Il piombo e i segreti: l’assassinio di Mino Pecorelli
Un giornalista scomodo, una notte di marzo e quarant’anni di verità soffocate
Carmine Pecorelli non era un giornalista nel senso convenzionale del termine. Era qualcosa di più inquietante e, al tempo stesso, di più affascinante: un uomo che aveva trasformato l’informazione in un’arte oscura, capace di muoversi con disinvoltura negli spazi opachi tra i servizi segreti, la politica, la massoneria e la criminalità organizzata. Il suo foglio, «OP — Osservatorio Politico», era letto con terrore nei palazzi romani, non tanto per la qualità della prosa quanto per la precisione chirurgica dei retroscena che pubblicava, spesso ricavati da fonti che nessun altro poteva o voleva avvicinare.
La notte del 20 marzo 1979, Pecorelli uscì dalla redazione di via Orazio, nel cuore di Roma, e salì sulla sua Citroën GS. Poche centinaia di metri più avanti, qualcuno lo aspettava. Due colpi di pistola lo raggiunsero alla testa e alla gola con una precisione che escludeva la casualità e rivelava la mano di professionisti. I proiettili erano calibro 7,65, riconducibili a una partita di munizioni già comparsa in altri delitti eccellenti di quegli anni. Il cadavere fu ritrovato ancora seduto al volante, con un bossolo inserito in bocca: un messaggio mafioso, secondo alcune interpretazioni, oppure una firma rituale destinata a restare oscura.
Pecorelli aveva quarantasei anni. Dietro di lui lasciava un archivio di rivelazioni, insinuazioni e dossier che avrebbe tormentato per decenni magistrati, parlamentari e storici. Davanti a lui non c’era più nulla.
«OP» era letto con terrore nei palazzi romani: non per la prosa, ma per la precisione di retroscena che nessun altro osava pubblicare.
Un Giornalista Tra I Segreti Della Repubblica
Per comprendere chi avesse interesse a uccidere Mino Pecorelli, occorre capire chi fosse davvero. Nato a Sessano del Molise nel 1928, si era trasferito a Roma dove aveva intrapreso la carriera giornalistica dopo una laurea in legge. Negli anni Settanta aveva fondato l’agenzia di stampa OP, che in breve era diventata qualcosa di difficilmente classificabile: parte bollettino politico, parte strumento di ricatto, parte archivio di segreti di Stato. Pecorelli era affiliato alla loggia massonica P2 di Licio Gelli, con il numero di tessera 2002, e questa affiliazione gli garantiva un accesso privilegiato a informazioni riservate che circolavano nei circoli del potere occulto italiano.
Le sue pubblicazioni toccavano i nervi scoperti della Prima Repubblica con una sistematicità che non poteva essere casuale. Pecorelli sapeva di Gladio prima che il mondo ne sentisse parlare. Sapeva dei fondi neri delle multinazionali petrolifere che alimentavano i partiti italiani. Sapeva — ed è questo il punto che più conta — molte cose sul sequestro e sull’assassinio di Aldo Moro, avvenuto appena un anno prima, nel 1978. Aveva pubblicato materiali che lasciavano intendere come le Brigate Rosse non fossero l’unica protagonista di quell’operazione, e come alcune carte del memoriale di Moro, scritto durante la prigionia in via Montalcino, fossero state sottratte o falsificate prima di essere consegnate alle autorità.
Chi conosceva Pecorelli sapeva che non pubblicava mai tutto ciò che sapeva. Conservava il resto come polizza assicurativa, come moneta di scambio. Ma quella polizza, a un certo punto, non bastò più.
Il Caso Moro E Le Carte Bruciate
Il filo che unisce l’omicidio Pecorelli al caso Moro è lungo, intricato e ancora, in parte, sepolto sotto strati di omissioni processuali. Nell’ottobre del 1978, a soli mesi dall’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana, Pecorelli aveva pubblicato su OP alcuni brani di quello che presentava come il vero memoriale di Moro, quello non reso pubblico, in cui il leader democristiano avrebbe fatto nomi eccellenti tra i responsabili del finanziamento illecito ai partiti, tra i dirigenti dello Stato coinvolti in operazioni coperte, tra i personaggi della massoneria che avevano contribuito a costruire l’Italia del dopoguerra su fondamenta marce.
Questi materiali indicavano una pista che portava direttamente ai vertici della DC e della P2. Se le informazioni di Pecorelli erano attendibili — e molte successive rivelazioni giudiziarie hanno dimostrato che spesso lo erano — allora il giornalista molisano aveva in mano materiale sufficiente a far tremare il sistema politico italiano. La domanda che i magistrati si sarebbero posti per anni era semplice: chi aveva consegnato quelle carte a Pecorelli, e chi, per questa ragione, aveva deciso di farlo tacere per sempre?
Pecorelli sapeva molte cose sul caso Moro. Non pubblicava tutto: conservava il resto come polizza assicurativa. Ma quella polizza, a un certo punto, non bastò più.
i processi: un labirinto senza uscita
La storia giudiziaria del delitto Pecorelli è, essa stessa, un documento sulla difficoltà della Repubblica italiana di fare i conti con i propri fantasmi. L’iter processuale si è protratto per oltre vent’anni, attraversando tre gradi di giudizio, con esiti contraddittori che sembrano riflettere non solo le complessità probatorie del caso ma anche le resistenze di un sistema che aveva molto da perdere dalla verità.
Nei primi anni Ottanta, le indagini si orientarono inizialmente verso ambienti della criminalità organizzata, in particolare verso la banda della Magliana, la potente organizzazione criminale romana che aveva intessuto rapporti con i servizi segreti, con la massoneria e con settori della politica. Il nome di Enrico De Pedis, uno dei boss del sodalizio, emerse con forza: secondo alcune testimonianze, sarebbe stato lui a organizzare materialmente l’omicidio, fornendo le armi e i killer.
Ma la svolta più clamorosa arrivò negli anni Novanta, quando i pm di Perugia — competenti per i reati ministeriali — iscrissero nel registro degli indagati il senatore Giulio Andreotti. L’ex presidente del Consiglio, sette volte premier, simbolo vivente della DC e di quella che era stata chiamata la «democrazia bloccata» italiana, veniva accusato di essere il mandante occulto dell’omicidio. L’accusa si fondava su una serie di elementi convergenti: i rapporti tra Andreotti e la banda della Magliana, le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia, e soprattutto il movente — le informazioni che Pecorelli aveva pubblicato e stava per pubblicare sui legami tra il senatore andreottiano, la P2 e il caso Moro.
Nel 1999 la Corte d’Assise di Perugia condannò Andreotti a ventiquattro anni di reclusione. Ma nel 2002 la Corte d’Appello dello stesso tribunale lo assolse, con una sentenza che non escludeva che egli potesse aver commissionato il delitto, ma riteneva le prove insufficienti per una condanna definitiva. La Cassazione nel 2003 confermò l’assoluzione in appello, chiudendo formalmente il capitolo processuale senza tuttavia offrire una risposta definitiva alla domanda su chi avesse voluto morto Pecorelli.
la pista gelli e la loggia p2
Parallelamente alla pista andreottiana, gli inquirenti seguirono per anni il filo che portava a Licio Gelli e alla sua loggia massonica. La P2 era l’asse portante attorno al quale ruotavano i più inquietanti segreti della Repubblica: vi facevano parte generali, magistrati, giornalisti, imprenditori, esponenti dei servizi segreti. Pecorelli ne era membro, ma era anche un membro scomodo, uno che evidentemente non rispettava le regole del silenzio che l’appartenenza alla loggia doveva garantire.
L’ipotesi investigativa che vide Gelli come mandante — o come intermediario nella catena che portava all’omicidio — si fondava su diversi elementi. Primo, il movente: Pecorelli stava scavando nei segreti della P2 e nelle sue connessioni con il caso Moro con un’intensità che rendeva la sua sopravvivenza incompatibile con gli interessi della loggia. Secondo, i mezzi: la banda della Magliana, che aveva eseguito materialmente il delitto secondo molte ricostruzioni, aveva contatti documentati con elementi vicini alla P2. Terzo, l’insolita precisione dell’esecuzione, che rivelava una pianificazione professionale e l’accesso a informazioni riservate sulle abitudini della vittima.
Gelli non fu mai condannato per l’omicidio Pecorelli, ma la sua figura rimase sullo sfondo di quasi tutte le ricostruzioni processuali come un’ombra dalla quale era impossibile liberarsi completamente. Morì nel 2015, a novantasei anni, portando con sé segreti che probabilmente nessun tribunale avrebbe mai potuto strappare alla sua silenziosa custodia.
La P2 era l’asse portante dei più inquietanti segreti della Repubblica. Pecorelli ne era membro, ma un membro scomodo: non rispettava le regole del silenzio.
la banda della magliana: il braccio armato
Tra tutti i soggetti coinvolti nelle ricostruzioni giudiziarie dell’omicidio Pecorelli, la banda della Magliana rappresenta l’elemento che più direttamente collega il mondo del crimine organizzato romano a quello del potere politico e dei servizi segreti. L’organizzazione, nata nella seconda metà degli anni Settanta nei quartieri periferici della capitale, aveva rapidamente sviluppato un network di relazioni con i vertici dello Stato che la distingueva da qualsiasi altra organizzazione criminale italiana dell’epoca.
Il coinvolgimento della banda nell’omicidio fu ricostruito principalmente attraverso le dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia. Secondo queste testimonianze, sarebbero stati uomini della Magliana a premere il grilletto nella notte del 20 marzo 1979, su commissione di soggetti più altolocati che avevano tutto l’interesse a far sparire Pecorelli senza comparire direttamente. Il killer materiale non fu mai identificato con certezza definitiva, ma i nomi che circolarono nelle aule giudiziarie erano quelli di personaggi con una lunga storia di violenza alle spalle.
La banda della Magliana, nell’Italia di quegli anni, non era soltanto un’organizzazione criminale. Era anche, in un certo senso, un servizio. Un servizio che alcuni poteri dello Stato utilizzavano quando volevano ottenere risultati che non potevano ufficialmente commissionare. Questo ruolo di «servizio parallelo» rende particolarmente arduo, sul piano storico prima ancora che giudiziario, stabilire dove finisca la criminalità organizzata e dove inizi l’azione deviata dello Stato.
quarant’anni dopo: una verità ancora in sospeso
Il delitto Pecorelli rimane, a distanza di quasi mezzo secolo, uno dei nodi irrisolti della storia repubblicana italiana. Non in senso processuale — i procedimenti si sono conclusi, le sentenze sono state emesse — ma in senso storico e civile. Nessuno ha pagato definitivamente per l’assassinio. Nessun mandante è stato condannato in via definitiva. La verità giudiziaria, quella che si può leggere nelle sentenze, è una verità che esclude senza accertare, che assolve senza spiegare.
Eppure, guardando all’insieme degli elementi emersi in oltre vent’anni di indagini e processi, alcuni contorni si delineano con relativa chiarezza. Pecorelli fu ucciso perché sapeva troppo. Sapeva del caso Moro, sapeva dei finanziamenti illeciti, sapeva delle trame della P2, sapeva dei rapporti tra criminalità organizzata e istituzioni. E stava per pubblicare qualcosa di definitivo, qualcosa che avrebbe potuto scuotere le fondamenta del sistema di potere che aveva governato l’Italia dal dopoguerra.
Chi lo abbia fatto uccidere è una questione sulla quale la storia ha formulato ipotesi più convincenti di quanto abbiano fatto i tribunali. Le responsabilità, se non penalmente accertate, sono moralmente riconoscibili in quel reticolo di interessi convergenti che univa la massoneria deviata, i vertici di un partito di governo abituato all’impunità, il crimine organizzato trasformato in braccio armato del potere, e i servizi segreti in bilico tra fedeltà allo Stato e fedeltà a logiche oscure.
Mino Pecorelli morì perché il giornalismo, in certi ambienti e in certi momenti, può essere un’attività letale. Morì perché aveva capito che la Repubblica italiana aveva un doppio fondo, e perché aveva deciso di sollevare il coperchio. Quello che c’era sotto, qualcuno volle che non si vedesse mai completamente. E in larga misura, almeno sul piano giudiziario, ci riuscì.




