Storia di un artista di strada: Stefan e il vento di Praga

Storia di un artista di strada: Stefan e il vento di Praga

a-prague-top-ten-sights-2Conobbi Stefan circa due anni fa, a Praga, in gita scolastica. Era l’ultima mattinata libera prima del rientro in Italia; i professori ci avevano lasciati liberi di fare ciò che meglio credevamo e io mi ero ritrovata a girovagare da sola per la cosiddetta Piazza dell’Orologio, di cui tutt’oggi non ricordo il vero nome. Avevo perso il mio gruppo e mi ero seduta all’ombra di un palazzo dell’affollatissimo centro, quando sentii il suono di una chitarra acustica.

Aprendomi la strada circa a spallate, me lo ritrovai davanti, seduto su un gradino: un ragazzo di non più di 25 anni che, chitarra a tracolla e sorriso stampato in faccia, cantava una canzone in ceco. Chiaramente, non capii una sola parola. La cosa che però mi stupì fu che non aveva amplificazioni, microfoni, diavolerie elettroniche. Era nudo e crudo, diciamo: chitarra, rigorosamente senza plettro, e voce. Puro. Pulito. Immediato. Il brano che stava eseguendo mi parve ad orecchio abbastanza complesso: più che altro mi risultava leggermente ostico, visto che era la prima volta che venivo a contatto con la musica locale.
Insomma, per farla breve: non appena la sua performance fu conclusa e la gente cominciò a diradarsi, presi coraggio e mi avvicinai. Lui, un po’ perplesso, mi chiese –in un inglese palesemente scolastico- se avessi bisogno di un’informazione. No, risposi in un inglese altrettanto scolastico, volevo offrirti un caffè. Che per chi non lo sapesse, a Praga è imbevibile. Ecco, io non lo sapevo.

Di fronte a questo “buon” caffè, iniziammo a chiacchierare. Stefan conosceva quel minimo d’italiano necessario alla sopravvivenza dei turisti- io, ancora oggi, non so nemmeno che lingua sia, il ceco. Quindi, con non poche difficoltà, tentammo un discorso in inglese, compreso di gesti di ogni sorta pur di farci comprendere. Mi raccontò che era disoccupato, che la sua ragazza lavorava in Germania, che lui l’amava e sarebbe partito per andare da lei il prima possibile, ma suo padre era malato e l’unico modo per tenere su il tutto era fare l’artista di strada. Quando gli chiesi quanto guadagnasse al giorno, la sua risposta mi stupì molto: -Quel tanto che basta per poter dire a mio padre: anche oggi possiamo sorridere-.
Vedendomi spiazzata, continuò: -Sai di cosa parlava la canzone di prima? Di un uomo, uno qualunque, che accorgendosi di possedere tutto sa di non avere in realtà più niente. Io ho i soldi per un buon pranzo e una cena discreta, la mia chitarra, l’amore di una vita e il vento della mia città. Forse agli occhi di un italiano non sarà tanto, ma per me è tutto ciò che conta-. Sul momento, nonostante mi avessero colpito, liquidai queste parole come quelle di un pazzo, di un illuso, di una persona che è così in basso da non aver nulla da perdere.
E’ bastato un anno e mezzo in più all’anagrafe per capire cosa quel dolcissimo musicista di strada ha cercato di spiegare alla ragazzina italiana di quarto liceo: la vita non dipende da ciò che hai, ma da come decidi di avere e da quanto valore dai alle cose. Lui, forse, davvero non aveva nulla per noi abituati a tutto, ma con la sua chitarra portava a casa un sorriso per il padre.

Oggi mi ha contattato: suo papà non c’è più e lui raggiungerà a giorni, finalmente e definitivamente, la sua bella ragazza. Sempre con la chitarra in spalla, e magari in Germania troverà anche un buon lavoro. Ma, conoscendolo, sempre e solo col sorriso da riportare a casa, alla sua compagna e al figlio che nascerà da qui a 6 mesi.

di Martina Simonelli

27 agosto 2015

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