Il campo che parla per il Commonwealth: dieci anni di cricket diplomacy a Roma

Ci sono luoghi che convocano la diplomazia senza convocarne il linguaggio. Il Roma Cricket Ground è uno di questi: un rettangolo d’erba dove ambasciate, agenzie internazionali e comunità nazionali si incontrano non per negoziare, ma per giocare. Il 26 settembre 2026, per il decimo anno consecutivo, quel rettangolo tornerà a ospitare la Commonwealth Cricket Cup, organizzata dal Commonwealth Club of Rome insieme al Comitato UISP Roma.
Dieci anni è una cifra che chiede spiegazione, e la spiegazione ha la forma di un ritorno. Il torneo nasce infatti da un’eredità più antica: le Rome Ashes, disputate a Villa Pamphili negli anni Sessanta e Settanta da squadre legate all’ambasciata britannica, a quella australiana, alla Commonwealth War Graves Commission, alla FAO, ai collegi internazionali della capitale. Una tradizione interrotta, poi ripresa nel 2017 — e da allora mai più abbandonata.
La rosa dei partecipanti si è nel frattempo allargata. Le ambasciate di Regno Unito, Australia, India, Pakistan, Bangladesh e Sri Lanka; i rappresentanti della NATO e delle agenzie ONU con sede a Roma; il personale della British Army, le scuole internazionali, i club cittadini: un mosaico che normalmente si incrocia nei corridoi dei ricevimenti ufficiali, e che per un giorno si ritrova sul campo, in panchina, a discutere di regole invece che di trattati.
È qui che si misura la differenza tra la diplomazia dei tavoli e quella del terreno di gioco. La prima produce comunicati; la seconda produce consuetudine — ed è nella consuetudine, non nel protocollo, che si radicano i legami duraturi.
Dal 2018 il torneo si accompagna al Commonwealth Food Fair, dove ogni squadra porta in campo la propria cucina. Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka hanno collezionato negli anni i riconoscimenti culinari, ma il dato interessante non è la classifica: è lo scambio — un piatto bengalese offerto a un diplomatico britannico, una specialità singalese condivisa con un funzionario delle Nazioni Unite — che sposta il registro dell’incontro dal formale al conviviale, senza bisogno di interpreti.
Nel 2025 questa pratica ha trovato una cornice istituzionale: il Commonwealth Club e la Federazione Cricket Italiana hanno portato il tema alla Camera dei Deputati, con una conferenza dedicata al cricket come strumento di dialogo, coinvolgendo ambasciate, scuole e organizzazioni internazionali. Un passaggio che segna il punto in cui un’iniziativa conviviale comincia a essere letta anche come categoria — quella, appunto, della cricket diplomacy.
Per l’edizione 2026 sono già confermate le squadre del Commonwealth Club of Rome, dell’Ambasciata del Bangladesh e di quella dello Sri Lanka; altre adesioni sono attese nelle prossime settimane. Il Food Fair accompagnerà come sempre il torneo, aperto anche a chi non gioca.
Resta una domanda di fondo, che il decennale rende legittimo porre: cosa insegna, esattamente, un torneo di cricket alla diplomazia? Forse questo: che le regole condivise reggono meglio quando sono discusse ridendo piuttosto che negoziate in silenzio; che la competizione, se ben governata, produce prossimità invece che distanza; che un pasto condiviso può fare, in un pomeriggio, ciò che un comunicato congiunto non fa in una settimana. Non è un sostituto della diplomazia formale. È il suo complemento più informale — e, a giudicare dalla tenuta decennale dell’iniziativa, anche uno dei più efficaci.




