All Blacks: il rimbalzo imprevedibile di Keith Murdoch

All Blacks: il rimbalzo imprevedibile di Keith Murdoch

La storia del giocatore degli All Blacks che è fuggito nel deserto australiano dopo un allontamento dalla squadra per rissa nel 1972.

Per un giocatore di rugby neozelandese far parte degli All Blacks è il massimo. Essere un “tutto nero” esula da qualunque cosa, incluse le logiche del marketing sportivo. Essere parte degli All Blacks è un orgoglio viscerale perché il gioco del rugby in quella parte del mondo è una faccenda seria, legata a radici storiche e culturali profonde.

Tuttavia, la compagine più famosa dell’ovale ha anche storie stridenti con la leggenda, dai margini offuscati eppure così affascinanti.

Come la storia di Keith Murdoch, l’unico All Black a essere stato cacciato da un ritiro – eccezione fatta per Aaron Smith, che se ne è andato da solo per due partite dopo essere stato colto a fare sesso con una fan nel bagno dei disabili dell’aeroporto di Christcurch. La storia di Murdoch rientra nel filone oscuro della squadra di rugby più forte.

120 centimetri

Keith Murdoch nasce il 9 settembre del 1943 a Dunedin, cittadina a sud-est dell’isola Meridionale. Come la maggior parte dei ragazzi del posto, Keith si avvicina al rugby molto presto e a 21 anni fa parte della selezione della sua regione, Otago.

In quel periodo, il rugby non è ancora riconosciuto come sport professionistico e per andare avanti Keith fa l’agricoltore in una farm dell’isola. Quel ragazzone dai baffi neri e folti entra nel mondo a parte degli All Blacks nel 1970, quando fu convocato per un match a Johannesburg contro gli Springbrooks sudafricani.

Dopo quella prima partita, gli incontri di Murdoch saranno partite meno importanti. Fino al 1972, quando arrivò la convocazione per giocare contro i rivali australiani in un match valido per la Bledisloe Cup di quell’anno. La Nuova Zelanda portò a casa la coppa nella sua Auckland e Murdoch poté conquistare il suo primo trofeo importante.

Murdoch era un giocatore imponente che riuscì a ritagliarsi dello spazio nel parterre di alta qualità degli All Blacks. Era grosso, veramente grosso, da 120 centimetri di circonferenza toracica. Il sarto della squadra sosteneva «che era necessario lasciare da parte almeno due o tre pollici di stoffa in più per cucire gli abiti del giocatore in prossimità del petto«.

«Solo un pugno»

Cardiff, dicembre 1972. Gli All Blacks approdano in Galles per un tour. L’obiettivo è semplice, come in passato: dimostrare la loro forza rugbistica in terra britannica. E ci riusciranno imponendosi per a 19 a 16 all’Arms Park di Cardiff con la meta della vittoria realizzata proprio da Murdoch, alla sua terza presenza ufficiale con gli All Blacks.

Quella sera fu speciale per il giocatore, che lasciò il segno nella partita contro il Galles. I festeggiamenti per la vittoria iniziarono in campo e proseguirono nel vicino Angel Hotel, dove gli All Blacks alloggiavano.

Dopo un paio di drink i giocatori e lo staff si ritirarono nelle camere, ma non Murdoch. Le cronache più accreditate, parlano di un giocatore intento a cercare una birra. Sceso in cucina, Murdoch fu protagonista di un battibecco con il personale, tanto che fu necessario l’intervento della guardia dell’albergo, il gallese Peter Grant.

L’uomo fu steso con un pugno in faccia da Murdoch, provocandogli un occhio nero. «Un pugno, soltanto un pugno», disse il giocatore.

Scelte

L’allora manager del team, Ernie Todd, non ebbe esitazioni: Murdoch fu messo sul primo aereo per la Nuova Zelanda a due giorni dalla rissa. Fu messo sull’aereo con la giacca di rappresentanza privata della felce neozelandese. Per Keith il tour finiva lì. E forse qualcos’altro.

Il volo partiva da Londra e arrivava ad Auckland facendo scalo a Singapore. Ma il giocatore ad Auckland non ci arrivò mai. Giunto nell’aeroporto asiatico infatti, Murdoch, sotto nome fittizio, si imbarcò per l’Australia.

La direzione era Darwin, città del nord contraddistinta da vaste aree desertiche note come bush. Da quel giorno di Murdoch non si seppe più nulla: era sparito nel torrido deserto arancione dell’Australia. Nonostante i richiami delle squadre e le ricerche di amici e famigliari, Murdoch risultava irrintracciabile.

Sul finire degli anni settanta un giornalista neozelandese, Terry McLean, incontrò Murdoch vicino un pozzo petrolifero nelle vicinanze di Perth. L’occasione era d’oro: intervistare il giocatore di rugby più ricercato del Paese. Neanche a dirlo, Murdoch invitò il giornalista ad andarsene.

Soltanto a vent’anni da quell’incontro si seppe qualcosa di Murdoch. Nella cittadina di Tully, nel Queensland, Murdoch svolgeva attività manovali. Dopo mesi di ricerche, la giornalista Margot McRae lo riconobbe in un pub e lo avvicinò assicurandogli di non registrare o appuntare nulla del loro colloquio.

Murdoch accettò di parlare con McRae e da quell’incontro la giornalista scrisse nel 2007 una piéce teatrale intitolata Finding Murdoch. Il regista Massimiliano Pandimiglio realizzò una versione italiana dell’opera teatrale, che andò in scena a Roma con protagonista l’internazionale per Paolo Paoletti, ex tallonatore della nazionale che militò in squadra come Frascati, Cus Genova e Brescia.

Cercando Murdoch

Escludendo gli incontri con i giornalisti, Murdoch risultò introvabile. Su di lui si sono dette molte cose. Che è tornato a Otago per un pò, per esempio. Soltanto nel 2001 Murdoch fu comparve in pubblico per testimoniare sulla morte di un aborigeno che la sera prima del ritrovamento del suo cadavere aveva tentato un furto nella casa del giocatore, che all’epoca dei fatti viveva nella cittadina di Katherine.

Da quel momento ancora il nulla, di nuovo. Murdoch non presenziò neppure al funerale della madre, alla quale era molto legato. Figuriamoci agli inviti ufficiali degli All Blacks per radunare le vecchie glorie. La storia di Murdoch non è materia di disciplina, ma ruota attorno al concetto finalità. Cosa ha portato un giocatore di rugby degli All Blacks ad abbandonare tutto? Dove voleva arrivare quel ragazzo?

Se fosse pazzo o seguace di qualche filosofia non è lecito saperlo. Ciò che conta è sapere che la vicenda di Murdoch è reale fino in fondo perché non ha una direzione. In questo senso il punto è capire se, da quarant’anni, la fuga di Murdoch, un senso, ce l’abbia o no.

Come in natura,: non c’è necessariamente progresso nelle cose. Come nel rugby: la palla ha sempre rimbalzi imprevedibili. La vita di Murdoch – e non solo – è un pò entrambe le cose.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook