Amore che vieni, amore che vai
Cito Fabrizio De André per fare un plauso a quei tifosi che ieri, dopo il gol del Barcellona firmato Raphinha all’88° minuto di una semifinale di Champions, hanno deciso di lasciare San Siro per correre alle macchine o in metro, così da poter tornare a casa dieci minuti prima. Un elogio a chi, forse, non ha ancora capito questo sport.
Tuttavia, sentendo il boato sul gol di Acerbi allo scadere, molti hanno cercato di tornare sui gradoni dello stadio, senza successo. Non basta correre indietro all’ultimo e, giustamente, essere respinti dagli steward. Mi dispiace, ma ci vuole ben altro per definirsi tifosi. In trincea, sotto la pioggia, se la partita lo richiede, si rimane fino all’ultimo decimo di secondo, perché le emozioni bisogna meritarsele.
Da una parte mi dico: beati voi, che riuscite a godervi partite del genere senza la minima pressione, tanto da smettere di sognare sette minuti prima del fischio finale. Dall’altra, penso: che storia meravigliosa si sono persi. Fino all’ultimo secondo, ancora, in questo sport, la speranza è l’ultima a morire.
Gli amici racconteranno, a questi “tifosi”, il gol a giro di Frattesi e la sua esultanza che quasi lo ha fatto svenire una volta rientrato in campo. Racconteranno di una squadra che ha raggiunto la seconda finale di Champions League in tre anni. Racconteranno cosa sono la passione, la sofferenza, le parate di Sommer su Yamal, le sgroppate di Thuram al 120° minuto e un Inzaghi zuppo a bordo campo che applaude, incita, urla per ottenere ciò che vuole. Racconteranno di una partita destinata a entrare nella storia di questo sport: l’Italia-Germania 4-3 in versione nerazzurra.
Il calcio è strano, Beppe…
Caressa e Beppe Bergomi erano le voci narranti di questa favola. Bergomi, a fine gara, in lacrime, evidentemente provato, dimostra tutta la sua “neutralità”, quella che un commentatore dovrebbe sempre avere e che, forse, in una nottata del genere, gli si può anche perdonare.
Tralasciando i narratori, rimane incredibile vedere la stranezza del calcio. Opinionisti, commentatori, tifosi e il mondo dello sport hanno parlato per un intero anno della panchina interista: acquisti sbagliati, rosa non così lunga come si voleva far credere, e un Inzaghi costretto a schierare sempre e solo gli stessi undici affidabili.
Ieri, però, nella notte più importante di tutte, la decidono proprio loro.
Thuram, sfinito, dribbla Araujo (entrato da poco) e serve l’oggetto misterioso di questa stagione, Taremi, che appoggia all’indietro verso Frattesi, il quale ha tutto il tempo di controllare, mirare l’angolo libero e segnare il 4-3 finale. Un gol propiziato dalla panchina: incredibile.
Gli eroi, però, sono tanti e diversi. Chi ha visto la partita lo sa: Dumfries, Barella, Acerbi, Sommer. Tutti. Una banda di eroi che, grazie a un cuore enorme, è riuscita a battere la freschezza e il talento di un Barcellona che non si spegnerà certo dopo questa sconfitta. “Un giorno qualunque li ricorderai”, cantava de André, ma questo, non vale per tutti.





