Nun se pò spiegà

Una famosa pezza, che girava e gira ancora oggi in Curva Sud e in trasferta, recita esattamente così: “Nun se pò spiegà”. Ecco, mi sembra la frase, rigorosamente in romanesco, più adatta per raccontare quello che è stato Roma-Real Madrid.
Il tifo romanista che torna a cantare in casa quella canzoncina della Champions tanto attesa, José Mourinho che torna da “nemico” all’Olimpico. Già solo questi due ingredienti sarebbero bastati per rendere la serata speciale. Una notte storica, quindi, che stava per essere suggellata da un’altrettanto storica prestazione degli uomini di Gasp.
Ma andiamo con ordine.
Durante il mio personale pre-prepartita, il classico aperitivo al pub di fiducia, leggendo le formazioni con i miei amici ci siamo guardati come per dire: “E ora che je dimo a questi?”. D’altronde, di fronte avevamo il Real Madrid. Una squadra formidabile, con un undici titolare da Galácticos e una panchina piena di giocatori che, come abbiamo visto, possono fare la differenza in qualsiasi momento. Insomma, c’era poco da stare tranquilli.
E invece, una volta iniziata la gara, è successo qualcosa che, almeno io, non mi aspettavo. E qui sta la notizia: la Roma ha dominato, per almeno 80 minuti, la squadra dei campioni, la regina indiscussa della competizione.
Certo, il momento degli spagnoli non è dei migliori. Il Real fatica a trovare un gioco, nonostante le tante stelle che ogni settimana scendono in campo. Ma questo non può e non deve togliere nulla alla prestazione della Roma. Perché la forza con cui i giallorossi hanno affrontato la partita, a testa alta, attaccando, senza paura e senza alcun complesso di inferiorità, è stata qualcosa di sbalorditivo.
Non ricordo una Roma così bella, divertente e convincente dai tempi, forse, del primo ciclo di Spalletti. Una squadra che non si è limitata a resistere al Real Madrid, ma che ha deciso di giocare a calcio. E di farlo meglio degli avversari.
Perfetti tutti, dalla difesa all’attacco. Pisilli, chiamato a sostituire Koné per infortunio, Mora al posto di Dybala, Malen in stato di grazia. E poi un Olimpico sognante, di quelli che quando iniziano a crederci diventano una cosa sola con la squadra.
Per 80 minuti è sembrato tutto possibile. Anzi, a un certo punto non sembrava nemmeno più un sogno. Sembrava semplicemente la naturale conseguenza di quello che stavamo vedendo in campo.
Tutto bellissimo. Fino, appunto, all’80’.
Poi il buio. Un blackout totale, inspiegabile, che ha spento improvvisamente il cervello delle retrovie giallorosse. Tre gol subiti in sette minuti, sempre da calcio d’angolo. Una di quelle cose che, se non le vedi, fai fatica anche solo a immaginarle.
E così siamo passati dalla possibilità di vivere una delle notti più belle degli ultimi anni a una sconfitta per 3 a 4. Un risultato che, per chi ha visto la partita, sembra quasi uno scherzo di cattivo gusto.
Il viaggio emotivo della serata, in fondo, è stato tutto qui: un prepartita passato a spaventarci leggendo i nomi degli avversari, 80 minuti di estasi totale, dieci minuti di incredulità e un postpartita pieno di domande e punti interrogativi.
Come si fa a perdere una partita del genere? Come si possono buttare via 80 minuti così? Come si possono subire tre gol praticamente identici in sette minuti?
Non lo so. E probabilmente continuerò a chiedermelo ancora per un po’.
Ieri sera avevo l’umore sotto le scarpe. Oggi, con un pizzico di lucidità in più, provo però a guardare anche quello che di bello è successo. E mi porto a casa una partita in cui ho visto la mia squadra del cuore dominare il Real Madrid. Non necessariamente la squadra più forte d’Europa in questo momento, sia chiaro, ma pur sempre il Real Madrid. E sappiamo tutti che, quando sente quella musichetta, il Real si trasforma.
Per me è stato quasi un sogno da bambino. Una di quelle partite che giochi alla PlayStation perché pensi che soltanto lì sia possibile prendere il Real Madrid, metterlo sotto e fargli vedere come si gioca a calcio. E invece, per 80 minuti, l’ho visto succedere davvero. All’Olimpico. Con la mia Roma.
E allora, forse, vale la pena fermarsi proprio su questo.
Perché questo articolo non vuole essere un’analisi della partita. Mi sembra abbastanza chiaro quello che è successo, e ci saranno persone molto più preparate di me a spiegare gli errori, le sostituzioni e i motivi di quel blackout finale.
Questo articolo nasce, piuttosto, come un appello ai tifosi della Roma.
Siamo forti. Mettiamocelo in testa.
Non vinceremo nulla, probabilmente. Magari continueremo a farci del male da soli, a perdere partite assurde e a passare nel giro di dieci minuti dall’euforia alla disperazione. D’altronde, siamo romanisti. Un po’ ci siamo abituati.
Ma godiamoci questa squadra. Godiamoci Gasperini, il coraggio con cui manda i suoi uomini in campo, la voglia di giocarsela contro chiunque. Godiamoci queste notti magiche e folli, anche quando finiscono nel peggiore dei modi.
Perché per troppo tempo abbiamo guardato certe squadre pensando di poter soltanto resistere, sperando magari in un episodio, in un contropiede, in un miracolo. Ieri, invece, per 80 minuti, non abbiamo sperato di sopravvivere. Abbiamo pensato di vincere. E non per un colpo di fortuna, ma perché stavamo giocando meglio.
E questa, al netto dei quattro gol presi, è una cosa che non voglio dimenticare.
Ripeto: siamo forti. E ce la giocheremo con chiunque.
Poi certo, essere romanisti significa anche questo: andare a dormire arrabbiati per una partita persa 3 – 4 e svegliarsi il giorno dopo pensando a quanto è stata bella la propria squadra.
Del resto, se nun se pò spiegà, chi sono io per farlo?





