La COP 29 e la conclusione dei lavori, 300 miliardi di motivi per contrastare il cambiamento climatico e un compromesso che non accontenta nessuno
A Baku si è conclusa la ventinovesima conferenza delle nazioni unite sul clima e i paesi firmatari dell’accordo di Parigi si sono impegnati a limitare il riscaldamento globale al di sotto della soglia dei due gradi in più rispetto all’era preindustriale (1850-1900), e possibilmente al di sotto della soglia degli 1,5 gradi, per evitare conseguenze catastrofiche per il pianeta. Il 7 novembre 2024 il Servizio europeo sul cambiamento climatico di Copernicus (C3s) ha affermato che il 2024 sarà quasi sicuramente l’anno più caldo mai registrato e il primo a superare la soglia degli 1,5 gradi. Secondo le Nazioni Unite, i partecipanti accreditati alla Cop29 sono stati circa 51mila, un numero inferiore rispetto alla Cop28 che si è svolta nel 2023 a Dubai. Alcune ong hanno contestato il fatto che la conferenza si sia svolta in Azerbaijan, il paese produttore di petrolio dove molti attivisti ambientali sono stati arrestati.
L’Accordo di compromesso a seguito delle trattative a oltranza.
Alla fine, l’accordo è arrivato. Dopo giorni di negoziati e tensioni, i delegati dei governi mondiali alla Cop29 di Baku hanno trovato l’accordo sui fondi che i Paesi più industrializzati verseranno a quelli del cosiddetto “Sud globale” per contribuire alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico e alla riduzione delle emissioni da parte dei Paesi che hanno avviato più di recente il loro processo di industrializzazione. L’obiettivo di finanza climatica era parte dell’Accordo di Parigi. Dai 100 miliardi l’anno previsti e proposti inizialmente, i Paesi più ricchi del mondo, a seguito di trattative serrate, si sono impegnati a metterne a disposizione 300 l’anno di qui al 2035. Una cifra sensibilmente inferiore a quella in cui speravano i Paesi in via di sviluppo si partiva da un obiettivo di 1.000 miliardi l’anno, ma su cui al rush finale si è chiuso l’accordo nell’ultima plenaria della Cop29.
Le trattative, che dovevano chiudere venerdì 22, si sono trascinate per tutta la giornata di sabato e fino alle prime ore di domenica, quando la plenaria ha acceso luce verde. La fatica a trovare un’intesa tra i quasi 200 Stati partecipanti, lo scambio di accuse e le polemiche, hanno messo in luce tutti i limiti del sistema delle Cop e del sistema multilateralista.
La proroga delle trattative ha prodotto un’offerta al rialzo da parte dei Paesi avanzati, che hanno accettato di portare gli aiuti bilaterali alle nazioni più povere a 300 miliardi di dollari, dai 250 di venerdì, all’anno, entro il 2030, su spinta di Stati Uniti e Unione Europea. Il triplo dell’attuale impegno annuale in scadenza nel 2025 e raggiunto con due anni di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Le risorse saranno raccolte attraverso un’ampia varietà di fonti, compresi finanziamenti pubblici e accordi bilaterali e multilaterali.
Il vertice e le trattative tra i paesi sono stati a lungo sull’orlo del collasso e della rottura, alla fine tuttavia è prevalsa la volontà di arrivare comunque a una qualche intesa e, nella serata di sabato, sono arrivati i segnali di accordo, che nel corso delle ore si sono trasformati nel compromesso finale.
Attraverso il coinvolgimento di soggetti come le Banche multilaterali per lo sviluppo e del settore privato, i flussi di finanziamento annui a favore dei Paesi poveri dovrebbero arrivare a 1.300 miliardi di dollari entro il 2035.
Tuttavia, quanto più le risorse arrivano sotto forma di prestiti, tanto più i Paesi destinatari temono il peso degli oneri per rimborsarli, molti di loro infatti hanno già elevati livelli di debito estero e scarsi margini di bilancio, per questo hanno chiesto che almeno il 30% dei fondi fossero garantiti dalla finanza pubblica.
I Paesi avanzati hanno molto insistito per coinvolgere, negli aiuti bilaterali vincolanti, gli stati ricchi come Arabia Saudita, Cina e India, ovvero le tre economie emergenti, che sono state chiamate a sostenere ed erogare gli aiuti, pur senza alcun obbligo stringente, e i loro soldi non rientrano nel conteggio dei 300 miliardi.
Un mercato internazionale delle emissioni
L’assemblea plenaria della Cop29 di Baku ha approvato nell’ultima giornata anche le norme per l’istituzione di un mercato internazionale delle emissioni di carbonio, previsto all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi. L’approvazione consentirà di dare vita a un mercato in cui le emissioni di un Paese possono essere mitigate in altri territori.
Il Paese che emette di più potrà finanziare, ad esempio, grandi progetti di riforestazione fuori dal proprio territorio o impianti di rinnovabili, compensando così i gas serra aggiunti all’atmosfera con interventi più economici rispetto a quanto lo sarebbero all’interno dei propri confini. Gli standard tecnici erano stati definiti nel corso del primo giorno, ma ulteriori regole sull’implementazione verranno discusse nel corso del 2025. Quello che gli osservatori considerano un successo è l’aver raggiunto un accordo sull’esistenza di un registro delle transazioni controllato dall’Onu. Dopo quasi dieci anni di negoziati, questa intesa dovrebbe dare credibilità e trasparenza al meccanismo con un sistema di crediti che possono essere ottenuti attraverso progetti come la piantumazione di alberi o la costruzione di parchi eolici in un Paese povero. I Paesi e le aziende possono acquistare questi crediti per contribuire al raggiungimento dei loro obiettivi climatici.
Secondo la Ieta, un gruppo di imprese che sostiene l’espansione dello scambio di crediti di carbonio, una borsa sotto l’ombrello delle Nazioni Unite potrebbe valere 250 miliardi di dollari all’anno entro il 2030 e contribuire a compensare altri 5 miliardi di tonnellate metriche di emissioni annue.
Europa e Stati Uniti hanno legato il dossier degli aiuti alla riconferma dell’impegno, preso con la Cop28 dello scorso anno a Dubai, ad allontanarsi gradualmente dall’utilizzo di petrolio e gas, oltre che del carbone, scontrandosi fino all’ultimo con le resistenze dei petrolstati, Arabia Saudita in testa, e dei grandi consumatori di combustibili fossili tra le economie emergenti.
L’Arabia Saudita ha, su questa tematica alzato le barricate, cercando altresì di manomettere un già fragile accordo che si è faticato molto a raggiungere ostacolando l’azione per ridurre l’uso dei combustibili fossili con la delegazione saudita accusata di aver manomesso la bozza di testo fatta circolare dalla presidenza della Cop.
La crisi del sistema multilaterale e lo spettro di Donald Trump che può far vacillare l’accordo trovato
In un’atmosfera surreale la plenaria è stata più volte sospesa e riconvocata, fino alla chiamata finale, lasciando piuttosto disorientate le delegazioni degli Stati. Dalla Cop di Glasgow del 2021, l’azione multilaterale per il clima si è sfilacciata, esaurita, in un contesto di tensioni geopolitiche sempre più profonde, con la guerra in Ucraina e quella in Medio Oriente che minacciano di allargarsi. I vertici successivi, quello in Egitto e a Dubai del 2023, hanno prodotto risultati insufficienti rispetto alla sfida del riscaldamento globale, che sta diventando un fenomeno sempre più fuori controllo nei suoi effetti come dimostrano la conta delle vittime e dei danni causati dagli eventi climatici estremi.
L’accordo finanziario si è concluso con un carico di incertezza sull’importo finale e sull’effettivo impegno che ogni paese mantenga e sostenga economicamente il piano, soprattutto perché è tutto da scoprire ciò che accadrà negli Stati Uniti, quando il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump, che definisce il cambiamento climatico una bufala, prenderà il potere a Washington. L’UE, già di gran lunga il più grande blocco di donatori, si aspetta di doversi accollare una parte maggiore dell’onere man mano che la partecipazione degli Stati Uniti diminuisce.
Fa buon viso a cattivo gioco, infine, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres che ha dichiarato “Avevo sperato in un risultato più ambizioso, sia sul piano finanziario che su quello della mitigazione, ma questo accordo fornisce una base su cui costruire. Deve essere rispettato: gli impegni devono diventare rapidamente denaro contante” un auspicio quello del Segretario Generale dell’ONU che nasconde un’amarezza per ormai la consacrazione della crisi del sistema di solidarietà internazionale e delle Nazioni Unite in un mondo che sempre di più respinge il multilateralismo per favorire il bilateralismo degli Stati Nazione.




