Italia e Libia, due paesi, due storie e mille intrecci storico-politici
Le relazioni tra Italia e Libia affondano le radici nella conquista coloniale italiana che ebbe inizio con la guerra italo-turca (1911–1912) e la conquista di Tripoli e della Cirenaica da parte dell’Italia. Nel corso di questi decenni, la dominazione si caratterizzò per violenze sistematiche, tra cui l’uso di gas asfissianti, campi di concentramento e azioni di deportazione e repressione, particolarmente intense in Cirenaica contro la resistenza senussita guidata da Omar al‑Mukhtar. Stime storiografiche riferiscono tra 50.000 e 70.000 deportazioni, centinaia di migliaia di vittime e l’espulsione di oltre 100.000 persone. Nonostante ciò, sotto il dominio coloniale furono realizzati anche infrastrutture, villaggi agricoli e servizi civili, con programmi di colonizzazione tra gli anni ’30 e ’40. Dopo la Seconda guerra mondiale e la fine del colonialismo, la Società delle Nazioni sancì nel 1947 l’indipendenza della Libia, ponendo fine al mandato coloniale italiano.
Dalla Monarchia a Gheddafi
Nel nuovo Stato libico, l’Italia cedette alla Libia molte proprietà statali, inclusi beni della Banca d’Italia, con accordi firmati nel 1956. Contemporaneamente, l’Eni – fondata negli anni ’50 – instaurò una collaborazione strategica con Tripoli, congiunta con la Libyan National Oil Company dal 1972. Nel 1969, il colpo di Stato guidato da Muʿammar al‑Qaḍḍāfī portò a un’eresia profonda nei rapporti bilaterali. Il nuovo regime proclamò la “Giornata della Vendetta” e, tra luglio e ottobre 1970, espulse circa 20.000 italiani, confiscando tutti i loro beni dal giorno alla notte. A partire dagli anni ’90, con la Libia sempre più isolata in ambito internazionale, Italia e Tripoli avviarono un approccio di riavvicinamento basato su cooperazione contro terrorismo, migrazioni e traffici illegali. Nel 1998 l’Italia presentò le proprie scuse ufficiali per i crimini coloniali, con un primo impegno a compensazioni.
Trattati successivi nel 2000 e nel 2007 prevedevano cooperazione in tema di rimpatri e controllo delle frontiere. Il culmine del processo di riconciliazione fu il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, firmato l’30 agosto 2008 a Bengasi da Silvio Berlusconi e Muʿammar al‑Qaḍḍāfī. Secondo tale accordo: i) l’Italia si impegnò a versare 5 miliardi di dollari in 20 anni per infrastrutture, sovvenzioni e borse di studio; ii) Vennero restituiti all’Archeologia libica alcuni reperti trafugati, tra cui la Venere di Cirene; iii) Berlusconi formulò l’imperativo “In nome del popolo italiano… chiedo scusa per uccisioni, distruzioni e repressioni subite dal popolo libico durante il colonialismo”.
In cambio, la Libia si impegnò a contrastare l’immigrazione irregolare attraverso controlli marittimi e forze congiunte di pattugliamento costiero. Si rafforzò anche la cooperazione energetica: ENI ottenne una proroga venticinquennale dei suoi contratti in Libia. Il trattato fu ratificato in Italia il 6 febbraio 2009 e in Libia il 2 marzo, durante la visita di Berlusconi a Tripoli.
La crisi delle relazioni bilaterali del 2011
Nel 2011, con la guerra civile e l’intervento NATO che portò alla caduta di Gaddafi, Italia e Libia vissero una rottura. L’Italia congelò assetti collegati al regime e sospese il trattato di amicizia, anche se ENI riprese estrazioni già nel settembre. Roma riconobbe il Consiglio Nazionale Transitorio libico, mantenendo l’ambasciata aperta anche in situazioni di instabilità. Nel 2017 Paolo Gentiloni e Fayez al‑Sarraj sottoscrissero un memorandum di intesa per la cooperazione su sviluppo, migrazione, traffico di esseri umani e rafforzamento dei controlli di frontiera. Da quel momento, l’impegno italiano si è concentrato sulla gestione dei flussi migratori e il sostegno alla stabilità, temi al centro anche del più ampio dibattito europeo.
Le relazioni bilaterali Italia‑Libia sono state attraversate da violenza coloniale, espulsione della diaspora italiana, guerra fredda diplomatica, riconciliazione istituzionale, e infine una cooperazione ambivalente tra migrazione ed energie. Il Trattato del 2008 rappresenta un esempio unico di scuse e compensazioni coloniali, ma come sottolinea la storiografia, il bilateralismo conserva una componente pragmatica: le risorse energetiche e i controlli migratori restano punti centrali. Nel contesto libico post‑Gaddafi, oltre alla cooperazione su migranti, l’Italia mira oggi a sostenere la stabilità e lo sviluppo economico, tenendo vivo il dialogo con le istituzioni locali. Tuttavia, l’imprevedibilità politica e il fragile mosaico di milizie e governi continuano a costituire un limite, anche per il buon completamento del trattato e delle azioni infrastrutturali promesse




