Javier Zanetti in tre atti

Javier Zanetti in tre atti

zanetti_toonNonostante il recente ritiro – e il traguardo dei quarant’anni – l’argentino rimane tutt’oggi una figura con la patina di classicismo calcistico addosso. Breve tributo a un atleta che rimane la bandiera del popolo interista e di un calcio lontano eppure così vicino.

Atto I, Ouverture 1998.

A Parigi, il 6 maggio 1998, Lazio e Inter si affrontano nel derby italiano valevole per la finale di Coppa UEFA. Davanti a 47mila tifosi, che in bolgia inchiostrano l’umidità parigina del Parco dei Principi, l’Inter è in vantaggio di una rete dal 5’ del primo tempo grazie al guizzo del cileno Zamorano. A pochi secondi dallo scoccare dell’ora di gioco, lo spagnolo Nieto assegna un fallo a favore dell’Inter e Ronaldo si appresta a calciare la punizione dalla tre quarti. Le squadre si schierano e un 25enne argentino col numero 4 giallo sulle spalle – quadrato in pieno calcio fine ‘90s – attende la battuta statuario, fuori dall’area biancoceleste. L’arbitro fischia e il Fenomeno la lancia lunga, sul secondo palo, a cercare il solito Zamorano che di testa sponda al centro a interpellare il destino di quella partita. Simeone è lì a pochi metri e vorrebbe colpire la palla, è palese, ma ritira di scatto la gamba e lascia scorrere: ha visto quel giovane connazionale arrivare dal centro dell’area. Un destro sporchissimo, violento, da fuori, e la sfera finisce sotto il sette: goal di Zanetti a siglare il doppio vantaggio neroazzurro. L’urlo caliente del giovane argentino si confonde a quello dei tifosi in estasi e, correndo verso la panchina, morde la storica maglia a righe orizzontali. Il resto è storia, la coppa fu vinta dall’Inter per 3-0 sulla Lazio di Eriksson con goal – altrettanto spettacolare – di Ronaldo. Questo è il primo – personale – ricordo interista. Bisogna partire da qui, da un flashback primaverile di diciassette anni fa, per raccontare ciò che è stato Zanetti per gli interisti del recente passato e del moderno presente. È un paradosso temporale come un ricordo, quale è la fioritura del legame verso una squadra di calcio, possa intrecciarsi con un singolo personaggio in maniera così incisiva come nel caso di Zanetti. Roba che puo’ essere accaduta solo per certe bandiere calcistiche. Da qualche anno a questa parte Zanetti è entrato nelle età degli ‘-anta’ e sembrano passati anni luce dal suo ritiro, un po’ come avviene per le leggende di questo – momento di riduzionismo – sport.

Atto II, dalla terra del fuego a piazza del Duomo.

Nato il 10 agosto 1973 a Buenos Aires, Javier Adelmar Zanetti prende il suo secondo nome dal medico che gli salvò la vita curandolo da gravi condizioni respiratorie subentrate alla nascita. Superato il problema, la famiglia Zanetti deve affrontare una nuova complicazione: Javier è gracile e non riesce a sviluppare adeguatamente il proprio fisico e così, nei primi anni di vita, il futuro capitano dell’Inter vedrà sottoporsi a un rigido regime alimentare a base di proteine animali e legumi. Definitivamente risolta la condizione salutare il piccolo Javier cresce nel quartiere portuale di Partito Avellane insieme alla sua famiglia di origini italiane (nonno Paolo Zanetti infatti era di Sacile, nel pordenonese). L’Argentina di quel periodo è quella post-peronista dei desaparecidos, le vittime della cosiddetta ‘guerra sporca’ di Videla e successori, un’epoca di sanguinose repressioni da parte del generale nei confronti di dissidenti ed esponenti della sinistra marxista argentina. Universitari, operai e gruppi popolari sono il bersaglio della pulizia culturale e politica che il paese vive fra il 1970 e il 1979 mietendo quasi 3mila vittime di omicidi politici e oltre 60mila sparizioni. Ma la famiglia Zanetti pensa a lavorare per sbarcare il lunario e, nonostante l’instabilità sociale del periodo, Javier cresce in un ambiente sano e si avvicina al calcio grazie alla corsa vincente della Selección di Kempes, Passarella e Luque nel mondiale casalingo del 1978. Da quel momento cominciano le prime corse dietro al pallone, i primordi di quei passi saldi al terreno di gioco che, insieme al possesso palla, diventeranno il marchio di fabbrica dell’argentino. Tre anni prima di quella bordata che mise il sigillo sulla Coppa in terra di Francia, l’argentino approdò a Milano, sponda neroazzurra, in un iniziale anonimato; arrivò con un sacchetto della spesa e ad attenderlo nel ritiro nerazzurro in Trentino c’erano solo due giornalisti: non certo un problema insormontabile per l’ego di un ragazzo abituato a studiare e lavorare contemporaneamente col padre in cantiere per via di un anno di inattività dal rettangolo verde. Di umiltà Zanetti ne ha sempre avuta, sia nell’Inter vincente che in quella dei seggiolini lanciati dagli anelli di San Siro con Tardelli in panchina, ed è forse proprio questo il fattore rimasto impresso negli appassionati di calcio. Dopo quell’anno di inattività Zanetti attese che il fratello Sergio – anch’egli calciatore – si trasferisse dal Talleres, “per non sembrare raccomandato”. Dopo il trasferimento di Sergio, fece un provino dove fu scelto per completare la rosa. Quel senso di umiltà e lavoro a testa bassa Javier lo trasmise a chi gli stava attorno anche nel periodo del Talleres. Per non gravare sulla già pericolante situazione economica, Javier Zanetti aiutava il fratello in lavori postali e il cugino Carlo come distributore di latte dalla quattro alle otto del mattino, giocando nel frattempo a calcio. Per Pupi – così lo chiamava Sergio Zanetti – la situazione divenne insostenibile e fu in questo periodo che l’argentino si vide offrire il suo primo contratto da professionista. La vita gli sembrò certamente meno difficile anche in seguito all’incontro con Paula, figlia di un docente universitario, che diventerà la compagna di una vita e madre dei suoi tre figli: Sol, Ignacio e Tomas. Ma l’attitudine al lavoro, quella Javier Zanetti non l’ha mai persa. Sui campi argentini il giovane si mise in mostra fino a entrare nelle fila del Banfield, club della capitale allora militante nella Primera División argentina. Detti anche taladri (trapani n.d.r.) dalla stampa locale negli anni ’30 per via delle incursioni penetranti dei suoi attaccanti nelle difese avversarie. Al Banfield degli uomini-trapano, el tractor Zanetti – come lo chiamava il giornalista uruguagio Morales – trovò il suo habitat perfetto. Schiaccia tutti Javier, le sue volate lo portano a giocarsi anche le Olimpiadi con la maglia dell’Argentina e qualcuno lo osserva, qualcun altro addirittura lo registra.

La leggenda parla di un interessamento dell’Inter verso Zanetti per puro caso durante le trattative di mercato del 1995, ma la realtà fu diversa. L’ex neroazzurro Angelillo infatti era in cerca di talenti dalla terra del fuego e segnalò Zanetti ai neroazzurri. Massimo Moratti, da poco insidiatosi alla presidenza del club, lo vide in vhs cavalcare il campo con la nazionale giovanile del suo paese: è amore a prima vista. Il primo acquisto dell’era Moratti jr. fu un terzino “che non cadeva mai a terra e sembrava avere un nuovo equilibrio” disse l’allora presidente. Javier partì per l’Italia con tutte le difficoltà del lasciare familiari e amici in patria, ma nulla si rivelò come una promessa marinara: Zanetti non lasciò niente e nessuno, né nel calcio, né i suoi affetti. Arrivò a Milano insieme alla sua futura guida spirituale Facchetti e, con una giacca beige, fu presentato alla stampa insieme all’altro neo-acquisto Rambert.

Atto III, ‘o mio belo argentino

Di lì a pochi anni tutto è un concentrato di emozioni per il popolo interista. Zanetti impressiona fin dall’inizio gli addetti ai lavori e nella prima stagione collezione 32 gettoni con due goal venendo preferito a un altrettanto giovane Roberto Carlos nella gestione di Ottavio Bianchi. Con Hodgson e Simoni, Zanetti viene schierato titolare fisso nelle competizioni europee del ’97 e del ’98 dopo aver ipotecato il ruolo titolare in campionato da oltre un anno. L’anno successivo sposa la sua amata Paula, rimanendo fedele alla promessa fatta quando partì per lo stivale. Anche in quel caso Zanetti non rinunciò all’allenamento, andando a correre prima della cerimonia di nozze. Professionista. Conquista i tifosi Javier, la sua abnegazione e le cavalcate palla al piede entusiasmano la nord del Meazza. Di lì a poco, ai primi successi di coppa e ai campionati sfiorati, Zanetti si guadagna la fascia di capitano: non la lascerà più per i successivi sedici anni. Il resto è risaputo a tutti gli appassionati di calcio e tifosi interisti. Zanetti conquista record su record e non fu mai al centro di polemiche, neanche quando fu per ben due volte accostato al Real Madrid: tutti sapevano che sarebbe rimasto. Attraversa ovviamente anche periodi difficili, vede scomparire maestri di vita come Peppino Prisco e Giacinto Facchetti e vive da capitano il periodo dell’Inter ‘simpatica ma non vincente’. Nella sua permanenza interista tuttavia divenne conosciuto in tutto il mondo venendo convocato nella nazionale maggiore argentina seppur con diatribe legate al passaggio dei vari c.t. Inserito nelle FIFA 100 dal 2004, è stato anche premiato più volte per il suo impegno sociale con la Fondazione P.U.P.I., l’organizzazione no-profit fondata da lui e dalla moglie Paula per combattere la povertà nel mondo infantile e favorire l’integrazione e la scolarizzazione nelle aree disagiate dell’Argentina. Col tempo, per il Capitano arrivano anche i risultati da calciatore oltre che da uomo: 16 trofei vinti, dai cinque scudetti consecutivi alle coppe Italia conquistate battendo la Roma di Spalletti in una disfida che sa di rivalità da letteratura. Ma il prestigio più grande arriva nell’annata 2009-2010: l’Inter conquista il Triplete alla guida di José Mourinho con Zanetti capitano e protagonista. Raggiunge il Golden Foot e vede lasciare l’impronta dei propri piedi sulla Champions Promenade, la Hall of Fame del calcio. Poi, nel periodo di transazione finanziaria e della presidenza con Tohir, durante la gestione Mazzarri, subisce un grave infortunio al tallone d’Achille: per la prima volta Zanetti è a terra. Tornerà in campo dopo 8 mesi scattante come prima e con la palla incollata ai piedi. Nonostante il grande ritorno gli scarpini sono appesi al chiodo. L’allenatore toscano Mazzarri è accusato da molti come favoreggiatore di un prematuro addio di Zanetti all’Inter, che dopo anni si vede in panchina pur senza alimentare mai polemiche. Signorilità. Tuttavia queste, comunque siano andata davvero le cose, rimangono chiacchiera da bar. San Siro è colma, il Capitano sta dando un lungo, infinito addio che nessuno vuole finisca. Javier saluta la propria gente che guidava, attraverso le sue traversate, in cortei di festa popolare. Dal primo ricordo interista, il mio rapporto con il club di Milano è stato sempre molto particolare, complice la distanza notevole. Tuttavia, il concentrato di emozioni a più di 600 chilometri da casa è stato forte, in quel modo tutto personale di vivere una squadra di calcio fra partite allo stadio, televisione, figurine e almanacchi. Ma se c’erano dei motivi per tifare – o provare a farlo – senza vivere la piazza calcistica, per farsi dire in maniera etnocentrica “ma perché tifi Inter se sei di Roma?”, fra questi motivi c’era anche Zanetti. Ciò che questo giocatore è stato in grado di fare è storia recente alla portata di ognuno di noi. Zanetti non era George Best che andava a letto con miss mondo segnando al Liverpool, né tantomeno è stato un’icona glamour alla Beckham. El Tractor è stato un miscellanea di saggezza fisica e dedizione alla causa, una mens sana in corpore sano che mette d’accordo tutti. Uno di quei giocatori simbolo di molte infanzie, di quelli che, quando tornavi a scuola il lunedì dopo una sconfitta bruciante – come nel caso del 5 maggio 2002 – era comunque inattaccabile anche dai compagni di merende di squadre avversarie. Zanetti è anche quel giocatore che, nella lista della formazione ideale, di quelle scritte su pezzi di carta straccia a scuola (altro aneddoto d’infanzia), era sempre presente lì, sulla fascia destra. Quello che faceva venir voglia di giocare dietro per provare ad essere come lui nelle partite sull’asfalto, per strada o al campetto dalle reti arrugginite con gli amici. I pochi gol realizzati da lui venivano osannati come miracoli perché era uno di quelli che non segnava spesso e, quando succedeva, era quasi sempre con una botta da fuori. Tuttavia faceva goal ad ogni corsa, ad ogni contrasto. I giorni del maggio 2010 sono indimenticabili. Ricordo lo scenario a casa di mio zio a sperare di passare il turno di semifinale con il Barça alieno mentre lui, con il sempreverde numero 4 sulle spalle – unico numero ritirato assieme al 3 di Facchetti – e la fascia gialla di capitano, trottava ancora a tutto campo dando sicurezza e fermando Messi e compagni. Oppure come quando nella finale di Madrid, a casa dell’allora ragazza di un amico, sono stato sul divano per 90 minuti in posizione tesa anche se, ogni volta che prendeva palla lui, la coppa sembrava già conquistata. Poi la Champions l’alzò davvero, una festa, un momento storico per chi aveva atteso da decenni quel trofeo. Generazioni di interisti uniti in quella vittoria e nella sua figura in lacrime che ringraziava da bordo campo e che poco dopo avrebbe alzato la coppa dalle grandi orecchie.

ZanettiL’unico Capitano della mia – per ora unica – Inter vissuta fino ad allora, alzava la Champions League: sensazioni che Javier ha donate per 858 volte a tutti i suoi tifosi con presenza ed affidabilità emotiva costante. Quest’uomo non ha dato da mangiare materialmente chiaro, ma ha nutrito parte del fattore umano di chi lo ha seguito. Nel suo caso, Javier Zanetti, anche se non si è di Milano o non si è mai giocato seriamente a calcio, è riuscito a comunicare valore donando quel pizzico di gusto calcistico a tutti, forse appartenente a un tempo passato. Un uomo democratico nel messaggio insomma. Tutti i numeri, le statistiche, i record e le vittoria sono soltanto numeri e glorie che rimangono tali: Zanetti è prima di tutto un uomo, un campione che ha indossato la maglia dell’Inter con sincerità e classe, un riferimento umano e sportivo. Uno fra quegli unici che puo’ far emozionare con un arrivederci perché mette in cassaforte ricordi e una faccia che ha fatto parte di qualcosa e che faceva sentire parte di qualcosa. Oggi Zanetti è ancora lì a dire da dirigente “voglio vincere” e il popolo interista con lui.

di Luca Covino

14 agosto 2015

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