Il caso Moro e la morte della Prima Repubblica
Il rapimento e l’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana segnarono non solo la tragedia di un uomo, ma la fine di un’epoca politica irripetibile: quella del dialogo tra cattolici e comunisti.
La mattina del 16 marzo 1978 Roma si svegliò in un paese diverso. In via Fani, a pochi passi dal quartiere Trionfale, un commando delle Brigate Rosse tese un agguato preciso e letale alla scorta di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana e cinque volte presidente del Consiglio. Cinque uomini della scorta furono massacrati in pochi secondi. Moro fu caricato su un’auto e scomparve nel nulla. Quel giorno, quasi per una crudele ironia della storia, era prevista la presentazione alla Camera del governo Andreotti IV, il primo governo democristiano a ottenere l’astensione favorevole del Partito Comunista Italiano. Era l’alba del cosiddetto «compromesso storico».
Aldo Moro non era soltanto un politico di lungo corso. Era l’architetto paziente di quella strategia di apertura verso il PCI che aveva impegnato quasi un decennio della sua vita. Convinto che la democrazia italiana non potesse reggersi a lungo escludendo dalla responsabilità di governo il partito di maggioranza relativa della sinistra, Moro aveva tessuto con Enrico Berlinguer una tela di dialogo sottile e coraggioso. Il compromesso storico era il suo progetto, la sua scommessa sulla maturità delle istituzioni repubblicane. Le Brigate Rosse lo sapevano benissimo, e proprio per questo lo scelsero.
«Colpire il cuore dello Stato» — così le BR definivano il loro obiettivo. Moro era quel cuore.
L’uomo e il progetto
Per comprendere la portata politica del sequestro è necessario ricostruire il percorso che aveva portato Moro a quella mattina di marzo. Nato a Maglie nel 1916, democristiano di formazione cattolico-personalista, Moro aveva guidato il partito in una lunga stagione di trasformazioni. Era stato lui, negli anni Sessanta, a traghettare la DC verso l’apertura ai socialisti, rompendo un tabù che sembrava insuperabile. Quella stessa capacità visionaria, unita a una profonda conoscenza della società italiana e dei suoi equilibri, lo aveva convinto che la questione comunista non potesse essere risolta per sempre con l’esclusione e la marginalizzazione.
Il PCI di Berlinguer aveva compiuto a sua volta un cammino straordinario. La svolta eurocomunista, il progressivo affrancamento da Mosca, l’elaborazione di una via italiana al socialismo nel rispetto delle libertà democratiche: tutto sembrava predisposto per un incontro storico tra le due grandi culture politiche dell’Italia repubblicana. La «solidarietà nazionale», come fu chiamata l’intesa, non era un governo di coalizione nel senso classico, ma qualcosa di più ambizioso e incerto: un patto di responsabilità condivisa in un momento in cui il paese affrontava la crisi economica e la violenza politica.
Cinquantacinque giorni
Durante i cinquantacinque giorni di prigionia, Moro scrisse decine di lettere ai colleghi di partito, alla famiglia, al Papa. Le lettere erano strazianti, lucide, a tratti dure verso coloro che, dentro la DC e nel governo, avevano scelto la linea della fermezza assoluta, rifiutando qualsiasi trattativa con i sequestratori. Andreotti, Zaccagnini, gli altri dirigenti democristiani rimasero compatti nel rifiutare ogni scambio di prigionieri. Il PCI di Berlinguer supportò questa linea con altrettanta fermezza, ritenendo che cedere al ricatto delle BR avrebbe significato legittimare la strategia della tensione armata.
Sul fronte opposto si muovevano coloro che chiedevano la trattativa: i socialisti di Craxi, alcuni esponenti dell’area laica, intellettuali come Leonardo Sciascia. La famiglia di Moro implorò il governo di agire. Ma lo Stato tenne la linea. Il 9 maggio 1978, il corpo di Aldo Moro fu trovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, a Roma, a metà strada simbolica tra le sedi della DC e del PCI. La scelta del luogo non era casuale: era un messaggio politico scritto con il sangue.
La fine del compromesso storico
L’assassinio di Moro non causò la morte immediata del compromesso storico, ma ne avvelenò irrimediabilmente le radici. Il progetto era già fragile: sostenuto dalla volontà di due uomini straordinari, Moro e Berlinguer, ma contestato dentro entrambi i partiti da correnti che lo vedevano come una resa o come un’illusione. Con Moro morto, il partito perse il suo architetto più audace. La DC si chiuse in sé stessa, tornando ai vecchi riflessi dell’anticomunismo di convenienza e del potere come fine in sé. Il PCI, a sua volta, si trovò in una posizione paradossale: aveva difeso le istituzioni con più coerenza di molti democristiani, ma non ne trasse alcun vantaggio politico.
Il governo Andreotti IV cadde nell’agosto del 1978. Alle elezioni successive il PCI subì una perdita di consensi significativa, prendendo le distanze da una formula che non aveva dato i frutti sperati. Berlinguer tornò alla strategia dell’alternativa di sinistra, riprendendo il dialogo con i socialisti, ma ormai Craxi stava costruendo un PSI radicalmente diverso, muscolare e pragmatico, che avrebbe presto reso impossibile ogni alleanza organica. La finestra storica si era chiusa.
Un’eredità contesa
A oltre quarant’anni da quei fatti, il caso Moro continua ad essere uno dei nodi irrisolti della storia repubblicana italiana. I processi hanno condannato i militanti delle BR, ma molte domande restano aperte sulla gestione politica del sequestro, sulle eventuali infiltrazioni nei servizi segreti, sulle ragioni profonde per cui lo Stato scelse di non trattare. Sciascia scrisse che l’Italia era diventata un paese in cui si potevano uccidere le persone due volte: una fisicamente, una politicamente. E la seconda, forse, era la più dolorosa.
Quel che è certo è che con Moro morì anche una certa idea dell’Italia possibile. Un’Italia in cui cattolici e comunisti, superati decenni di guerra fredda interna, avrebbero potuto governare insieme le contraddizioni di una società moderna. Era un’utopia, forse. Ma era anche il tentativo più serio di costruire una democrazia compiuta in un paese che non l’aveva mai davvero conosciuta. Le Brigate Rosse credevano di colpire lo Stato. Colpirono qualcosa di più fragile e di più prezioso: la possibilità di cambiarlo.
