I 3 Leoni di Rimini

Al Meeting di Rimini di fine agosto c’è chi ha parlato di un incontro tra tre Leoni: la figura più attesa era naturalmente quella dell’attuale Pontefice, Leone XIV, che ha incontrato i partecipanti alla manifestazione riminese e visitato la mostra dedicata agli altri due protagonisti di questo intreccio storico, Leone XIII, autore della Rerum novarum, e Leon Harmel, imprenditore francese vissuto tra il 1829 e il 1915, cui è intitolata l’esposizione Leon Harmel. La profezia di un’impresa.
È stata infatti proprio la figura di Harmel a rappresentare il filo meno noto, ma forse più sorprendente, di questa vicenda che intreccia fede e modernità.
Riavvolgiamo il nastro. Il 10 maggio 2025, appena eletto al soglio pontificio, Robert Prevost aveva spiegato la scelta del nome Leone XIV richiamando esplicitamente l’eredità di Leone XIII, ricordando come quel Papa avesse affrontato con la Rerum novarum la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale, e sottolineando come oggi la Chiesa metta a disposizione il proprio patrimonio di dottrina sociale per rispondere a una nuova rivoluzione industriale, segnata dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale e dalle sfide che questi pongono alla dignità umana, alla giustizia e al lavoro.
Harmel fu al tempo stesso precursore e concreto realizzatore di quella dottrina sociale della Chiesa che proprio in quegli anni stava prendendo forma, tanto che, ancora prima della pubblicazione della Rerum novarum, nel 1891, aveva introdotto nel proprio lanificio di Val-de-Bois, nella Marna, misure ritenute all’epoca rivoluzionarie. Tra queste i consigli di fabbrica, pensati per coinvolgere gli operai nella gestione dell’azienda, e forme di welfare aziendale ancora inedite per l’epoca, come gli assegni familiari, il congedo di maternità e una cassa mutua per l’assistenza sanitaria. Introdusse inoltre il riposo festivo obbligatorio e abolì il lavoro notturno, riducendo l’orario giornaliero da dodici a dieci ore senza intaccare il salario dei lavoratori. Una scelta che considerava insieme una questione di giustizia e di realismo economico, convinto che la riduzione dell’orario sarebbe stata compensata da una maggiore produttività, resa possibile da condizioni di salute e qualità della vita migliori. L’intero sistema veniva organizzato attraverso una struttura democratica di stampo cooperativo, definita corporazione cristiana.
Francesco Cassese, curatore della mostra insieme a Ubaldo Casotto, promossa dalla Compagnia delle Opere e dalla Fondazione Costruiamo il futuro, osserva come in Harmel la tradizione non coincida affatto con la conservazione del passato, ma si dimostri capace di generare risposte nuove a problemi altrettanto nuovi, e dunque è proprio l’ancoraggio alla tradizione della Chiesa, secondo Cassese, a rendere Harmel un innovatore così profondo.
La figura dell’imprenditore francese era ben nota anche a don Luigi Giussani, che ne riconosceva il valore profetico e la capacità di tradurre in pratica concreta i principi della dottrina sociale. In un corso tenuto all’Università Cattolica dedicato proprio alla questione sociale, Giussani ricordava come la Rerum novarum di Leone XIII avesse anticipato talmente i tempi da spingere la stampa liberale a parlare di un Papa socialista, aggiungendo che se gli industriali cattolici dell’epoca avessero preso sul serio quell’enciclica, invece di limitarsi a donare campanili o panche alle chiese, il rapporto tra la Chiesa e la mentalità comune avrebbe forse preso una direzione profondamente diversa.
È anche per questo che la visita di Leone XIV alla mostra assume un significato particolare, in quanto nel percorso dedicato a Harmel il Papa ha incontrato una figura capace di parlare direttamente alle domande della propria epoca, su come governare il cambiamento tecnologico senza perdere di vista la centralità della persona, come ripensare il lavoro davanti a una nuova rivoluzione industriale e come tenere insieme innovazione e responsabilità. Cassese sottolinea come Harmel abbia molto da dire anche nella transizione che stiamo vivendo oggi, individuando nella convinzione che la fede coinvolga l’intera realtà, nella centralità della persona come criterio guida di ogni progresso tecnologico e nel metodo della sussidiarietà, volto a valorizzare la responsabilità dei lavoratori, le costanti dell’operato di questo imprenditore illuminato. Si tratta, secondo il curatore, di capisaldi che si ritrovano anche nella Magnifica humanitas, ed è proprio per questo che il Meeting ha scelto di invitare il pubblico a riscoprire una figura poco conosciuta ai più, ma capace di lasciare un’eredità di straordinaria attualità.




