euro pubblico investito. Secondo le stime preliminari di impatto economico condotte su base prudenziale, l’introduzione del Buono digitale determinerebbe un incremento medio della produttività delle imprese beneficiarie compreso tra il 3% e il 4% nello scenario centrale. A livello macro, ciò si tradurrebbe in un impatto cumulato sul PIL italiano compreso tra lo 0,5% e lo 0,7% nel medio termine. In presenza di condizioni attuative ottimali, la spinta sulla crescita economica potrebbe persino toccare una forbice compresa tra lo 0,8% e l’1,0% del PIL.
La proposta rappresenta una base di lavoro chiara e accessibile, aperta a integrazioni e contributi da parte dei soggetti coinvolti come strumento strutturale e coerente con una visione di medio-lungo periodo: solo attraverso la combinazione di semplicità burocratica, stabilità normativa e qualità dei partner tecnologici, il Buono digitale potrà trasformarsi da semplice incentivo a pilastro strutturale per la modernizzazione economica dell’Italia. Il dibattito con le Istituzioni è aperto: la palla passa ora alla politica, chiamata a decidere come agganciare il treno della produttività diffusa nella prossima manovra finanziaria.




