“Yo-ho, yo-ho, la spada, il corvo, il mare…”
Storie
17 Aprile 2026

“Yo-ho, yo-ho, la spada, il corvo, il mare…”

di Ilaria Ricci

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Basterebbero: il fragore delle onde, il legno che scricchiola e gli sguardi che puntano all’orizzonte per evocare immediatamente quel ricco immaginario popolato da pirati crudeli e da avidi corsari, pronti a recitare il proprio ruolo sotto un unico raggelante vessillo. Non appena gli uomini impararono a governare i mari, tracciandone i confini e imponendo rigide gerarchie, emersero delle figure singolari decise a sovvertirle e ad incrinarle, trasformando le floride rotte commerciali in pericolosi terreni di caccia. Il fenomeno della pirateria si sviluppò notevolmente durante l’espansione delle civiltà greca e romana: si nutriva voracemente dei prosperi traffici che Roma intratteneva con l’Oriente, rappresentandone, in tal modo, una grave minaccia.  Non è un caso che il celebre oratore Cicerone, nel “De Officiis”, descrisse questi briganti del mare come i nemici comuni di tutti. Fu Gneo Pompeo che, durante il I secolo a.C., venne incaricato dal Senato Romano di sconfiggere e debellare la pericolosa pirateria. Con i primi secoli del Medioevo, dalla penisola scandinava, nuovi pirati partirono per compiere incursioni e saccheggi nell’Europa settentrionale: i temuti vichinghi. Tuttavia, l’apogeo della ribelle pirateria si verificò tra il Cinquecento e il Settecento, sulla scia delle grandi scoperte geografiche e dell’apertura delle complesse rotte oceaniche. Durante l’età d’oro della pirateria, il centro del conflitto si spostò dal Mediterraneo alle acque paradisiache dei Caraibi, divenute il palcoscenico privilegiato sul quale si consumarono le feroci rivalità tra le corone europee, impegnate ad ottenere il controllo sui mercati con il Nuovo Mondo. In questo clima di tensione, i pirati vennero autorizzati, mediante Lettere di Corsa, ad assaltare le navi nemiche sotto l’egida di regie bandiere. Questi “predatori patentati”, noti come corsari, agivano su mandato di un’autorità sovrana a compiere attacchi contro le sue flotte avversarie, ottenendo in cambio almeno una parte del fortunato bottino appena conquistato. Molto attivi furono i corsari barbareschi, che imbarcandosi dalle coste del Nord Africa, parteciparono ai conflitti tra gli Stati cristiani d’Europa e l’Impero Ottomano. Centro nevralgico dove poter spendere le ricchezze del proprio tesoro era, soprattutto per i corsari francesi e inglesi, la piccola isola della Tortuga, situata a nord dell’isola di Hispaniola, tra gli stati attuali della Repubblica Dominicana e di Haiti. Dietro la ferocia e la ribellione, tra i bucanieri e filibustieri prevaleva tuttavia un codice di condotta, chiamato codice di accordo oppure articoli di pirateria, redatto per gestire la vita della ciurma a bordo di una nave. Ogni gruppo di marinai, diventati pirati, doveva stendere il proprio codice che consisteva in precise e rigide regole da seguire relative alla condotta da adottare, alla suddivisione dei beni (rubati), e al risarcimento dei pirati feriti. Uno dei primi codici ad essere sopravvissuto integro fino ai nostri giorni fu redatto da George Cusack, pirata attivo tra il 1668 e il 1675. Gli articoli scritti su una nave rimanevano indipendenti dalle decisioni di qualsiasi nazione e avevano validità solo per coloro che si trovavano a bordo: i filibustieri erano obbligati a giurare fedeltà al codice della propria nave e al suo capitano. Secondo il libro del 1724, intitolato “La Storia Generale dei Pirati”, del capitano Charles Johnson, tra le regole da rispettare si trovano le seguenti: ogni uomo ha diritto di voto ed eguale titolo sulle provviste e sui liquori; nessuno deve giocare a carte oppure a dadi per soldi; se un uomo seduce una donna, oppure, la porta a bordo, subirà la morte. Secondo alcuni studi, tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, sulle navi di pirati, si istituiva un’organizzazione sociale fondata su principi egualitari e simil-democratici: le decisioni venivano prese in maniera collettiva e si rifiutava l’idea di un capo assoluto se non in combattimento. Nonostante i contribuiti delle differenti interpretazioni, la pirateria rimane ancora una forma di vita comunitaria ambigua e misteriosa, sospesa tra mito e realtà. Questa incertezza si riflette profondamente anche nel loro simbolo più iconico: la famosa bandiera Jolly Roger. Tutt’ora le sue origini non sono chiare: probabilmente il nome stesso deriva dall’espressione francese jolie rouge, ovvero bella rossa, colore (forse originario) della bandiera decorata dai teschi. Secondo un’altra teoria, la denominazione è da far risalire al termine inglese roger (vagabondo), utilizzato per indicare il diavolo Old Roger. I corsari inglesi, nel ‘700, usavano proprio una red jack, vessillo di colore rosso, su ordine degli ammiragli. Una volta terminata la guerra di successione spagnola (1714), molti corsari divennero pirati mantenendo la bandiera rossa, simbolo del sangue. Secondo tale ipotesi, la bandiera nera con ossa e teschi, che fece la sua comparsa intorno al XVIII secolo, ereditò il suo nome dalla temuta rossa. I pirati tendevano ad issare così il proprio vessillo- di cui ne esistevano molteplici varianti – solo in prossimità delle imbarcazioni da attaccare, in modo tale da sfruttare l’elemento sorpresa. Eppure, nonostante gli abili stratagemmi, la pirateria nei Caraibi iniziò il suo declino intorno alla prima metà del ‘700, mentre gli altri furbi bucanieri continuavano a diffondere il terrore sui mari dell’estremo oriente. Infatti, con l’inizio dell’800, navigava imperterrita sulle acque del Mar della Cina, una delle più grandi flotte di pirati, composta da 20.000-40.000 uomini guidata dalla severa e rigorosa Ching Shih. La pirateria ha rappresentato più di una semplice scorreria da bottino: è stata l’ombra persistente di ogni impero e il riflesso violento di chi cercava di recintare il mare. Svanite le sbornie di Tortuga e silenziate le cannoniere, di quell’indistinto passato rimane un solido e prospero immaginario.

“Quando decisi di disegnare una storia sui pirati lessi tutti i libri sulla pirateria che riuscii a trovare; tuttavia, in nessun documento del passato vi era traccia dei pirati che sognavo da bambino. Suppongo che fossero talmente presi dalle loro avventure da dimenticare di tramandarle ai posteri. Haah, quei furfanti dei pirati!” (Eiichirō Oda)