Brasile: “Ordem e Regresso”

Brasile: “Ordem e Regresso”
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Nel sud-est del Paese si sta assistendo al più grave disastro ambientale della storia sudamericana. E le responsabilità pesano come le tonnellate di acqua inquinata che stanno distruggendo la vita e l’ambiente brasiliano.

“Il Brasile sta vivendo la sua Fukushima”. È questa la frase che rende l’idea del disastro ambientale che sta affliggendo il paese sudamericano. Oltre 62 milioni di metri cubi di fango tossico – l’equivalente di 25mila piscine olimpioniche – si sono riversati nelle acque del Rio Doce raggiungendo la foce del fiume nell’Oceano Atlantico, nella regione di Espirito Santo. L’esondazione del corso d’acqua ha distrutto interi villaggi e allevamenti strappando la vita a 17 persone e causando centinaia di dispersi.

Il precedente e le gravi conseguenze – La genesi del disastro è rintracciabile nel crollo delle dighe Fundao e Santarem, avvenuto il 5 novembre scorso nello stato di Minas Gerais. La distruzione delle due opere generò uno tsunami con onde di sostanze tossiche alte fino a 4 metri che devastarono le cittadine vicine. A nulla servirono gli sforzi dell’esercito per arginare i danni nella zona di Mariana, prima capitale dello Stato di Minas Gerais, luogo d’intenso sfruttamento minerario già dai tempi della colonizzazione portoghese. Attualmente la melma, composta da sostanze inquinanti e velenose, sta letteralmente uccidendo flora e fauna locale. I primi a piangere il destino del fiume non sono soltanto le comunità indios ma anche i contadini e gli allevatori locali che stanno patendo la fame e la sete per via delle falde acquifere contaminate. Questi vedono anche morire lentamente per intossicazione le mandrie, i greggi e i banchi di pesce che da sempre sfamano le loro famiglie; dopo gli animali toccherà alle piante terrestri e acquatiche, entrambe costrette a perire per la mancanza di nutrimento e per l’ambiente malsano.

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La polemica e gli studi – La Samarco Minareção – la società proprietaria delle due opere idrauliche – dopo il crollo delle dighe raggiunse un accordo con lo Stato brasiliano per il risarcimento dei danni provocati. Ora che i liquami hanno raggiunto la foce del Rio Doce, la portata dei danni provocati mette in discussione patti e valutazioni precedenti. Poche ore fa la stessa società ha fatto sapere in un comunicato come le sostanze rilasciate nelle acque del fiume e dell’Oceano Atlantico non siano tossiche; ma dall’Alto Commissariato dell’Onu fanno sapere come il fango conterrebbe metalli tossici e sostanze chimiche. Anche il Ministro dell’Ambiente brasiliano, Izabella Teixera, ha dichiarato come l’incidente sia il più grave disastro ambientale mai accaduto in Brasile. Lo stesso dicastero ha commissionato all’esperto di ingegneria costiera Paul Rosman uno studio sull’entità dei danni. Rosman ha dichiarato come gli effetti in mare saranno “trascurabili” e che in pochi giorni la macchia di fango nell’oceano si dissolverà. Non sono dello stesso avviso gli esperti di Greenpeace. Secondo gli studiosi infatti la catastrofe si ripercuoterà sull’intero ecosistema della riserva marina di Albrolhos, con una diffusione della ‘macchia’ fino a 10mila metri quadrati. Nelle ultime ore, dopo le dichiarazioni di Rosman, attivisti e residenti continuano a dire che il fiume Doce “è morto”: un’affermazione che per l’ingegnere è solo una “visione emotiva”. A riguardo, il giornale Resto del Calinho Utopia, riporta voci di altri scienziati – fra cui Marco Freitas, coordinatore dell’Istituto internazionale sui cambiamenti climatici –  per i quali il disastro del Rio Doce è per portata ambientale ben due volte maggiore al disastro canadese di Mount Polley, nella Columbia britannica, in cui 4,5 milioni di metri cubi fango e sabbie fini si riversarono dai laghi Polley e Quesnel nel torrente Hazeltine.

La macchia di fango tossico che invade le acque dell'Atlantico. Crediti: Reuters
La macchia di fango tossico che invade le acque dell’Atlantico. Crediti: Reuters

Gli interessi e la politica – A soffiare sulla brace poi il problema politico. Il 25 novembre scorso è passato al Senato brasiliano il “Progetto di sviluppo nazionale”, che accelera l’iter per il rilascio dei permessi ambientali utili ai grandi progetti infrastrutturali come le miniere, le stesse dalle quali proviene quel fango tossico. Preoccupa anche la natura aziendale della Samarco, associata alla multinazionale Bhp Billiton e alla Vale, la più grande compagnia mineraria del Brasile. Questa è ovviamente interessata alla questione dei permessi ambientali e sono in molti a pensare che li otterrà facilmente in quanto finanziatrice di campagne elettorali e pubblicitarie in tutto il Brasile. Una cosa è certa: dopo questo ennesimo disastro, e con la conferenza Cop21 in atto a Parigi, le politiche ambientali sembrano essere sempre meno rivolte a fermare tali disastri. Tragedie che assumono i caratteri di un crimine ambientale. Ed è certo in egual modo come, nei territori ambiti per le loro ricchezze minerarie, le multinazionali spadroneggino sfruttando al massimo i giacimenti e non rispettando l’ambiente e le esigenze delle specie animali, uomini inclusi.

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