La storia di Simone Pianetti. Il Kill Bill italiano

La storia di Simone Pianetti. Il Kill Bill italiano
Fonte immagine: wikipedia. Editing: g2r

Simone Pianetti è stato indiscutibilmente il Kill Bill italiano. Quasi cent’anni prima del film di Tarantino. Dentro la sua storia, incredibilmente sconosciuta, anche a Tarantino, c’è tutto quello che spesso cerchiamo in più storie. Tutto in una. La solitudine, l’emarginazione, l’emigrazione, la discriminazione, l’anarchia, la ribellione, l’odio per le autorità e le istituzioni, che siano quelle statali o ecclesiastiche.

In cerca di fortuna nella Grande Mela

Simone Pianetti è stato uno dei primi emigranti italiani, da Camerata Cornello, un piccolo borgo della Val Brembana, salita recentemente agli onori delle cronache per via della triste vicenda del Covid 19.

Era un’epoca, la fine dell’800, in cui ancora in pochissimi tentavano la fortuna oltre oceano. Si pensa che Simone sia fuggito in America, precisamente a New York, per sfuggire ad un arresto per aggressione nei confronti del padre. Qui in America le sue iniziative imprenditoriali si scontrano con la prepotenza della “mano nera”, ossia quell’organizzazione criminale da cui poi nascerà la mafia che oggi tutti noi conosciamo.

Ai tempi non c’era ancora nemmeno la mafia, solo per rendervi l’idea di quanto il mondo di Pianetti fosse lontano dal nostro. E Simone, da solo, resiste alla mafia finché la sproporzione delle forze in campo lo costringe a tornare a casa.

Al suo rientro in Italia, Simone Pianetti porta con sé un mondo nuovo. Porta l’America in Italia. Anzi, in Val Brembana.

Apre prima una sala da ballo che attira uomini e donne da tutta la valle, nella quale inizia a diffondersi il tipico stile di vita della Belle Epoque agli albori, provocando scandalo tra i puritani, su tutti il prete del paese, e soprattutto, come direbbe il poeta De André, “l’ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l’osso”, ossia le mogli degli uomini che avevano iniziato a frequentare quel locale. Il suo desiderio di rifarsi onestamente una vita viene insomma soffocato sul nascere.

Decide quindi di costruire un mulino azionato dalla corrente elettrica come aveva visto fare in America. In questo modo riesce a produrre molta più farina di quanto facessero i suoi compaesani. Ma tutto questo non è possibile ai loro occhi. Diffondono quindi la voce che il Pianetti ha stretto un patto con il diavolo e che la sua è la farina del diavolo. E che quella malattia, il gozzo, che si diffonde soprattutto tra i bambini, è inequivocabilmente causata dalla sua farina. Vallo a spiegare a un contadino bergamasco di primo Novecento che il vero motivo è il consumo smodato di polenta e che quel male affliggeva persino Gioppino, la tipica maschera bergamasca. Fatto sta che nessuno compra più da Simone e, non riuscendo più a ripianare i debiti che si era fatto per costruire quel mulino, la sua impresa fallisce.

È a quel punto che Simone dice: “Basta! Io volevo soltanto rifarmi una vita senza dare fastidio a nessuno, ma siete voi che state facendo di tutto per distruggermela!”

“Non mi avrete mai: né vivo né morto!”

Simone compila una lista di proscrizione. 7 persone che gli hanno messo i bastoni tra le ruote, che per il sadico gusto di ferirlo si sono frapposti fra lui e i suoi sogni e la notte del 14 luglio del 1914, anniversario della Rivoluzione Francese, impugna il proprio fucile, esce, si reca ai loro domicili, bussa e le uccide tutte. Una dopo l’altra.

Inizialmente si diffonde il terrore nel piccolo paese di Camerata Cornello. La gente si trincera in casa. Lui nel frattempo si è dato alla macchia, sui monti del Cancervo e del Venturosa che conosce a menadito. Mentre la gente tifa per la cattura del mostro.

A un certo punto però succede qualcosa che capovolge completamente la situazione. 7 carabinieri cercano di catturarlo, ma lui, in un epico scontro a fuoco, riesce a fuggire. 7 contro uno. È evidente che, come già gli era accaduto quando ebbe a che fare con la mafia, Simone sta portando avanti una lotta solitaria contro un nemico molto più attrezzato e numericamente organizzato. Per la gente povera di quei luoghi è un classico esempio di abuso di potere.

C’è allora chi inizia a parteggiare esplicitamente per lui. I muri delle case sono tappezzati di scritte che recano: “ci vorrebbe un Pianetti in ogni paese!”. Simone resta ben nascosto sui monti dove viene aiutato da carbonai e pastori. Individui borderline, emarginati e isolati proprio come lui.

Nel frattempo scoppia la Prima Guerra Mondiale e l’esercito viene via via spostato al fronte piuttosto che impiegato nella caccia di un singolo uomo. La leggenda narra di un ultimissimo incontro, sulla cima del Venturosa, con il figlio a cui lascia un biglietto dove scrive semplicemente: “non mi troverete mai: né vivo, né morto”. Di Simone Pianetti, da allora, non si sa più nulla. Soltanto una cosa è certa. Non è stato mai più trovato: né vivo né morto. E per il tribunale di Bergamo Simone Pianetti è tuttora un latitante a piede libero.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook