Il caso Al Masri: un danno per il governo italiano nel nome della collaborazione bilaterale Italia-Libia.
Al‑Masri, il cui nome completo è Usāma al‑Maṣrī Nağīm o Osama Elmasry Njeem, è il comandante della polizia giudiziaria libica, con controllo diretto su centri di detenzione nella regione occidentale della Libia, in particolare Tripoli e Zawiya. La Corte Penale Internazionale (CPI) lo accusa di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui omicidi, torture, violenze sessuali, detenzioni arbitrarie e riduzione in schiavitù, commessi nella prigione di Mitiga tra il 2015 e il 2024. Tra le vittime figurano anche un bambino di cinque anni violentato e almeno 34 persone uccise. Dal 2018 è oggetto di un mandato di arresto internazionale emesso dalla CPI, ma il suo arresto in Libia nel 2020 è rimasto al momento senza un processo chiaro.
Il ruolo nel sistema di gestione dei migranti
Secondo ONGs, testimonianze di migranti e rapporti delle Nazioni Unite, Al‑Masri gestisce (direttamente o tramite la milizia Rada, cui è affiliato) vari centri-lager tra cui Mitiga e Al‑Nasr a Zawiya. Qui si segnalano frequenti abusi: torture, estorsioni alle famiglie, stupri sistematici, lavori forzati e detenzioni arbitrarie. Nei crimini descritti rientrano anche catene di morti e fosse comuni, come documentato in Tarhuna e Kufra, dove sarebbero state sepolte centinaia di vittime. Al‑Masri è accusato di coordinare la Guardia costiera libica, addestrata e finanziata anche dall’Unione Europea, usata per intercettare migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo. Tali persone sarebbero poi riportate nei centri di detenzione controllati dalla sua rete, secondo un sistema in cui milizie, trafficanti e funzionari sarebbero compenetrati. Le autorità l’hanno accusato di collaborare direttamente con organizzazioni criminali, ottenendo pagamenti per permettere il passaggio dei migranti. Fondi europei destinati alla sicurezza sono quindi entrati indirettamente in mani accusate di gravi violazioni dei diritti umani.
Il “caso Al‑Masri”: l’arresto, rilascio e i problemi al governo italiano
Il 19 gennaio 2025, Al‑Masri è stato arrestato a Torino su mandato della CPI. Tuttavia, pochi giorni dopo, le autorità italiane lo hanno rimpatriato in Libia con volo di stato, anziché consegnarlo alla Corte de L’Aja. Questa decisione ha sollevato dure critiche da parte di Medici per i Diritti Umani (MEDU) e ONG come Mediterranea Saving Humans e Refugees in Libya. In Italia, Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi, Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano sono statri indagati dalla Tribunale dei ministri per favoreggiamento e peculato, nel frattempo, la CPI ha avviato una procedura formale per mancata cooperazione, chiedendo spiegazioni all’Italia. Le risposte fornite dal governo italiano sono state giudicate insufficienti e quindi la Camera preliminare della Corte ha aperto un fascicolo e, valuterà se sollevare o meno la questione al Consiglio di Sicurezza ONU. Le ONG denunciano che i finanziamenti UE e italiani alla Libia abbiano contribuito a rafforzare proprio quelle milizie responsabili degli abusi, tra cui quella di Al‑Masri. In particolare oltre 100 milioni di euro dal 2017 sono stati destinati all’addestramento e al supporto della Guardia costiera libica.Parte di questi fondi è finita in strutture parallele controllate da milizie come Rada e Stability Support Apparatus, entrambe collegate ad Al‑Masri.
La vicenda Al‑Masri incarna quindi una delle più gravi contraddizioni nella gestione italiana e europea dell’immigrazione: combattere il traffico di esseri umani affidandosi a chi è accusato di orchestrarlo. Continuano le indagini e la mobilitazione delle ONG e della comunità internazionale per garantire verità e giustizia.
Flussi migratori: l’influenza di Al‑Masri
Al‑Masri non è il motore delle migrazioni dalla Libia, ma uno dei principali attori del sistema di intercettazione, detenzione e profitto legato ai flussi migratori. Il suo potere nasce dall’assunzione del controllo sui centri-lager più importanti e sulla collaborazione nella cooperativa di repressione dei migranti via mare. Un report riservato UE ha inoltre chiarito che l’aumento degli sbarchi in Italia non è collegabile direttamente al caso di Al‑Masri, bensì a cambiamenti nelle rotte, condizioni meteorologiche e offensiva libica contro le milizie tribali vicino al confine tunisino. In particolare, i centri di partenza da Zuwara hanno perso rilevanza: molti migranti partono ora da Abu Kammash in mano a tribù che attuano nuovi commerci di esseri umani. Non esiste prova del coinvolgimento della milizia di Al‑Masri in quelle partenze. Il profilo di Al‑Masri rappresenta una cruda evidenza del paradosso alla base della gestione europea e italiana della migrazione libica: fondi e legittimità dati a milizie e strutture sotto accusa dalla giurisdizione internazionale, che replicano sistemi di detenzione abusiva, tortura ed estorsione. Il caso Al‑Masri ha aperto una crisi diplomatica tra l’Italia e la CPI, innescando riflessioni sull’opportunità di esternalizzare il controllo migratorio a forze che violano sistematicamente i diritti umani.




