2 agosto 1980: la bomba alla stazione di Bologna e le conseguenze politiche di una verità contesa
Alle 10.25 del 2 agosto 1980, in pieno periodo di esodo estivo, un ordigno collocato in una valigia esplode nella sala d’attesa di seconda classe della stazione centrale di Bologna. L’edificio crolla in parte, un vagone del treno Ancona-Basilea fermo al binario viene proiettato contro la pensilina. Ottantacinque persone perdono la vita, oltre duecento restano ferite. È, per numero di vittime, la più grave strage della storia repubblicana italiana, e arriva appena un anno dopo la stagione delle stragi che aveva insanguinato il paese a partire dalla fine degli anni Sessanta.
La data non è casuale agli occhi di chi ricostruì negli anni successivi il contesto politico del paese. Bologna era allora la città simbolo dell’amministrazione comunista più solida d’Italia, governata ininterrottamente dal PCI dal dopoguerra. Colpire quella città, in quel momento, significava colpire un’idea di Italia, in un decennio segnato dalla strategia della tensione: una sequenza di attentati – da piazza Fontana nel 1969 alla questura di Milano, da piazza della Loggia a Brescia al treno Italicus nel 1974 – che la magistratura avrebbe progressivamente attribuito ad ambienti dell’estrema destra neofascista, spesso in rapporto con apparati dello Stato deviati e con logiche di destabilizzazione che attraversavano l’intera Guerra Fredda.
«Una strage di Stato», la definirono da subito le prime cronache: un’accusa che per decenni avrebbe diviso storici, magistrati e opinione pubblica.
Le indagini e i processi
Le indagini giudiziarie si protrassero per anni, attraversando depistaggi, false piste e un clima di forte pressione politica. Nel 1995 la Corte di Cassazione confermò in via definitiva la condanna all’ergastolo per i neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, militanti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, riconosciuti come gli esecutori materiali dell’attentato. Negli anni successivi le indagini si sono spinte a individuare anche i mandanti e i finanziatori, in un percorso giudiziario che ha coinvolto figure legate alla loggia massonica P2 di Licio Gelli e ai servizi segreti militari. Nel 2022 la Corte d’Assise di Bologna ha condannato all’ergastolo anche Paolo Bellini, ritenuto coinvolto nella fase esecutiva, mentre un filone parallelo ha accertato responsabilità nel depistaggio iniziale delle indagini, attribuito a settori del SISMI.
Il processo per la strage di Bologna resta a oggi uno dei pochi, tra le grandi stragi italiane del periodo, ad essere arrivato a sentenze definitive sia per gli esecutori che, in tempi più recenti, per alcuni dei livelli superiori dell’organizzazione. Questo lo distingue da altri episodi della strategia della tensione, per i quali la verità giudiziaria è rimasta largamente incompiuta.
Le conseguenze politiche
Sul piano politico, la strage di Bologna ebbe un effetto immediato e uno di lungo periodo. Nell’immediato, rafforzò la percezione di un paese sotto attacco da parte di forze che intendevano impedire l’evoluzione democratica avviata con la stagione del compromesso storico tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista, già duramente colpita dal rapimento e dall’assassinio di Aldo Moro due anni prima. La strage contribuì a consolidare nell’opinione pubblica l’idea che l’Italia degli anni di piombo non fosse soltanto il terreno di scontro tra terrorismo rosso e terrorismo nero, ma anche il teatro di un conflitto più ampio, condotto da apparati occulti interessati a bloccare ogni mutamento degli equilibri di potere ereditati dal dopoguerra e dalla collocazione atlantica del paese.
Nel medio periodo, l’inchiesta bolognese contribuì a portare alla luce la rete della loggia P2, il cui smascheramento nel 1981 travolse la classe dirigente del paese, coinvolgendo politici, alti militari, vertici dei servizi segreti e figure dell’imprenditoria e della finanza. Lo scandalo P2 segnò una cesura nella vita pubblica italiana, accelerando la crisi di legittimità degli apparati statali e alimentando un dibattito, mai del tutto risolto, sul rapporto tra istituzioni ufficiali e poteri paralleli durante la Guerra Fredda.
La ricerca della verità su Bologna si intrecciò con quella su Gladio, sulla P2 e sui depistaggi dei servizi, diventando un terreno di scontro politico permanente.
Le commissioni parlamentari d’inchiesta che si sono succedute nei decenni – dalla Commissione Stragi alla Commissione Gladio – hanno più volte riportato l’attenzione sulla vicenda, contribuendo a tenere aperto un dibattito pubblico che ha attraversato governi di colore politico diverso. La memoria della strage è inoltre diventata un terreno di confronto, e talvolta di scontro, tra le diverse interpretazioni storiografiche e politiche della stagione del terrorismo: da un lato chi insiste sulla matrice esclusivamente neofascista e sulle complicità statali, dall’altro chi ha sollevato dubbi e letture alternative, spesso respinte dalle sentenze definitive ma comunque circolate nel dibattito pubblico.
Ogni 2 agosto, da quarantacinque anni, Bologna celebra la memoria delle vittime con una cerimonia pubblica in stazione, alla presenza delle più alte cariche dello Stato. L’orologio della stazione centrale, fermato simbolicamente alle 10.25, è diventato uno dei simboli più riconoscibili della memoria collettiva italiana legata agli anni di piombo, insieme al ricordo di Aldo Moro e delle altre vittime della strategia della tensione. La strage di Bologna resta così, nella storia repubblicana, non soltanto l’atto terroristico più sanguinoso, ma anche uno dei nodi attraverso cui si è misurata la capacità delle istituzioni italiane di fare i conti con la propria storia più oscura.




