Lo spin doctor: a tu per tu con Luigi Crespi
Il suo libro autobiografico “Lo spin doctor. Memorie delle mie sette vite più una” (Solferino) racconta una storia di ascese e cadute, di ripartenze dopo crolli apparentemente definitivi. Non è solo la cronaca di una carriera: è il ritratto di un’epoca politica che ha trasformato l’Italia, vissuta dal di dentro, senza filtri.
Da dove nasce l’idea di scrivere questo libro?
Nasce da una necessità, non da un progetto editoriale. Avevo bisogno di rimettere in ordine la mia storia, di capire cosa restava dopo le vittorie, gli errori, le cadute. Ha rappresentato la fine di una fase e l’inizio di una nuova, come un sigillo sul passato: è un biglietto per il futuro.
C’è stato un momento durante il quale hai pensato davvero di lasciare tutto?
Perché mai? Cosa avrei dovuto mollare, lasciare tutto per cosa? No, non c’è stato neanche un momento nella mia vita in cui ho pensato di arrendermi, di lasciare andare, di girare la testa dall’altra parte. Certo, momenti di stanchezza li abbiamo tutti, momenti di pausa sono necessari, ma lasciare tutto non è mai stato un’opzione, neanche lontana.
Il rapporto con tuo padre non è stato semplice. C’è un insegnamento che ti ha lasciato?
Mi ha insegnato, anche attraverso il conflitto, cosa non volevo diventare. Ho imparato che l’autorità senza ascolto produce distanza, non rispetto. C’è voluto tempo per capire, per perdonare. Ed esserci riusciti, in questo caso, io e mio fratello insieme, è stata la nostra salvezza.
Un aneddoto su Berlusconi non presente nel libro.
Ridurre la vicenda umana, professionale e politica con Silvio Berlusconi a un aneddoto dopo la sua morte mi sembra troppo limitativo. La riflessione sull’impatto che questo uomo ha avuto sulla sua contemporaneità è ancora da scrivere: occorre distanza, occorre tempo per poter dare una valutazione di una fase storica, tra nostalgia e rammarico, tutta ancora da capire.
G8 di Genova: potendo tornare indietro rifaresti le stesse cose?
Col tempo ho capito che, in certi contesti, la comunicazione può diventare parte del problema se non è accompagnata da responsabilità politica e umana. Oggi farei scelte più consapevoli.
Spin doctor: in Italia abbiamo qualcosa da invidiare ai colleghi all’estero?
No, sul piano del talento no. Abbiamo creatività, intuito, capacità narrativa. Quello che spesso ci manca è il sistema: strutture, continuità, cultura strategica. Fuori c’è più metodo, qui più istinto.
Le tre qualità di un buon spin doctor.
Chiarezza: capire cosa conta davvero.
Coraggio: dire ciò che non è comodo.
Responsabilità: sapere che le parole cambiano la realtà.
Macchina del tempo: che consiglio daresti al Luigi Crespi di inizio carriera?
Di non confondere il ruolo con l’identità. Il lavoro passa, la persona resta. E di non avere fretta di vincere: ciò che costruisci troppo in fretta spesso non ti appartiene davvero.
Su quali progetti stai lavorando oggi?
L’impegno maggiore è in Proger, la società per la quale lavoro e che rappresenta il primo operatore dell’ingegneria in Italia. Marco Lombardi sta guidando una trasformazione dell’azienda in un momento storico in cui le risposte passano attraverso la capacità di adattamento, nella quale una società di ingegneria gioca un ruolo strategico decisivo. In questa fase la comunicazione, sia interna che esterna, è una leva fondamentale che garantisce l’atterraggio sui propri obiettivi. Ma non solo. Sto lavorando su progetti che uniscono comunicazione, cultura e senso: un libro sul potere simbolico del brand, un podcast che ragiona sull’identità pubblica e alcune produzioni cinematografiche che raccontano il cambiamento del nostro tempo. C’è poi la mia passione per la radio e la collaborazione con Rai Radio 1, in particolare in questa fase con Zapping di Giancarlo Loquenzi. Oggi non mi interessa “apparire”: mi interessa lasciare traccia




