Italia-Libia: luci e ombre della diplomazia segreta dell’intelligence
I rapporti tra Italia e Libia sono da anni un campo minato di equilibri precari, interessi energetici, flussi migratori e, soprattutto, collaborazioni sotterranee tra apparati di intelligence. Gli ultimi eventi, l’arresto e il rilascio del capo dei carcerieri libici Muhammad Al Masri e l’inatteso respingimento del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi da parte dell’amministrazione di Bengasi, hanno dimostrato la complessità delle relazioni tra i due paesi e i giochi paralleli condotti dai servizi segreti.
I respingimenti del Ministro Piantedosi, uno schiaffo diplomatico?
Ancora fresco è lo “schiaffo” diplomatico rifilato dal Generale Haftar al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e alla delegazione di ministri dell’Unione europea che recatasi a Bengasi è stata respinta dal governo della Cirenaica.
Nella nota del governo ombra di Haftar si parla di un “mancato rispetto delle procedure di ingresso e soggiorno dei diplomatici stranieri stabilite dal governo libico e al loro l’arrivo gli è stato notificato “l’obbligo di lasciare il territorio libico quali persone non grate”. Una presa di forza da parte del Generale che in un modo alquanto sui generis ha voluto ribadire alla comunità internazionale nonché alla delegazione dei ministri europei, arrivata in aereo a Bengasi da Tripoli, che i rappresentanti del governo di unità nazionale, sostenuto dalle Nazioni Unite e presieduto dal premier ad interim Abdul Hamid Mohammed Dbeibah, non rappresentano la statualità libica e che per lo meno esistono due governi, quello della Cirenaica e quello della Tripolitania, che si contendono il controllo dell’immenso territorio libico.
Non è la prima volta che il Generale Haftar e il governo di Bengasi ha mostrato la sua forza diplomatica con prese di posizione nette e chiare, di fatti, è dello scorso maggio l’altro episodio che ha coinvolto sempre il Ministro Piantedosi che avrebbe dovuto partecipare ad un incontro bilaterale con il ministro degli Interni del governo orientale libico. La visita, annunciata con discrezione, dapprima confermata venne successivamente e improvvisamente cancellata dal lato libico. Piantedosi venne formalmente “non accolto”. Un fatto senza precedenti nella diplomazia italiana contemporanea, con un ex funzionario dell’intelligence italiana che dichiarò, in forma anonima:
“La mossa su Piantedosi è una ritorsione calcolata. Haftar e i suoi non tollerarono la marginalizzazione nei dossier su migranti ed energia. Roma sta giocando su due tavoli, e a Bengasi lo sanno.”
Dietro questo gesto si celano sempre più alti livelli di tensione. Haftar non avrebbe gradito l’intensificazione dei rapporti tra Roma e il governo rivale di Tripoli, riconosciuto dall’ONU, né la crescente collaborazione tra la Guardia Costiera libica occidentale e l’Italia nel contenimento dei flussi migratori.
Il caso Al Masri: un’operazione ambigua
Eppure, l’asse Roma-Bengasi quando c’è stato da essere collaborativi per la tutela degli interessi libici, ha sempre funzionato. E’ del marzo 2025 la vicenda di Muhammad Al Masri, cittadino libico con presunti legami con milizie salafite attive nell’est della Libia, arrestato a Palermo. Le autorità italiane parlarono inizialmente di un’operazione antiterrorismo coordinata con partner internazionali, tuttavia, nel giro di pochi giorni, Al Masri venne rilasciato inspiegabilmente. Nessuna accusa formale, nessun mandato internazionale solo il silenzio e un passaggio diretto da Fiumicino su un volo privato diretto verso Bengasi.
Fonti riservate hanno confermato che Al Masri era in realtà un interlocutore di lunga data dei servizi italiani, in particolare dell’AISE, Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna, utilizzato come canale di comunicazione informale con ambienti legati al generale Khalifa Haftar. L’arresto sarebbe stato frutto di un’iniziativa della magistratura siciliana, non coordinata con l’intelligence. La sua liberazione, invece, avrebbe richiesto un intervento diretto della Presidenza del Consiglio.
Una fonte diplomatica europea ha commentato: “Al Masri non è un terrorista in senso stretto, ma un uomo-ponte tra gli interessi italiani e le milizie cirenaiche. L’errore è stato trattarlo come un criminale comune.”
AISE, Tripoli e Bengasi, un triangolo sotto i radar
Negli ultimi anni, mentre i riflettori dell’opinione pubblica sono stati puntati sulla crisi migratoria e sui conflitti tra le milizie libiche, l’Agenzia di intelligence esterna italiana AISE ha continuato a tessere una rete sempre più fitta con gli apparati di sicurezza del governo di Tripoli, riconosciuto internazionalmente e sostenuto da Stati Uniti, Turchia e Nazioni Unite e con il governo di Bengasi. Una collaborazione iniziata nel silenzio delle crisi e cresciuta grazie a tre fattori chiave: migranti, antiterrorismo e infrastrutture energetiche.
Il controllo dei flussi migratori è il pilastro operativo della cooperazione. L’AISE ha stabilito una presenza stabile in territorio libico – seppur non ufficiale – attraverso funzionari in contatto diretto con la Directorate for Combatting Illegal Migration DCIM, l’ente libico che gestisce i centri di detenzione per migranti.
Attraverso questa rete, l’Italia ha di fatto esternalizzato il contenimento dei flussi, fornendo supporto tecnico, addestramento e intelligence alle forze di sicurezza libiche occidentali, in particolare alla Guardia Costiera di Tripoli. L’AISE è coinvolta nel coordinamento delle operazioni di intercettazione in mare, spesso condividendo dati satellitari, informazioni radar e tracciamenti di imbarcazioni sospette.
Nonostante le critiche delle ONG per i diritti umani, Roma continua a considerare questa collaborazione essenziale per ridurre gli arrivi irregolari. Solo nel primo semestre del 2025, l’AISE ha supportato almeno 36 operazioni di blocco in acque libiche, secondo fonti diplomatiche italiane.
L’altra grande direttrice di cooperazione è quella della sicurezza interna libica, con un’attenzione crescente al contrasto del jihadismo residuo e delle reti criminali transnazionali.
Nel corso degli anni, l’AISE ha stabilito canali stabili con il Rada Special Deterrence Force, un gruppo semi-ufficiale islamista ma pragmatico, responsabile di operazioni di polizia e antiterrorismo nella capitale. Pur controverso per il suo approccio repressivo, Rada è diventato un partner di fatto nella gestione di soggetti sospetti, nel monitoraggio delle cellule legate all’ISIS e – secondo alcuni report non confermati – nella consegna informale di individui ricercati da parte italiana.
In almeno due casi nel 2024, fonti vicine all’intelligence italiana riportano che agenti dell’AISE avrebbero facilitato il trasferimento di sospetti radicalizzati dalla Libia all’Italia o a paesi terzi tramite voli riservati e scali in Tunisia o Malta, aggirando formalmente procedure di estradizione.
Infine, L’Italia ha enormi interessi economici in Libia, in particolare attraverso ENI, la compagnia petrolifera nazionale che gestisce gli impianti di estrazione e raffinazione nel Golfo della Sirte e a Mellitah. L’AISE ha il compito non solo di proteggere questi asset strategici, ma anche di mediare tra Tripoli e le milizie locali che controllano territori chiave.
La cooperazione con Tripoli ha però un prezzo, sta acuendo, come accaduto con la vicenda Piantedosi, le tensioni con il governo della Cirenaica guidato da Khalifa Haftar. Il respingimento del ministro Piantedosi è interpretato da molti come un messaggio diretto all’Italia, ovvero sostenere Tripoli vuol dire mettersi contro Bengasi.
All’interno dell’apparato italiano, ci sono anche frizioni tra AISE e altre istituzioni, con la Guardia di Finanza e il Viminale che spingerebbero per un coinvolgimento maggiore con l’Est libico, più efficace nel controllo territoriale e militare. L’AISE, invece, mantiene una linea cauta e concentrata sulla stabilità delle aree dove operano aziende italiane e dove l’intelligence può contare su reti costruite negli anni post-Gheddafi.
Un equilibrio instabile
L’intelligence italiana, storicamente attiva in Libia, si muove in uno scenario estremamente fluido. Dal 2011 in poi, il paese nordafricano è diviso tra almeno due governi, una miriade di milizie, interessi tribali e potenze straniere: Russia, Egitto, Turchia, Emirati, Francia. L’Italia cerca da anni di mantenere una posizione di influenza, bilanciando relazioni con Tripoli, dove ha interessi energetici diretti tramite ENI, e con l’Est libico, fondamentale per la sicurezza e il controllo migratorio.
Il problema è che questa doppia linea è sempre più difficile da sostenere. Gli apparati libici non dimenticano né le promesse né i tradimenti. E in assenza di una politica estera coesa, il compito dell’intelligence si fa sempre più delicato.
Migranti, energia, geopolitica
Sul tavolo restano dossier caldi il memorandum Italia-Libia sui migranti, la gestione dei centri di detenzione più volte denunciati da ONG internazionali, e le concessioni petrolifere contese nel Golfo della Sirte. Tutti temi in cui l’intelligence agisce spesso come braccio operativo della diplomazia, ma con margini sempre più stretti. Nel frattempo, il silenzio di Palazzo Chigi sui recenti incidenti alimenta sospetti: Roma preferisce non irritare né Tripoli né Bengasi, ma rischia di perdere credibilità su entrambi i fronti.
La cooperazione tra intelligence italiana e libica rimane un asset strategico, ma anche un campo minato. Il caso Al Masri mostra i limiti della trasparenza tra apparati e autorità giudiziarie. Il respingimento di Piantedosi segnala un deterioramento dei canali politici. In mezzo, una Libia ancora frammentata e un’Italia che, pur volendo mantenere un ruolo da protagonista, rischia di rimanere intrappolata nei suoi stessi doppi giochi.




