Lo sparo di Sarajevo che spezzò un mondo
L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e di sua moglie Sofia per mano di Gavrilo Princip innescò una catena di eventi che nel giro di sei settimane trascinò l’Europa nella guerra più devastante che il continente avesse mai conosciuto.
La domenica mattina era calda e assolata quando la colonna di automobili scoperte percorse lentamente il lungofiume Appel Quai di Sarajevo. A bordo della seconda vettura sedevano l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, erede al trono dell’Impero austro-ungarico, e la sua amata consorte, la duchessa Sofia di Hohenberg. Erano venuti in Bosnia per ispezionare le manovre militari — una visita di Stato che avrebbe dovuto ribadire la sovranità di Vienna sulla provincia annessa appena sei anni prima. Non sarebbero mai ripartiti.
L’erede al trono aveva quarantanove anni. Era un uomo austero, lontano dalla popolarità, ma portatore di idee che avrebbero potuto ridisegnare l’Impero: era favorevole a una federazione tripartita che avrebbe accordato agli slavi del sud uno status paritario a quello di austriaci e ungheresi. Proprio questa prospettiva lo rendeva un pericolo agli occhi dei nazionalisti serbi e dell’organizzazione segreta nota come la Mano Nera, che coltivavano il sogno di una Grande Serbia unificata, libera dal giogo asburgico.
La congiura della Mano Nera
Dietro l’attentato si celava una rete di giovani patrioti bosniaci, reclutati e armati da Dragutin Dimitrijević — detto «Apis» — colonnello del servizio segreto militare serbo e gran maestro della Unione o Morte, appunto la Mano Nera. I congiurati erano in sette: tutti giovani, tutti consumati dall’ideale del martirio nazionalista, tutti armati con pistole FN modello 1910 e bombe a mano di fabbricazione serba. Avevano preso posizione lungo il percorso della processione, uno ogni poche centinaia di metri, come maglie di una trappola.
La Bosnia-Erzegovina era stata annessa dall’Austria-Ungheria nel 1908, scatenando l’ira del nazionalismo serbo. La provincia era percorsa da tensioni etniche e politiche latenti. Sarajevo, la sua capitale, era una città multietnica dove convivevano — a malapena — serbi ortodossi, croati cattolici e bosniaci musulmani.
Il primo attentatore, Muhamed Mehmedbašić, lasciò passare l’auto senza agire. Il secondo, Nedeljko Čabrinović, lanciò la sua bomba: questa rimbalzò sul cofano retrattile aperto, scivolò sotto il veicolo seguente ed esplose, ferendo diversi membri del seguito. L’arciduca, illeso, proseguì verso il municipio. La visita ufficiale si svolse con una tensione palpabile. Poi Francesco Ferdinando decise di cambiare programma: avrebbe fatto visita ai feriti dell’attentato in ospedale. Qui il destino cambiò rotta.
L’angolo di Franz-Josef-Straße
L’autista della prima macchina, non informato del cambio di itinerario, imboccò per errore la Franz-Josef-Straße. Quando gli fu intimato di fermarsi e fare retromarcia, l’automobile si immobilizzò proprio davanti alla rivendita di alimentari Schiller, dove per caso si trovava Gavrilo Princip. Aveva diciannove anni, era tubercolotico, e teneva in tasca una pistola calibro 32. La distanza era di meno di due metri.
«Non sono un criminale, perché ho eliminato chi faceva del male. Volevo fare del bene.»
Princip sparò due colpi in rapida successione. Il primo colpì Sofia allo stomaco; il secondo perforò la giugulare dell’arciduca. Le ultime parole di Francesco Ferdinando furono rivolte alla moglie, già morente al suo fianco: «Sopherl! Sopherl! Stirb nicht! Bleib am Leben für unsere Kinder!» — «Sofia! Sofia! Non morire! Resta in vita per i nostri figli!». Entrambi erano morti prima di mezzogiorno.
Princip fu arrestato immediatamente, prima che potesse ingerire la capsula di cianuro che portava con sé. Troppo giovane per la pena di morte secondo la legge austro-ungarica, fu condannato a vent’anni di prigione. Morì di tubercolosi ossea nel 1918, pochi mesi prima della fine della guerra che il suo gesto aveva contribuito ad accendere.
Le sei settimane che sconvolsero il mondo
Vienna attese quasi un mese prima di agire, raccogliendo prove e consultando Berlino. Il 23 luglio inviò alla Serbia un ultimatum deliberatamente inaccettabile in dieci punti, concepito per essere rifiutato. Belgrado accettò nove dei dieci punti, ma non il decimo — l’ingresso di funzionari austro-ungarici nel territorio serbo per partecipare alle indagini. Fu abbastanza. Il 28 luglio l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia.
Il sistema delle alleanze, costruito nei decenni precedenti come una rete di sicurezza collettiva, si rivelò una trappola perfetta. La Russia mobilitò le sue armate in difesa della Serbia; la Germania dichiarò guerra alla Russia e poi alla Francia; il Belgio neutrale fu invaso, trascinando nel conflitto la Gran Bretagna. Nel giro di sei settimane dallo sparo di Sarajevo, le grandi potenze europee erano tutte in guerra. Fu la Prima Guerra Mondiale: quattro anni, diciassette milioni di morti, la fine di quattro imperi.
Il conflitto pose fine agli Imperi austro-ungarico, tedesco, ottomano e russo. Ridisegnò completamente la carta d’Europa, gettando le premesse economiche e politiche per l’ascesa dei totalitarismi degli anni Trenta e per il secondo, ancor più sanguinoso conflitto mondiale del XX secolo.
Lo storico Christopher Clark ha definito i protagonisti di quella crisi «sonnambuli»: uomini che marciarono verso il precipizio con gli occhi aperti, convinti di poter controllare forze che invece li travolsero. Lo sparo di Sarajevo non fu la causa della guerra — le cause erano strutturali, profonde, accumulate nel corso di decenni di rivalità imperiali e bracci di ferro diplomatici. Fu la scintilla che incendiò la polveriera.
