CASSIUS CLAY | Quando vidi “The King” al Golden Egg di Londra

CASSIUS CLAY | Quando vidi “The King” al Golden Egg di Londra
Cassius Clay (foto da: ringtv.com)

Ci sono episodi nella vita di tutti quanti noi che, al momento, possono sembrare marginali, ma che, col trascorrere del tempo e il mutare degli eventi, assumono significati nuovi, da raccontare magari seduti in questo nostro salotto sospeso sopra nuvole virtuali.

Nel mese di giugno or ora trascorso, ricorrenza della morte di Muhammad Alì (17.1.42/ 3.6.16), i media si sono profusi in tutta una serie di servizi che hanno ripercorso gli eventi della sua vita. Oggi, non allineandomi se non in parte agli story-telling biografici, mi sono chiesta se non era il caso di rivangare a distanza di tanti anni un breve episodio personale, che mi ha occasionalmente coinvolta quando vidi a Londra quello che alla nascita si chiamava Cassius Clay jr. Accadde nel 1964, quegli anni Sessanta che ci hanno visto irripetibilmente felici e spensierati.

The Golden Egg

Non c’è giovane di oggi che non sia stato almeno una volta a Londra, chi come turista e chi per avervi soggiornato più o meno a lungo per imparare la lingua. Città unica e meravigliosa, vero? Ma, quei giovani che i vent’anni ce li hanno adesso, non possono aver conosciuto proprio quel Golden Egg, il noto fast- food oggi non più esistente in Oxford Street, poco prima dell’Hyde Park all’altezza del Marble Arch.

Il nuovo stile dei fast-food

Ci sembra interessante aprire una prima parentesi sulla caratteristica dei Golden Egg. I proprietari di questa catena , Philiph Kaye e famiglia, intesero nei primi anni Sessanta uscir fuori dalla tradizione nell’arredo di tali locali di ristorazione, dove si usavano le ceramiche della classica produzione inglese ( i “mugs”). Introdussero così, nelle stoviglie, dei materiali d’arredo a quel tempo avveniristici, con tanta plastica colorata e tante luci psichedeliche. Non solo, ogni locale aveva delle peculiarità diverse: alcuni erano a tema italiano, altri spagnolo ed altri ancora in stile hollywoodiano. Si trattava di un misto tra coffee-bar e ristorante, separati in due aree, “drinking coffee” and “eating”. Il tutto a prezzi assai “cheap”. Gli inglesi – occorre riconoscerlo – ci hanno fatto scuola in tante cose. Oggi, dei locali più o meno simili li troviamo anche sotto casa.

Prima dell’Erasmus

Ebbene, ero a Londra con un’amica professoressa di lettere, ospiti di mio fratello nella Thayer Street, piccola traversa “opposite” al marciapiede del Golden Egg. Mio fratello lavorava da un po’ di anni all’Ambasciata Italiana come “galoppino” – o portacarte che dir si voglia – al posto di un amico tornato in Italia. Inoltre, part-time, si adoperava come aiuto-cuoco presso un ristorante italiano alle prese con un rozzo chef scozzese.

Costui (udite udite!) usava scagliare le bistecche sul soffitto, calpestandole quando ricadevano sul pavimento e infine propinandole agli ignari clienti. Odio scozzese represso verso gli inglesi.

Allora funzionava così per imparare la lingua sul posto. Non massacrando le bistecche, per carità! Volevo dire col “passaparola”, perché ancora non esisteva a facilitare le cose il progetto Erasmus istituito più di vent’anni dopo, nel 1987. Poi mio fratello, tornato in Italia col suo bagaglio linguistico e qualche lezione di vita, riuscì a trovare lavoro presso un’importante industria straniera, quando ancora non era un salto nel vuoto la ricerca di un’occupazione nella nostra little Italy. Vedete quanti ricordi si risvegliano prima di arrivare al punto che mi preme, ma ogni particolare, ogni digressione, serve a mettere in luce degli spaccati sociali del periodo.

La mia amica ed io ci davamo da fare a cucinare padellate di fagioli e salsicce, dal momento che la casa di Thayer Str. – un flat su due piani – ospitava altri amici italiani coi quali dividere l’affitto. Una mattina decidemmo di andarcene a mangiare al vicino Golden Egg. Intendiamoci, non eravamo schiave della padella e stavamo sempre in giro per tutta Londra scovando gli angoli più nascosti. E ne abbiamo viste di cotte e di crude in quella fantastica metropoli, dove le nebbie della Old England iniziavano a diradarsi verso un restyling sociale che presentava già i segni delle future contraddizioni globali.

The King

Ed eccoci a bomba! Dunque, appena entrate al Golden Egg, iniziammo a guardarci in giro per trovare un tavolo. Ma, a un certo punto, udimmo un tramestio che giungeva dall’entrata. I camerieri, quasi impazziti, andavano esclamando a gran voce. “The King, the King!!”.

Bello come un sole d’ambra, Cassius Clay, seguito dalle guardie del corpo, entrò nella sala. Imponente nei quasi due metri d’altezza, i suoi ventidue anni splendevano dopo la vittoria riportata il 25 febbraio precedente sul campione del mondo dei pesi massimi Sonny Liston, decretandolo il più grande pugile del secolo. Fino allora – va detto – si era andato costruendo la nomea poco simpatica di “sbruffoncello” per certi suoi continui atteggiamenti di autoreferenzialità. Ma adesso la gente si alzava man mano dai tavoli e gli faceva ala acclamandolo, mentre i camerieri lo scortavano al piano superiore, più riservato.

Va ribadito che eravamo nel mese di agosto 1964. E a quel momento lui aveva già cambiato la sua identità anagrafica. Guarda un po’, non si chiamava più Cassius Clay. Ed io non lo sapevo.

Lo vedemmo passare a un palmo da noi, avremmo potuto toccarlo. Ma non eravamo i tipi di ragazze esagitate per i divi e i supereroi. Mi venne invece spontaneo concentrarmi per un nano secondo sul suo sguardo man mano che procedeva. The King aveva uno sguardo serio, consapevole di sé e di ciò che rappresentava per tutta quella gente che vuole a tutti i costi un idolo cui inchinarsi. Guardava avanti, solo avanti, non incoraggiando gli applausi. Un atteggiamento che mi piacque. Forse, aveva già in mente la sua meta, forse era già in atto la coscienza del cambiamento. Senza i “forse” o… più banalmente, aveva fretta di acquietare i crampi allo stomaco dovuti al suo legittimo appetito giovanile.

Sapeva di essere “il più grande” nel pugno di ferro, ma sapeva anche, già a quel momento, cosa si agitava dentro di lui che gli stava cambiando la vita, nel bene o nel male. Da allora, non mancai di seguirlo sulle cronache dei giornali e in tutti i suoi incontri sul ring con particolare coinvolgimento, stimolata dall’averlo visto di persona.

Erano quei vent’anni fatti di grandi emozioni, un focolaio di idee e pensieri non ben orientati, quando si guarda alla vita che ci è dinanzi come a un percorso tutto in discesa, verso qualche vetta ancora tra luci ed ombre.

Il sodalizio con Malcom X

Muhammad con Malcom X (foto cnn.com)

Appena dopo l’incontro con Liston, Cassius Clay comunicò pubblicamente il suo “segreto”, una specie, come dire, di “coming out” dei giorni nostri ma a sfondo ideologico. Rigettava la sua religione cristiana protestante diventando musulmano e cambiando il suo nome da Cassius Clay in Muhammad Alì.

In quegli anni fu una notizia a dir poco “storica”. Ora, invece, sarebbe una notizia… all’ordine del giorno! E lasciamo stare l’ampio corollario di parallelismi legati a fatti di ben diversa portata. Cassius disse di aver trovato la sua Verità. E fu da quando vicino a lui compariva sempre il suo Mentore, il famoso Malcom X.

In realtà, la biografia di Malcom X, al secolo Malcom Little, offre una storia personale assai articolata e controversa, laddove, da un periodo infantile sofferto, non protetto da affetti stabili, scaturisce un’esistenza costellata di illegalità e crimini di ogni genere. Dissero anche che fosse affetto da schizofrenia di origine familiare materna. Dotato comunque di indiscutibile personalità carismatica, acceso attivista del NOI (Nation of Islam), non gli fu difficile plasmare i vent’anni di Cassius Clay, trovandovi terreno già fertile e trasformandolo nel portabandiera dei diritti degli afro-americani.

L’anno seguente all’episodio del Golden Egg, cioè nel 1965, Malcom X fu assassinato a soli 39 anni dagli stessi membri del NOI. Probabilmente, quel giorno dell’agosto ‘64 accompagnava Muhammad a colazione, essendo inseparabili. Va a sapere… e il dubbio ci desta una qualche malinconia.

Divenuto legalmente Mohammed Alì, il pugile si dichiarò obiettore di coscienza, rifiutandosi di andare a svolgere il servizio militare in Vietnam. “Non vedo perché – dichiarò poi – avrei dovuto andare a combattere contro chi stava tentando di difendere la propria terra”. Per quel rifiuto venne arrestato e radiato dall’albo pugilistico, nel quale fu riammesso solo nel 1970.

Muhammad vinse per ben tre volte il titolo dei pesi max, “svolazzando sul ring come una farfalla – così dissero i suoi commentatori – e pungendo come un’ape”. Altri notarono che si muoveva con tale leggerezza ed eleganza che avrebbe potuto indossare sul quadrato anche lo smoking”. Ma oltre alla sua rabbia contro la segregazione razziale, sfogata proprio sul ring, fu osannato da tutti i più grandi della terra perché “amava la gente, odiava la guerra e lottava per l’uguaglianza” non solo dei diritti del popolo di colore ma di ogni diritto umano.

Questo il ricordo di Cassius Clay-Muhammad, forse un po’ retorico, forse intercalato da troppe parentesi personali. Tant’è, la memoria del Golden Egg di Oxford Str. resta un piccolo episodio adesso riaffiorato dagli spazi mentali più nascosti. Senza dubbio, per il giovane e affamato “Re” del pugilato un episodio insignificante che chissà se avrebbe mai ricordato prima di essere messo definitivamente a knock-out da un avversario tanto impietoso: quella piovra tentacolare chiamata “Alzheimer”.

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